Viva il lodo Pecorella

Carmelo Caruso

Superare l’appello per gli imputati prosciolti in primo grado contro l’orrore Bonafede. Chiacchierata

Roma. È stata definita incostituzionale in tempi arcicostituzionali e per questo la sua legge, oggi che quei tempi non ci sono più, è un capolavoro di garanzie rispetto ai lodi che si provano a sperimentare e a quanto demolisce la riforma Bonafede che, dichiara, “disastra il processo accusatorio, che distrugge anche il senso della pena e che, di fatto, trasforma la sentenza di primo grado in sentenza definitiva”. Bocciata dalla Consulta, la legge di Gaetano Pecorella, (“Posso dire quello che penso. Mi sento leggero”), prevedeva di superare l’appello per tutti gli imputati che venivano prosciolti in primo grado.

 

(“La funzione dell’appello è questa. Sanare un errore”). Insomma, l’appello come la via stretta per rimediare lo sbaglio, ma il salto, quando possibile, per impedire che “un assolto in primo grado rimanga con la vita sospesa”. Professore di Procedura penale, assistente di Gian Domenico Pisapia, ex parlamentare di Forza Italia, Pecorella è l’autore dell’ultimo lucido azzardo prima del “diritto penale totale”, “la giustizia del gettate via la chiave”, Piero Calamandrei remixato da Bonafede/Dj Fofò. “Di sicuro era un testo concordato da maggioranza e opposizione. La legge portava il mio nome, ma era frutto di una convergenza e l’idea nasceva dalle proposte niente meno che di due rappresentanti di Magistratura democratica”. E infatti, si torna a parlare di appello, il nodo della legge Pecorella, appello che per Gian Carlo Caselli potrebbe essere benissimo abolito (“I vantaggi sarebbero strepitosi” ha detto) che è un’altra enormità nell’enormità se non fosse che ormai l’impensabile è pensabile… “Non mi stupisce che Caselli, con la sua impostazione altamente repressiva, sia felice di tutto questo. Il dramma di questo paese è che ha perso razionalità e non parlo solo della giustizia. C’è un difetto di fondo nella riforma Bonafede di cui poco si parla. La durata del blocco della prescrizione, dopo il primo grado, può durare quanto la prescrizione prevista per tutti e tre i gradi. Nella sostanza è così che perde valore l’appello. Teoricamente non si potrebbe mai avere. Un tribunale potrebbe tenere aperto un processo vent’anni e ascoltare un testimone, nel caso di bancarotta, anche diciotto anni dopo. E solo per avere il primo giudizio. E’ una contro-riforma che ha fatto saltare il sistema”. Sarà allora un processo che servirà a punire o sarà un processo di memoria per ricordare? “Sarà il processo in cui testimoni diranno ‘non ricordo’. A quel punto, per ricordare qualcosa, non rimarrà altro che riprendere gli atti, che saranno sempre gli atti dell’accusa”. E sarà anche la fine della giustizia come riparazione, rieducazione. Bonafede ha abolito anche Dostoevskij? “Finisce il senso della pena. Che senso potrà avere infliggere un castigo dopo così tanti anni? O si è rieducato da solo o non ci sarà nulla da riparare. Si dice spesso che bisogna pensare a risarcire le parti civili. Ma è proprio questo il modo per non risarcirle. Prima di risarcirle si deve arrivare a sentenza definitiva. Senza di quella non otterranno mai un risarcimento”.

 

Allora, era il 2006, la legge Pecorella venne attaccata dai pm, smontata dalla Consulta, e però aveva valide ragioni che poi, in diverse sentenze, ha riconosciuto la Consulta stessa. “Ci fu l’ostilità dei pm e della Corte che, allora, aveva una sensibilità che oggi credo non abbia”. Ritiene che ci sia troppo silenzio da parte dei giuristi che in quegli anni erano tutti uomini in rivolta? “Credo che ormai, in Italia, si tratti tutto come un mal di denti. Ci si abitua. Ci sono troppe idiozie in circolo e molta disinformazione che non si riesce più a contrastare. E’ un paese che si è ammalato di indolenza. Io stesso leggo un solo giornale, un tempo ne leggevo tre, e quel solo che leggo mi stanca pure”. La controversia è il fuoco del diritto, si è spenta anche quella? Cosa sta accadendo nelle università, nelle facoltà di Giurisprudenza? “Un tempo, come minimo, si sarebbe scioperato, si sarebbero chiuse le università che, in questo caso, avrebbero dovuto prendere iniziative politiche. C’è un silenzio anche da parte degli intellettuali. Troppa prudenza. Non si prende posizione perché si ha paura dell’incertezza futura”. Ma la politica, e il governo, si sta spaccando… “Ma non ‘per’ la giustizia. Sono questioni davvero delicate. La mia impressione è che i politici si servano della giustizia per fare politica. C’è un capovolgimento”. Quante sentenze di appello hanno capovolto le sentenze di primo grado? “Nessuno fornisce i numeri. Eppure basterebbe prenderli per vedere quanti errori sono stati registrati. Sono molti. Tanti. Così come nessuno parla davvero di come si rimediano i tempi lunghi della giustizia. Si accorciano immettendo nuovi magistrati, favorendo i patteggiamenti. Ricordo come si legiferava, e si legifera, in materia di giustizia. La domanda era ed è: ‘Quanti voti prendiamo e quanti voti perdiamo’”. E invece, quale dovrebbe essere? “Non dico nulla di eccezionale ma dovrebbe essere ‘è una norma giusta o sbagliata?’. Riproponiamo la legge Pecorella? “Ci sarebbe più spazio di un tempo. Perché no?”.

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