Decalogo per vandali: Giordano Bruno era un misogino e Petrolini un fascista

Alessandro Luna

Gli iconoclasti romani non sembrano essersi messi d’accordo su quali statue colpire. Vogliamo favorire loro un catalogo che possa rendere la scelta meno travagliata e difficile, per non restare indietro anche su questo punto

Come le Vuvuzelas del 2010 e l’Ice bucket Challenge di qualche anno fa, anche il 2020 ha la sua imperdibile moda dell’estate: l’iconoclastia. I giovani di tantissime città stanno cercando di combattere il razzismo vandalizzando le statue di Churchill, Colombo o Montanelli. A Milano sono a buon punto, a Roma un po’ meno. Gli iconoclasti romani non sembrano essersi messi d’accordo su quali statue colpire. Vogliamo dunque in questa sede favorire loro un catalogo che possa rendere la scelta meno travagliata e difficile, perché la nostra città non resti indietro anche su questo punto.


Giordano Bruno. Da poco più di un secolo in Campo de’ Fiori la statua di Giordano Bruno ricorda il rogo che subì per eresia il filosofo e il suo sacrificio in nome della libertà di pensiero. Ma se questa stagione di risveglio politically correct ci insegna qualcosa, è che il libero pensiero è pericoloso e a volte può oltrepassare il limite. Ne è esempio Bruno stesso, rinomato misogino che considerava le donne inferiori e fiero antisemita. Tanto che nel suo dialogo “Spaccio de la bestia trionfante” definisce gli ebrei “convitti per escremento dell’Egitto”, e ancora “gente sempre vile, servile, mercenaria, solitaria, popolo leproso”. Parole inaccettabili per gli standard di oggi. Si suggerisce dunque una vernice color rosa, per punirne la misoginia, previo posizionamento sul cappuccio scuro della statua di una kippah, cosa che quasi certamente lo avrebbe fatto infuriare.

 

Federico Menabrea. Per gli iconoclasti più avventurosi e spericolati, si suggerisce un emozionante arrembaggio al busto del vile generale Menabrea, che oltre a non avere nulla a che vedere con l’omonima birra, ha la colpa di esser stato l’ideatore del piano di deportazione dei briganti meridionali in Patagonia dopo l’unità d’Italia. Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1867 al 1869, per combattere i briganti del sud pensò di deportarli con il deliberato proposito, secondo molti storici, di sterminarli. L’opera iconoclasta nel caso di Menabrea risulterà più difficile delle altre, ma di certo più emozionante, in quanto il busto si trova all’interno della sede del Genio Militare di Roma a Via dell’esercito. Ragione per cui per mettere le mani o la vernice sul busto si dovranno superare numerosi militari armati e probabilmente innervositi dalla combinazione uniformi/sole di giugno. Si sconsigliano dunque le ore più calde.

 

Umberto I. Al centro di Villa Borghese si trova il monumento equestre del Re Umberto I. A rendere questa statua un bersaglio particolarmente convincente è la natura colonialista delle sue politiche estere. Sotto Umberto I, infatti, si ebbe l’acquisto della baia di Assab e la guerra contro Menelik, che portò alle sconfitte di Dogali nel 1887 e Adua nel 1896. Potrebbe non incontrare a pieno i gusti degli iconoclasti romani perché condusse una politica espansiva in Africa talmente maldestra ed incapace che, probabilmente, fece morire più bianchi che neri.

 

Giovanni Pascoli. Tra i tanti busti di letterati e patrioti che potrete trovare al Pincio, non fatevi ingannare dal tenero e pingue viso del poeta giovanni Pascoli. E’ infatti suo il celebre discorso “la grande proletaria si è mossa”, manifesto del colonialismo italiano novecentesco. Pronunciato nel 1911, sosteneva che i lavoratori italiani per vivere in prosperità dovevano potersi espandere in Africa. Il discorso ebbe un’eco enorme e diventò una delle ragioni del consenso intorno al secondo tentativo coloniale italiano. Si suggerisce dunque, per la colpa d’aver scritto “la grande proletaria di è mossa”, di rimuovere il busto e di scrivere sul suo piedistallo: “il grande poeta pure”.

 

Ettore Petrolini. In conclusione, per gli iconoclasti più veraci ad attaccati alla romanità, si consiglia la targa commemorativa del padre della comicità romana Ettore Petrolini, a via Baccina nel Rione Monti. Maestro di tutti i grandi attori romani come Alberto Sordi, Nino Manfredi o Gigi Proietti, era a inizio secolo apprezzato da chiunque avesse il privilegio di poter assistere a un suo spettacolo. Tra questi, anche Mussolini, che ne era un devoto ammiratore e la cui stima era più che ricambiata. Di Petrolini si ricordano i saluti romani a fine spettacolo e una sua lettera in cui dice “sono contento di essere fascista, italiano e di appartenere all’epoca di Mussolini”.