Roma, sit-in contro la riforma della prescrizione (LaPresse)

La giustizia come uno sfregio

Claudio Cerasa

Perché lo scontro sulla prescrizione dimostra che in Italia il delirio populista è figlio dell’anti berlusconismo

La ragione vera per cui la sinistra anti grillina non riesce a ribellarsi fino in fondo alla barbarie giustizialista costituita dalla norma che abolisce la prescrizione dopo il primo grado di giudizio non ha a che fare solo con la tattica politica, con gli equilibri del Parlamento e con il futuro del governo ma ha a che fare con un tema più delicato – e forse più inconfessabile – che riguarda una verità dalla quale purtroppo non si può facilmente sfuggire. La verità in questione è che la progressiva trasformazione della prescrizione in un congegno infame, ignobile e scellerato appartiene a un’epoca storica in cui ad aver fatto di questo strumento un-meccanismo-utile-solo-a-impedire-la-celebrazione-dei-processi sono stati tutti coloro che tentarono di utilizzare la giustizia come un’arma di vendetta sociale contro Silvio Berlusconi.

 

La sinistra italiana è meno giustizialista rispetto a quella della stagione anti berlusconiana (anche per merito di Renzi) ma una delle ragioni che rendono più difficile al Pd fare della difesa della prescrizione un valore non negoziabile della propria identità deriva anche dalla constatazione che difendere la prescrizione equivarrebbe a sconfessare una buona parte della propria passata stagione politica.

  

Il dibattito sulla prescrizione dimostra ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, che le forme più grevi di populismo, in Italia, non sono figlie del berlusconismo – come vorrebbe per esempio il partito di Rep., che non a caso sulla prescrizione ha scelto di non prendere posizione, perché prendere posizione su questo fronte significherebbe o rinnegare la propria storia o ricordare che il grillismo è anche il frutto di ciò che ha seminato una certa cultura progressista – ma sono figlie legittime dell’anti berlusconismo e sono in particolare figlie di un’èra durante la quale si è scelto di agevolare per ragioni politiche ogni genere di aggressione allo stato di diritto. Rispetto a quella stagione, però, durante la quale i nemici di Berlusconi educavano il paese a usare la giustizia per aggredire i propri avversari e durante la quale Berlusconi provava a intervenire sulla giustizia anche per difendersi da coloro che lo volevano perseguitare, la fase storica vissuta oggi dal nostro paese presenta una particolarità tanto interessante quanto inquietante.

 

E se ci si presta un minimo di attenzione, si noterà facilmente che oggi il giustizialista collettivo non è più interessato a fare tutto il necessario per condannare i nemici del popolo, che generalmente, come direbbe Barbara Lezzi, si trovano nascosti tra “le persone ambienti”. Ma è interessato a fare qualcosa di diverso: togliere di mezzo le garanzie del processo per dare pieni poteri alle condanne emesse dal circo mediatico-giudiziario. E non ci vuole molto a capire che un processo all’interno del quale i tempi certi diventano infiniti diventa un processo all’interno del quale ciò che conta più di qualsiasi altra cosa è la sentenza pronunciata dal circo mediatico-giudiziario.

 

Ci sono molte ragioni per cui il Pd non riuscirà fino in fondo a opporsi a questo obbrobrio – anche se vista l’alternativa da incubo a questo governo non da sogno è bene che un compromesso tra il Pd, Renzi e il M5s venga trovato al più presto e certamente lo si troverà. Ma la ragione più importante è forse quella più inconfessabile: quel cocktail mortale costituito dall’unione tra giustizialismo chiodato e populismo penale – di cui il grillismo si è fatto portavoce con la complicità della stessa Lega che per coprire le marachelle combinate al governo dal proprio leader finge di essere alfiere del garantismo dopo aver approvato un anno fa l’abolizione della prescrizione e dopo aver passato più di un anno a fare di ogni immigrato un potenziale criminale – è una ricetta che i populisti hanno ereditato dalla peggiore cultura progressista del nostro paese. Prima di ospitare il prossimo editoriale sulla vera origine del populismo, i direttori dei grandi giornali forse dovrebbero avere il coraggio di ripartire da qui.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.