L'avvocato contro

Michele Masneri

A colloquio con Gian Domenico Caiazza, folgorato sulla via della giustizia liberale da Pannella e Tortora. La sua guerra al “magistrato monologante”

Nel sabba di giustizialismo dell’Italia 2020, mentre qualcuno sogna il fine pena mai e più intercettazioni per tutti, salta su lui, l’avvocato Caiazza, Gian Domenico, un nome da film di Alberto Sordi, a contraddire la figura guida di questi nostri anni, “il magistrato monologante”. “Il magistrato che monologa e ti spiega la giustizia in tv, mai interrotto da nessuno”. Forse il momento è arrivato, forse gli italiani si sono stufati di questo reality, “se anche Crozza si mette a fare l’imitazione di Davigo, vuol dire che qualcosa è cambiato”. Caiazza, Caiazzone, è l’avvocato del momento, anzi del secolo, in uno strano paese pieno di avvocati ma che glorifica i magistrati e gli sbirri. Negli ultimi trent’anni è stato tutto un fiorire anche televisivo di giudici poliziotti commissari, o preti che si improvvisano tali. Per risalire all’ultimo avvocato celebre, bisogna tornare indietro a quello con la A maiuscola, che notoriamente non praticava, semmai fabbricava macchine. Ma adesso c’è lui, Caiazza, Caiazzone, da Salerno, sessantatré anni, che sta in televisione un giorno sì e l’altro pure, che si scontra con Davigo e i suoi derivati, che risponde, puntualizza, interrompe. 


Forse gli italiani si sono stufati di questo reality: “Se anche Crozza si mette a fare l’imitazione di Davigo, vuol dire che qualcosa è cambiato”


 

“Scusi tanto, ho poca voce, cosa vuole, sono stato in tv, c’era Giarrusso, forse ho sbagliato, ho alzato la voce, ma in certi casi come si fa a trattenersi”, esala, nel suo studio dalle parti di piazza Navona, tra divanetti di pelle, tappeti, soffitti a cassettoni. Scarpe lucide e perfino gemelli con un piccolo brillante. Arte contemporanea alle pareti. Caiazza è un avvocatone ben pasciuto. Sembra Favino in “Gli anni più belli”, il film di Muccino che riprende “C’eravamo tanto amati”, storia di tre amici di cui uno fa appunto l’avvocato, prima idealista, poi naturalmente vende l’anima al diavolo e al capitale. Perché gli avvocati sono rappresentati così, in Italia e forse nel mondo, cialtroni come De Sica nel “Processo di Frine”, grandi oratori, attori, ma poco interessa in fondo il ruolo di difesa di un diritto, quello dell’imputato, che non importa tanto a nessuno (finché non tocca a te). “Il populismo penale ha origini lontanissime, non è stato inventato dai Cinque stelle”, dice Caiazza. “L’attenzione al diritto dell’imputato è sempre stata considerata un po’ una cosa da femminucce nel nostro paese. Se vai dentro ci sarà un motivo, è il sottotesto di tutto. E i diritti costituzionali della difesa sono stati considerati un lusso ogni volta che lo stato si doveva misurare con un’emergenza. I decreti Cossiga prevedevamo la perquisizione di interi quartieri senza motivazione. La custodia cautelare arrivava fino a dodici anni. L’uso della custodia cautelare totalmente incostituzionale anche durante Mani pulite. Altro che la più bella del mondo”. Un paese di costituzionalisti col culo degli altri, insomma. “Un paese senza una vera cultura liberale e democratica”, dice Caiazza, in cui “il populismo penale è la tentazione costante. La cultura comunista da una parte e cattolica dall’altra, che hanno un’idea della prevalenza del pubblico, dove l’individuo è sempre ultimo, e prima viene lo Stato, hanno avuto certamente un peso”.

 

Lui comunista lo è stato, come nel film di Muccino. Si laurea in una Roma “di fine anni Settanta-inizio Ottanta, in cui dovevi stare attento a come andavi vestito. Se avevi i camperos a San Lorenzo, o al contrario l’eskimo ai Parioli, rischiavi le botte”. Frequentava la sezione di Cinecittà – che per i non romani non è solo gli studios ma un vasto quartiere popolare. Portava l’Unità a domicilio, “anche se non mi sono mai sentito davvero del tutto comunista”. Le origini sono salernitane, due sorelle, il padre, un grecista “noto”, preside del liceo classico di Salerno, democristiano, e “abbiamo passato una vita a confrontarci. Io facevo occupazione nel suo liceo, cosa vuole. Lui voleva che studiassi a Roma, per andarmene dalla provincia, poi però voleva anche che tornassi a Salerno”, e lì che c’è la rottura. Ma la vera rottura si ha quando Caiazza scopre le sue passioni: la difesa dei diritti e Marco Pannella. “Quando presi la strada dei radicali, lì proprio non se ne capacitò. Finché ero comunista, mi rispettava, era qualcosa che capiva, il Pci era un interlocutore, ma la scelta dei radicali non riusciva proprio a capirla”. Pannella lo folgora una sera dalla tv, “un confronto con il segretario del Pci, Giancarlo Pajetta. Un confronto impossibile. La modernità di Pannella, che parlava del non perdere la dimensione libertaria a sinistra, una cosa che io avevo sempre sentito, che mi impediva di essere totalmente comunista”. Così entra nell’orbita pannelliana, ancora studente frequenta la fondazione Piero Calamandrei, “e nonostante fossi certo di voler fare il penalista, incontro Stefano Rodotà, allora su posizioni molto avanzate. Altra folgorazione: i diritti della persona, il diritto all’identità personale, all’identità politica. Cose che oggi noi diamo per scontate ma che all’epoca erano avanguardia assoluta. Rodotà mi affidò una tesi sui rimedi risarcitori della lesione dei diritti della personalità. Tipo il danno biologico. Comincio a collaborare con la fondazione. Ma sempre mettendo davanti la carriera da avvocato”. 


Tra i quadri in studio, tutti regali di clienti, ce n’è uno di Ottaviano Del Turco, ultimo segretario del Psi, un altro caso simile a Tortora


 

E avvocato significa penalista, “una cosa diversa da tutte le altre”, si eccita Caiazzone. “Feci qualche tempo di pratica da un civilista, giusto per capire che non mi interessava proprio. Poi feci un po’ di tutto, ed ero solo procuratore legale quando un avvocato grosso, Marcello Petrelli, mi chiede di entrare a studio, grazie al nipote che studiava con me”.

 

La storia che gli cambia la vita è il processo Tortora, il più incredibile scandalo giudiziario italiano. Arrestato nel 1983 in favore di telecamera, con tredici pentiti che accusano incredibilmente il più famoso anchorman del momento di essere uno spacciatore per conto della camorra. Una cosa difficile da capire, oggi. Quant’era famoso Tortora? Come Fiorello? “No, era il giornalista più famoso d’Italia”. “Un giornalista che faceva una trasmissione popolare. Faceva 20-21 milioni di spettatori, una cosa oggi impensabile. Aveva fatto la Domenica sportiva”. Quando viene assolto, già malato di cancro, Tortora nomina Caiazza “per una serie di querele contro i giornali che lo massacrarono”. Il rapporto tra stampa e magistratura era particolarmente virulento. “Era l’uomo più popolare d’Italia, che a un certo punto aveva tradito gli italiani. Era l’untore. I giornali erano feroci. Un clima micidiale: facemmo due cause contro Il giornale di Napoli, un quotidiano che oggi non esiste più, che era l’house organ della procura. Due querele, due assoluzioni del giornalista scandalose, che il giornalista sapeva prima, e mi preannunciò. Mentre i giudici erano ancora in Camera di consiglio mi venne a dire: ‘Sarà insufficienza di prove su dolo”, e così fu. Per dire il clima di quegli anni. Chi erano i giornalisti che non presero parte al coro? “Enzo Biagi, Giorgio Bocca, e Vittorio Feltri, inviato del Corriere al processo a Napoli”.

 

Poi, insieme a Vincenzo Zeno Zencovich “fummo gli avvocati nella causa per responsabilità civile dei giudici”. Perché Tortora tentò di rivalersi per i processi avventati, le accuse assurde, le manette. Persa. “No, non arrivammo neanche a farla. Prima ci querelarono per calunnia”. Ma come per calunnia? “In quanto avvocati”. “Poi sollevarono la questione costituzionale. Poi la Corte costituzionale ci dette ragione. Ma dopo quattro anni e mezzo decidemmo di lasciar perdere. Citare per responsabilità civile dei magistrati che erano stati tutti promossi ‘con encomio’, ci arrendemmo”. Tortora morì durante la causa. 


Il padre grecista e dc tenne botta finché il figlio faceva il comunista. Ma i radicali no. Sempre avvocato radicale, mai radicale avvocato


 

Poco prima: “Quanto chiediamo di danni?”, gli chiesi. Io pensavo di lasciar fare al giudice. “Lui invece mi citò il Signor Bonaventura, il personaggio del Corriere dei piccoli, quello di “Qui comincia la sventura del signor Bonaventura”. Le storie di questo personaggio, un omino misterioso e elegante vestito di rosso, seguivano uno schema sempre identico: la sventura del protagonista si trasformava in un beneficio altrui e culminava inevitabilmente nella fortunata vincita di “un milione” (di lire: cifra pazzesca per l’epoca, diventato “un miliardo” negli anni Cinquanta). Quanto gli chiediamo, Enzo? “Cento miliardi”, risponde Tortora, dal suo letto di ospedale. Una cifra astronomica, assurda, il milione del signor Bonaventura, che però colpisce l’attenzione di tutti, e infatti quella richiesta, che pure rimase simbolica, finì su tutte le prime pagine”.

 

Il rapporto tra magistratura e informazione si capisce che è il cuore del problema, siamo sempre nella scuola pannelliana. “Quando l’opinione pubblica capì con l’assoluzione che Tortora era una vittima, la stessa opinione pubblica che era massicciamente colpevolista, con l’84 per cento andò a votare il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Sono le stesse persone che tre anni prima lo linciavano. Ecco perché non si può legiferare in base alla pancia delle persone, soprattutto in una materia come il diritto penale”, si infiamma Caiazza. “Ecco perché il diritto penale è un tema che va governato da chi ha saldezza di principi. Non si possono seguire gli umori della gente”. E come si fa? Togliamo il suffragio universale? Io sono d’accordo. “No, si tratta di pretendere che la politica torni a fare il proprio mestiere. Ascoltare ma non seguire. Decidere”. Il problema, dice ancora Caiazza, è che quelli di una giustizia liberale “sono valori controintuitivi. Come il principio di non colpevolezza. Se uno è stato arrestato, l’idea dominante è che ci sarà una ragione. Ma io lo devo indagare e processare come se fosse innocente. Mi rendo conto che sono principi di minoranza, che rimangono astrusi finché non ti toccano personalmente”. Ecco, ma se lasciassimo fare il suo corso alla storia? Tra un po’ arresteranno tutti, e poi vedi come diventiamo tutti garantisti. “Non mi sembra una buona soluzione”, dice Caiazza, che con l’Unione delle camere penali ha stilato un libriccino, trentacinque regole per una giustizia giusta, ma paiono temi che non appassionano più di tanto, almeno appunto finché non ti toccano. “Non vorrei sembrare mitomane, ma stiamo facendo tradurre l’opuscolo in varie lingue”, dice Caiazza. 


“Non si può legiferare in base alla pancia delle persone. Nel diritto penale non si possono seguire gli umori della gente” 


“Certo, è una battaglia minoritaria, per adesso. Noi rappresentiamo una minoranza nel paese, questo è evidente. Ma bisogna fare come faceva Pannella. Il divorzio, l’aborto, erano tutte battaglie minoritarie, ma che lui riusciva a far diventare popolari. Spiegandole. E’ un po’ quello che sto cercando di fare io con questa presidenza”. Pannella, sempre Pannella. Le chiese di candidarsi, come a Tortora. “Sì, però precisando che se mi fossi candidato sarebbe cambiato tutto: non sarei più stato un avvocato radicale ma un radicale avvocato”. “La differenza era la preminenza indiscutibile della militanza rispetto alla professione. Ci pensai 48 ore e poi dissi di no, e rimasi però l’avvocato di Marco e dei radicali. Le cause più stravaganti. Tutti i processi per droga. Preparavamo le bustine di marijuana, con una dose limite, che fosse superiore al consentito, di pochissimo, poi andavamo a sventolarla sotto il naso dei poliziotti. Loro erano stufi, facevano finta di non vedere, andavamo a chiamarli, allora erano costretti ad arrestarli. Allora si faceva una perizia, sulla “dose drogante”, arrivavano i farmacologi, si faceva un gran casino e la cosa finiva sui giornali”.

 

Insomma, nonostante lo studio lussuoso, pare che Caiazzone non abbia venduto l’anima al grande capitale, né ha sposato la figlia del boss. La moglie è invece Ada Pagliarulo, caporedattrice a Radio radicale, “ci conoscemmo da ragazzini, lei era figlia di un magistrato, i nostri genitori erano entrambi di Polla, in provincia di Salerno, dove entrambi andavamo in vacanza. Quando sono venuto a Roma l’ho chiamata, così, senza immaginare. Lei era molto più avanti: femminista, radicale da sempre, ha cominciato a fare la giornalista a TeleRoma56”, che pure era una fucina radicale. Se si fosse dedicato a processi un po' più sostanziosi e tradizionali avrebbe fatto più soldi. “Eh”, sospira, “va bene così”, e questi quadri? Giosetta Fioroni? “Sono tutti regali di clienti”, e ce n’è uno però non riconoscibile, “è di Ottaviano Del Turco”, ultimo segretario del Psi e presidente della regione Abruzzo, arrestato dodici anni fa per una vicenda di malasanità. “Lui massacrato, la sua giunta sciolta, tutti arrestati, sulle sole parole di un imprenditore che disse di aver dato 6 milioni di euro di tangenti. Soldi che non sono mai stati trovati. Siamo stati assolti da quasi tutto. Intanto anni di carcere, ostracismo sociale, una cosa simile a quella di Tortora, una delle più grandi battaglie a cui io abbia mai partecipato”. Ma insomma fa anche dei casi normali? Qualche omicidio? “Sì, sì, certo, omicidi, criminalità comune. Faccio tutto”. Perché in fondo è un avvocato. Anche se non avvocato del popolo, come il premier. “Un’espressione che mi fa rabbrividire”.