Tutti gli dicono “stai sbagliando” ma Bonafede non ci sente

Salvatore Merlo

Professori, penalisti e magistrati in allarme sulla prescrizione, ma studi e competenze non contano nulla per il ministro Dj Fofò. “Gli onesti sono con noi”

Roma. L’Avvocatura dello stato ieri ha chiesto alla Corte costituzionale la disapplicazione della legge Bonafede, la cosiddetta “spazzacorrotti”, già in parte dichiarata incostituzionale. E loro, come nulla fosse: “Vi aspettiamo in Senato martedì 18 febbraio per festeggiare un anno dall’entrata in vigore della più importante legge anticorruzione dai tempi di Mani pulite”, ha detto ieri Paola Taverna.  Gli occhi spiritati, il volto sprezzante, l’aria invasata a manifestare la purezza fanatica della persuasione. Ecco. L’ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo definisce invece la legge Bonafede sulla prescrizione “uno strabismo legislativo”, Carlo Nordio la battezza “una riforma mostruosa”, il presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza parla di “populismo penale”, persino Andrea Orlando, che pure è del Pd, esulta per il cosiddetto lodo Conte in quanto modifica la legge Bonafede “dell’80 per cento”, mentre l’ex procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati, si spinge a dire con pedagogica bonomia che “non ci sarebbe nulla di disonorevole nel rivedere una scelta non sufficientemente meditata, dopo aver preso atto delle argomentate critiche…”. E loro che rispondono sul sito internet del M5s? “Noi andiamo avanti lungo questo percorso di civiltà, orgogliosi di quello che stiamo facendo nell’interesse della collettività. Indietro non si torna”. E insomma si coglie, per così dire, una sfumatura di incongrua superiorità in questi imperterriti accenti del M5s, come se ci fosse del merito a ignorare i consigli e i timori degli esperti, degli operatori del diritto, dei magistrati e degli avvocati. Alla fine emerge quasi un paradigma.

 

Gente mediocre, con carriere mediocri, titoli mediocri, capacità meno che mediocri, che improvvisamente e per irripetibile coincidenza si trova proiettata in ruoli d’importanza strategica, al centro delle istituzioni, negli snodi più rilevanti della macchina amministrativa e di governo, nei ministeri. E che da lì, come Alfonso Bonafede detto Dj Fofò – un avvocato, si presume dunque laureato in Giurisprudenza, che confonde la colpa con il dolo e il 41 bis con il 416 bis – opera in base a previsioni e orientamenti puntualmente smentiti dai fatti, per giunta sordo di fronte al mondo intero che gli urla “stai sbagliando” e che dunque si attorciglia, sempre più, con un nodo di esterrefatto piacere, in un arrogante rovo di pasticci giuridici ed economici (la prescrizione come l’Ilva e come Whirlpool), di provvedimenti legislativi sballati e spacciati al mercato dei tappeti (“abbiamo abolito la povertà”, “abbiamo spazzato via i corrotti”), fidandosi sempre e in ogni campo di specialisti strambi e cervellotici, di emarginati dell’accademia come quel Mimmo Parisi, prof del Mississippi, che con la “App” e i “Navigator” doveva trovare per conto di Luigi Di Maio tre posti di lavoro per ogni disoccupato italiano. Un potere belluino impegnato a instaurare un regime di analfabeti cronici, per giunta arroganti, persuasi di aver capito tutto: “Lascio ad altri le loro logiche”, ha detto ieri Bonafede commentando in italiano stentato le critiche, i rilievi, i tentativi in commissione di bloccare e ridiscutere la sua legge sulla prescrizione. E questo mentre su Twitter i parlamentari grillini scrivevano cose al ciclostile, tipo “tutti gli italiani onesti sono con noi” oppure “siamo orgogliosi di quello che stiamo facendo nell’interesse della collettività”. Non vedono, non sentono, non capiscono, ma avanzano agitando slogan e scalpi ideologici, dalla giustizia alla politica estera, dall’economia al mercato del lavoro. Ex emarginati fattisi ministri e sottosegretari, deputati e senatori, che sembrano voler far espiare al paese intero le loro frustrazioni aggredendo tutte quelle risorse intellettuali – compreso il sapere tecnico, scientifico e giuridico – con le quali non sono mai riusciti a intrattenersi, perché evidentemente nemmeno le capiscono. E infatti quando persino l’ex presidente della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli, un galantuomo allievo di Pietro Gismondi, li invita con pacatezza a riflettere, a rallentare, perché la legge sulla prescrizione “riduce le garanzie per i cittadini” e “va contro i principi costituzionali”, quelli rispondono con il gelato sorriso di chi ha dalla propria parte una razionalità inoppugnabile, se non addirittura la verità. “Lascio ad altri le loro logiche”, è il commento di Dj Fofò, il giureconsulto del M5s, l’antropologia della mediocrità spavalda che in Italia vorrebbe sostituirsi a Calamandrei e Carnelutti.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.