(foto LaPresse)

Con gli uffici chiusi i commercianti tribolano: “Il centro storico va ripensato”

Gianluca Roselli

Lo smart working e l’azzeramento dei turisti hanno svelato il segreto di Pulcinella: lo svuotamento di abitanti nel centro cittadino, dove sono rimasti quasi solo uffici, negozi e case da affittare ai turisti su airbnb

Roma. La difficoltà dei negozi e delle attività del centro è sotto gli occhi di tutti. Con meno persone in giro e negli uffici, e l’azzeramento dei turisti, le zone centrali della Capitale soffrono una crisi molto più grave rispetto agli altri quartieri. Secondo i dati di Confcommercio, i mancati introiti si aggirano sul 40-50 per cento. La metà. Del resto basta farsi un giro tra Via del Corso e Via Condotti, e nel triangolo Trevi-Pantheon-Navona, per vedere negozi chiusi o a mezzo servizio e bar semivuoti. Ma questa crisi post Covid potrebbe essere anche il modo per ripensare la città da cima a fondo, perché se da una parte il centro si svuota di lavoratori, potrebbe però ripopolarsi, in parte, di abitanti. E sarebbe la sua salvezza.

 

I lavoratori in smart working e l’azzeramento dei turisti, infatti, hanno svelato il segreto di Pulcinella: lo svuotamento di abitanti nel centro cittadino, dove sono rimasti quasi solo uffici, negozi e case da affittare ai turisti su airbnb. “Su una popolazione di 2 milioni e 800 abitanti, i residenti del I Municipio sono 120 mila. Una cittadina di provincia. E’ chiaro che negozi, bar e ristoranti non riescono a sopravvivere”, osserva Giovanni Caudo, docente di Urbanistica all’Università di Roma Tre nonché presidente del III Municipio per il Pd.

 

Ad affollare i centri delle grandi città sono quattro tipologie di persone: i residenti (sempre meno), i pendolari per lavoro, business men e city users. Categoria, quest’ultima, che comprende i turisti, ma pure i romani che vanno in centro per fare shopping o altri motivi. Tutti costoro durante il giorno fanno raddoppiare se non triplicare il numero rispetto ai semplici residenti. Il centro si gonfia come una spugna di giorno, assorbendo tutti, e si svuota di sera. Cosa che invece non accade in altri luoghi, che possono fare affidamento sulla vitalità degli abitanti. L’allarme, in tal senso, è stato lanciato da un sindaco, quello di Milano, Beppe Sala, ma le sue parole valgono per tutti. “Bisogna tornare in ufficio, va evitato l’effetto grotta. Una città resa fantasma è un incubo inaccettabile”, ha detto.

 

Il tema è: si può andare avanti a lavorare, almeno in parte, da casa oppure bisogna tornare tutti in ufficio altrimenti crolla il sistema economico urbano? “Il problema dello smart working è che non sappiamo dove ci porterà. L’uomo è un animale sociale, la presenza è sempre un valore aggiunto, per questo sono contrario alla sacralizzazione del lavoro domestico. Inoltre non vorrei che i lavoratori da casa, a lungo andare, siano discriminati rispetto a chi va in ufficio”, osserva Giampaolo Nuvolati, direttore del dipartimento di Sociologia all’Università Milano Bicocca. “Quello che stiamo vedendo è il frutto della gentrificazione, lo spostamento di classi medio borghesi nei quartieri popolari o periferici, con conseguente abbandono di luoghi più blasonati ma diventati economicamente inaccessibili”, aggiunge il sociologo. E’ il caro-affitti a svuotare il centro e l’emergenza Covid ha solo evidenziato il fenomeno.

 

Secondo i dati, prima del lockdown lavorava da casa l’1,2 per cento delle persone nel settore privato. Durante il lockdown si è arrivati all’8,8, fino al 5,3 tra maggio e giugno, con la riapertura. Ma nel settore pubblico, a Roma, sono ancora a casa 7 dipendenti su 10. Parecchi. Tanto da far dire al professor Pietro Ichino che “molti di essi si stanno godendo una vacanza retribuita”. Parole che hanno scatenato un putiferio. “Attenzione, però: quello che stiamo vivendo può essere invece una grande opportunità per ripensare la fruizione della città, i suoi spazi, il modo in cui muoversi”, fa notare Giovanni Caudo. Da una parte può servire a ripopolare il centro di residenti e, dall’altra, ad abbandonare una visione centripeta del lavoro.

 

“Nel centro di Roma ci sono almeno 10 mila case (ma è una stima al ribasso) destinate agli affitti brevi che in questi anni sono state un reddito integrativo per molte famiglie di fronte alla crisi, trasformando letteralmente alcune quartieri, come il rione Monti. Ma se restano vuote, allora tanto vale riaffittarle a lungo termine, ai romani e a chi vive in città”, spiega l’urbanista. “Al contempo, con una parte di lavoratori da remoto, molte persone non saranno costrette ogni giorno a calare in centro per svolgere la propria attività, ma potranno lavorare dove vivono, rivitalizzando anche alcune periferie”, aggiunge Caudo.

 

In tal senso l’Università di Roma Tre ha presentato un progetto al Miur per la realizzazione di hub in diversi luoghi della città per lavorare da remoto: una sorta di “talent garden” pubblici dove, con un affitto minimo, si può avere una postazione connessa e una serie di servizi (segretaria, bar, kinderhaus per i bambini) per uno smart working “fuori dalle mura domestiche”. Insomma, una fruizione della città diversa può produrre benefici. “Pensiamo solo al caos perenne di Roma e al suo traffico devastante, all’inquinamento, alla difficoltà di spostarsi con i mezzi pubblici. Se non si è obbligati a venire in centro tutti i giorni, la città torna a respirare”, conclude Caudo. Il futuro della Roma post Covid, tra biciclette e monopattini, è ancora tutto da scrivere. E non è detto che sia in peggio.

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