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Carlo Ginzburg, osservatore parziale ma attento a tenere a bada la sua parzialità

La ripubblicazione del libro sul “processo Sofri”

26 Maggio 2020 alle 06:00

Carlo Ginzburg, osservatore parziale ma attento a tenere a bada la sua parzialità

Lo storico Carlo Ginzburg (foto Wikimedia)

Carlo Ginzburg ha ora ripubblicato, per l’editrice Quodlibet, il suo libro “Il giudice e lo storico”. Era uscito nel 1991 per Einaudi, ed era stato ristampato nel 2005 per Feltrinelli. Il sottotitolo dice “Considerazioni in margine al processo Sofri” (il processo per l’omicidio di Luigi Calabresi fu da subito intitolato al mio nome, per ragioni pubblicitarie: le stesse che resero più increscioso il vario incitamento a distinguere la mia posizione da quella dei miei compagni). La premessa dell’autore muoveva dalla sua amicizia per me, la stessa da cui muove questa piccola posta. Ginzburg seguì da vicino il nostro processo, ma non mi informò che molto tardi del suo proposito di scriverne, e non ne conobbi una sola parola prima di riceverlo stampato. Io e i miei coimputati, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, eravamo stati arrestati nell’estate del 1988. Il primo processo si tenne a Milano nel 1990, ed è al suo svolgimento che il libro si riferisce, con un poscritto di commento alle motivazioni della sentenza, pubblicate nel 1991. Seguì poi una serie di altri procedimenti (“sette”, si dice convenzionalmente): così numerosa che gli uni vi videro una prova della fragilità delle condanne, gli altri una conferma della loro fondatezza. Certo fra gli uni e gli altri non mancò chi fosse motivato da un pregiudizio.

 

Però mi ero interamente affidato dal primo momento alle regole e alle garanzie della giustizia, anzi, con un sovrappiù di zelo, che conservai fino all’ultimo giorno. Come se la giustizia esistesse e rispettasse se stessa. Non parlo della giustizia morale o religiosa, ma di quella amministrata in uno stato che si definisce di diritto. Dunque mi ero aspettato che i due interessi che mi riguardavano, l’esito giudiziario – la condanna, cioè, o l’assoluzione – e la pubblica opinione, venissero decisi alla luce dello svolgimento del processo. Che era pubblico, e mi è difficile ricordare, fra le persone che vollero assistere e che non appartenevano a una delle parti in causa, qualcuno che ne uscisse convinto che si fosse provata la nostra colpevolezza. Al contrario, alcune delle persone che più si impegnarono al nostro fianco furono assiduamente presenti in aula fino alle ultime appendici della vicenda, nel 2000. Non le rinomino, ma le ricordo bene. Molti altri hanno preferito giudicare – giudicare fa piacere – con tutt’altri criteri. Il libro di Ginzburg mostra come uno spettatore, parziale ma attento a tenere a bada la sua parzialità, vide che cosa avveniva nel processo, il luogo in cui si formano le prove e si accerta la loro consistenza. Io stesso, che attorno a quella vicenda leggerò e scriverò e mi aggirerò fino all’ultima ora, l’ho riletto a distanza di tanti anni, digrignando i denti.

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