Galli della Loggia brava gente

Guido Vitiello

La rimozione del nostro razzismo autoctono, ringalluzzita dall’aria del populismo, trova respiro sul Corriere

Sono anni che sento dire che in Italia non esiste allarme razzismo perché gli italiani non sono razzisti, argomento perfettamente circolare che vien fatto girare da fior di grammofoni a manovella. Dunque, ci fu spiegato dagli astrologi di corte, se un tizio si mette a sparare all’impazzata su tutti i passanti di pelle nera dev’esserci un’altra ragione – disagio urbano, depauperamento economico, esasperazione politica, turbe psichiatriche, allineamento maligno dei pianeti – di cui il razzismo non è che una rifrazione ingannevole. Italiani brava gente era una favola già dura a morire, ma l’aria del populismo – tra quelli che si rifanno al teorico del buon selvaggio e quegli altri che gridano Prima gli indigeni – l’ha ringalluzzita, e ora è tutta pimpante. C’è voluto del tempo, però. Nel 1994, in coda al suo pamphlet sul “Mito del bravo italiano”, David Bidussa confessava di temere che la rimozione del nostro razzismo autoctono preludesse al “ritorno in campo di un linguaggio, di un immaginario collettivo, di una politica, anche se non ancora in forme dispiegate e di massa, di tipo razzista. Una politica, tuttavia, che a quel tipo allude e che rimette in circuito simboli, parole, immagini. Ancora una volta, almeno per ora, non fondati su un paradigma biologico, ma su uno antropologico”. Antropologico, già. Poi uno apre il Corriere della Sera e trova il professor Galli della Loggia che parte da Lévi-Strauss per dire che gli secca avere a che fare con i nigeriani e non vuole i rom sul pianerottolo, ma che questo non ha nulla a che fare col razzismo.

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