Il silenzioso dissenso che sfida i pasdaran della riforma Bonafede

Guido Vitiello

Usando una metafora, i magistrati che si oppongono al blocco alla prescrizione potrebbero rappresentare l'islam moderato di cui tanti deplorano il silenzio dopo un attentato

Iran, Italia. C’è una milizia agguerritissima di pubblici ministeri, titolari delle inchieste più vistose, che difendono con le unghie e con i denti la Rivoluzione del 1992 e soffocano ogni accenno di riabilitazione dello scià di Hammamet: sono i pasdaran. Attorno a questi guerrieri della fede, che probabilmente considererebbero “fisiologico” amputare la mano a un boss della ‘ndrangheta o a un corrotto, si raduna una base fanatizzata di volontari (i basij), una mobilitazione che comprende i giornali amici e, specie nel meridione, i comitati civici a sostegno delle Procure. L’avanguardia si trascina dietro il corpaccione di un clero giudiziario di turbanti bianchi o neri (a seconda delle correnti) che ha il terrore di contraddirli in pubblico, almeno fino a che il Consiglio dei Guardiani, laicamente noto come Csm, avrà potere sulle loro carriere, ossia fino al giorno della pensione. Ma c’è una novità. La riforma Bonafede, ha scritto ieri Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, sta scompigliando le carte. Nella magistratura come in parlamento – l’Assemblea consultiva islamica, il simulacro residuale dei poteri elettivi – emergono opinioni discordi, e pretendono di farsi valere pubblicamente. Qualche conduttore televisivo si arrischia perfino a invitare gli avvocati, categoria com’è noto di infedeli e di blasfemi. Restando in metafora, è il fantomatico “islam moderato” di cui tanti deplorano il silenzio dopo un attentato. E sempre restando in metafora, ne consegue che la riforma Bonafede è l’attentato. Oddio, metafora fino a un certo punto.

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