La parola maledetta

Adriano Sofri

C'è chi chiede l'espulsione del termine "razza" dalla Costituzione, visto che la razza non esiste. Però è meglio tenerselo: sta in quelle righe come un monumento, una memoria, un monito

Le razze non esistono, i razzisti sì. Nell’attuale temperie i verdi italiani, sulla scia dei loro fratelli molto maggiori tedeschi, ripropongono di togliere la parola “razza” dalla Costituzione. Sia nella Costituzione italiana che in quella tedesca (1949), la parola figura all’art.3. Così nella italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E nella Legge fondamentale tedesca: “Nessuno può essere svantaggiato o favorito a causa del proprio genere, provenienza, razza, lingua, patria e origine, convinzioni, opinioni religiose o politiche. Nessuno può essere svantaggiato a causa della propria disabilità”. In ambedue i casi, gli estensori degli articoli sapevano bene che cosa scrivevano, e già allora c’era chi auspicava che la parola “maledetta” venisse espulsa dalla Carta – l’Unione israelitica in Italia, per esempio. La si volle tenere non per ammettere l’esistenza delle razze, ma per serbare la memoria dell’uso abominevole che ne era stato appena fatto, e che era stato l’essenza intima del nazionalsocialismo e del fascismo, regimi che si erano rivendicati razzisti. La parola “razza” sta in quelle righe propriamente come un “monumento”, una memoria e un monito. Chi la vorrebbe espunta sottolinea soprattutto che le razze umane “non esistono”, e che la ricerca scientifica l’ha dimostrato. Quando anche non l’avesse dimostrato, o ne fosse in futuro smentita, nessuna discriminazione fra gli esseri umani ne sarebbe giustificata, nessuna gerarchia di superiori e inferiori, di dominatori e di schiavi o annientabili.

 

Ci sono buone ragioni, e soprattutto buoni sentimenti, in ambedue le posizioni, sulla conservazione o la cancellazione della parola. In Francia due anni fa l’Assemblea nazionale votò l’eliminazione della parola dal primo articolo della sua Costituzione. Prima di oggi, l’ultima volta se ne discusse in Italia, ancora due anni fa, quando il candidato poi eletto alla presidenza della regione Lombardia, Attilio Fontana, sentenziò tranquillamente che l’immigrazione metteva a repentaglio la razza bianca. Così: “La razza bianca”. Lo avvertirono che conveniva scusarsi, lo fece, è lì. Anche Liliana Segre si pronunciò in favore della cancellazione della parola dalla Costituzione. Altri pensano che sia bene non toccare la Costituzione nella parte dei princìpi fondamentali. E che la parola “razza”, pur diversa dalle altre cui è accompagnata – sesso, lingua, religione eccetera infatti esistono – sta bene dove sta, a ricordare che ci furono le guerre e le stragi e le umiliazioni colonialiste, le leggi razziste, i Manifesti della Razza, le razzie, le deportazioni, la Shoah, e che c’è ancora la tranquilla frase distratta sulle minacce alla razza bianca. Nell’Italia fascista si proclamava che E’ tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”. Oggi si cerca di ricordare, perfino per legge, il dovere di essere antirazzisti. Meglio tenerla, la parola maledetta. Un problema maggiore ce l’hanno le lingue che hanno creduto, preteso, che la parola “razza” fosse per loro innocente, non soverchiata dal peso dei trascorsi razzisti fascisti, e ne hanno fatto un alibi più losco di quello dell’“italiano brava gente”. Involontariamente rafforzato dall’illusione delle minoranze discriminate di poter ricorrere al termine “race” per rivendicare la propria identità.

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