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La nuova Opa di Salvini su Roma, moderata e “civica” (ma c’è FdI)

Il leader leghista cerca di accaparrarsi la scelta sul candidato sindaco parlando di strade, parchi e cura dei giardini

5 Luglio 2020 alle 06:00

La nuova Opa di Salvini su Roma, moderata e “civica” (ma c’è FdI)

(foto LaPresse)

Roma. Matteo Salvini lo dice in una sera di fine giugno: ho parlato con il candidato che batterà Virginia Raggi, e non è un politico. E’ un candidato della società civile, un “candidato del fare”, “un’arma civica”. Già due settimane fa, il leader della Lega aveva fatto sapere in un’intervista a “Radio Radio” di avere in mente un profilo, e aveva lanciato anche una sorta di piccola road map programmatica romana: “Bisogna ripartire dal quotidiano… come Lega e fortunatamente come squadra del centrodestra ci sono già diverse persone che si sono messe a disposizione senza tessere di partito, persone che però vengono dell’impresa. Non serve un’altra Raggi, serve qualcuno che ha fatto”. E si buttava avanti: “Io in testa qualcuno già ce l’ho come candidato e qualcuno l’ho già incontrato, però, per correttezza, visto che siamo una squadra e non decido da solo non faccio nomi”. Non solo. C’è ora in azione un Salvini mansueto che parla di strade, parchi, autobus, cura dei giardini e dei quartieri popolari, un Salvini inedito sul palcoscenico romano, dove negli ultimi anni la Lega è cresciuta al punto da aver fatto vagheggiare, nel centrodestra, la corsa al Campidoglio molto prima che Raggi manifestasse, seppure ufficiosamente, l’intenzione di tentare il bis, limite dei due mandati permettendo.

 

E insomma, sempre di “opa leghista” su Roma si tratta, ma il tono non è certo quello di uno o due anni fa, quando un Salvini truculento si metteva al centro dell’arena con la bandiera della lotta al degrado e per la sicurezza, sullo stesso terreno del sindaco, alimentando lo scontro a distanza: lui e Raggi, l’un contro l’altro armati sullo scheletro delle villette abbattute dei Casamonica. Era l’autunno del 2018, il sindaco faceva all’alba blitz anti-illegalità annunciati di notte sui social, e Salvini, allora ancora vicepremier nel governo gialloverde, si ergeva sempre all’alba a paladino del “no” all’abusivismo: “Piano piano stiamo riportando pezzi di città alla legalità. E’ un bel segnale per Roma, non è il primo e non sarà l’ultimo”, diceva arrivando in via del Quadraro, quasi attribuendosi tutto il merito: “Le regole tornano ad essere rispettate, la pacchia è finita”, era il corollario all’abbattimento delle villette, atto intanto definito dall’altro vicepremier Luigi Di Maio “azione non simbolica, fondamentale per cominciare a liberare Roma dalle organizzazioni criminali che hanno creato Mafia Capitale”. La competizione, allora, era interna al campo dell’alleanza Lega-Cinque Stelle, e a Roma sembrava ormai certa la corsa salviniana alla conquista di un’immagine di uomo “law and order” anche sul territorio, immagine utile in prospettiva. E però oggi qualcosa è cambiato, e non perché Raggi, per eterogenesi dei fini, sembra aver preso forza dalla gestione scricchiolante dell’emergenza Covid-19 (più che altro conta sulle debolezze altrui e sul ritardo nel fare i nomi dei possibili candidati a sinistra). Oggi infatti c’è una Giorgia Meloni che, pur negando a più riprese qualsiasi desiderio di correre di nuovo nel 2021 come candidato sindaco, sul piano nazionale pone a Salvini più di un pensiero (anche se il leader della Lega minimizza, ostentando la cordialità dell’intesa con la leader di Fratelli d’Italia, partito che nei sondaggi più recenti ha superato il M5s).

 

Intanto, i due si parlano, oltre che al telefono, dai giornali. Salvini su Repubblica (della serie: il leader del centrodestra sono ancora io); Meloni dal Corriere della Sera: “Salvini è il leader della Lega, il partito che ha il maggior numero di consensi, ma per noi il meccanismo è sempre stato meritocratico: quando arriveranno le politiche, se vinceremo, il premier sarà chi guida la forza che avrà preso più voti, vedremo quale”. E mentre Raggi insiste contro il leader della Lega (Roma non ha bisogno di lui; se ne stia al suo posto, è il concetto), nel centrodestra la questione sindaco di Roma diventa anticamera dii possibili, futuri rapporti di forza, tanto più che né Salvini né Meloni, in passato, si sono espressi a favore di un’ipotesi primarie. Anzi: nell’autunno scorso, dopo la vittoria del centrodestra in Umbria, i due si erano fatti vedere subito concordi nell’idea di favorire la ricerca di un “candidato condiviso”, più che di uno o più candidati di bandiera. E non è mai troppo presto – da cui l’attivismo di Salvini sul campo, con atteggiamento improvvisamente moderato e dichiarata azione di accaparramento preventivo dell’ancora misterioso “uomo del fare” da iscrivere in gara.

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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