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Il triste mondo dei filosofi-star ridotti a lanciare qualche idea e farne una bandiera

Dovrebbero essere specialisti del dubbio, ma non dubitano mai

28 Giugno 2020 alle 06:00

Il triste mondo dei filosofi-star ridotti a lanciare qualche idea e farne una bandiera

Il filosofo sloveno Slavoj Zizek (foto LaPresse)

Non vi pare giusto avercela con i filosofi? Almeno con una certa categoria culturale e umana, perfino linguistica, dato che la povertà ripetitiva del loro linguaggio, del loro lessico mostra quanto catafratti e impermeabili all’esperienza immediata, inevitabilmente oscillante e varia, siano per carattere e per principio certi filosofi. Il loro egocentrismo (Umberto Saba li definì non egocentrici, ma “egocosmici”) fagocita tutto a forza di generalizzare. Ai casi singoli sono ciechi. Dovrebbero essere specialisti del dubbio e della discussione e invece non dubitano mai e ignorano la discussione. Oggi sono delle star, come i sofisti greci. Retori e ipnotizzatori il cui discorso senza lacune né crepe indossano come una corazza infrangibile. Con tre o quattro concetti, spesso così generali da affondare nella nebbia, con una ventina di vocaboli e con un paio di nessi argomentativi a pronta presa e adatti a un veloce riuso, possono parlare con formale autorevolezza di qualunque cosa senza neppure pensarci, perché comunque sia ci avevano “già” pensato. Sono quelli del “così doveva essere, così non poteva che essere e io lo sapevo, l’ho sempre saputo e detto”.

 

In forma di divertissement, su un recente numero del Venerdì si è potuto leggere in proposito l’articolo “Quando il pensiero diventa virale” di Massimiliano Panarari, che propone una mappa di “virus filosofie”. I raggruppamenti sono a volte indiscutibili, a volte più dubbi, ma riguardano sempre filosofi che ci tengono molto, troppo, alla loro figura e presenza di pubblici curatori, persuasori o manipolatori di coscienze. Ci tengono a essere portatori di una filosofia la cui vocazione sia politica: anche se una di loro, la professoressa Donatella Di Cesare pubblicò tempo fa un libro sulla “vocazione politica della filosofia” il cui contenuto reale contraddiceva il titolo, mostrando piuttosto che la vera vocazione della filosofia era sempre stata, invece, apolitica o antipolitica. Mah! Evidentemente la copertina e il titolo non erano a cura di qualcuno che il libro lo aveva letto. I gruppetti e le etichette che propone il Venerdì sono: Negazionisti, Neo-igienisti, Tecnofilosofi, Neo-comunisti, Immuno-politici e infine, un po’ meglio, Razionalisti scettici. Il virus si è dimostrato produttivo di pensiero? No, ho invece piuttosto l’impressione che non abbia fatto che permettere ai pensatori di replicarsi, riconfermarsi, schierarsi.

 

E’ questa la cosa che rende più perplessi e diffidenti: la produzione di categorie e schemi argomentativi multiuso. Può succedere a chiunque si esprima attraverso idee e opinioni. Ma quando queste assumono forma, aura e stabilità filosofica, allora non può succedere niente, in cielo e in terra, che induca i filosofi politico-ontologici a modificarle, correggerle, rovesciarle. Al primo posto Panarari colloca i Negazionisti del virus Giorgio Agamben e Ginevra Bompiani, per i quali la pandemia, più che una realtà in sé su cui ragionare nei più diversi modi, è solo un pretesto attivato dal Leviatano statale per uccidere le libertà sia individuali che sociali. Il mio primo dubbio è che di quelle libertà, o meglio della loro limitazione e del loro controllo, si occupava anche prima la società stessa, la tecnologizzazione della vita sociale e tutto l’insieme degli apparati industriali, burocratici e istituzionali, con la diffusione di sempre nuovi bisogni che creano assuefazione e convincono utenti e consumatori di conquistare nuove libertà perdendo quelle che avevano.

 

Il Neo-igienista Paolo Flores d’Arcais, che vorrebbe scienza più presente nella vita sociale e quindi un maggiore controllo illuministico statuale, definisce “farneticazioni” quelle di Agamben, mentre il “leninista lacaniano” (tutto è possibile!) Slavoj Zizek, autore dell’instant book Virus, sostiene che la pandemia si supera solo con una svolta politica di tipo neocomunista (tutto si può dire!). Ma anche la Di Cesare (fra gli Immuno-politici con Roberto Esposito) ha appena pubblicato il libro Virus sovrano, mostrando non minore prontezza. Eccetera.

 

Le parole sono molte, le pubblicazioni anche. Per dire quello che si pensa a proposito della situazione pandemica potrebbero bastare un paio di articoli. No, non ci si contenta: si scrivono sia articoli che libri. Intanto i narratori hanno già reso pubblici i propri diari, che però non avrebbero mai scritto se i giornali non glieli avessero commissionati. Per quanto insulsi e noiosi, si tratta però di diari con qualche scintilla, non di teorie generali su cui fondare schieramenti politici. Ecco, la cosiddetta vocazione politica della filosofia è solo smania di lanciare sul mercato delle opinioni qualche idea da impugnare come si impugna una bandiera.

Alfonso Berardinelli

Roma 1943. Critico letterario e saggista, si è dimesso dall’insegnamento universitario nel 1995, lavora oggi fra editoria e giornalismo, dirige la Scheiwiller Prosa e Poesia. Fra i suoi libri: “L’esteta e il politico: sulla nuova e piccola borghesia” (1986), “L’eroe che pensa: disavventure dell’impegno” (1997), “Autoritratto italiano” (1998), “Stili dell’estremismo” (2001), “La forma del saggio” (2002), “Che noia la poesia” (2006, con H. M. Enzensberger), “Casi critici: dal postmoderno alla mutazione” (2007), “Poesia non poesia” (2008).

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