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In questo mondo di chat e nudisti, tanto vale guardare la magistratura in faccia

Un anno dopo lo scandalo, la pagina non è stata voltata

27 Maggio 2020 alle 06:00

In questo mondo di chat e nudisti, tanto vale guardare la magistratura in faccia

(foto LaPresse)

Nel giugno dell’anno scorso faceva caldo e ascoltai, per molte, moltissime ore, la discussione nel Consiglio superiore della magistratura provocata dallo scandalo intitolato all’ex presidente dell’Anm Luca Palamara. Grazie a Radio Radicale. L’ho rifatto nel fine settimana, per una decina di ore, sempre via Radio Radicale. Il 21 giugno 2019 il presidente Mattarella era andato al Csm e aveva detto: “Oggi si volta pagina”. Non si è voltata. Le ore di quel giugno facevano un effetto strano: demoralizzavano, alla rivelazione della miseria intellettuale, oltre che morale, di pensieri e parole e comportamenti, e lasciavano un margine di simpatia per chi sembrava volersi sinceramente ribellare. Il presidente eletto in capo a quel confronto, Luca Poniz, faceva figura, a chi non avesse alcun interesse ai giochi di correnti, come un non candidato che le circostanze, il naufragio, tirava fuori dalla sua relativa appartatezza. Uno Zaccagnini della magistratura. Neanche un anno dopo, partita chiusa. Quando in un ambiente che si abitua o si rassegna a starsene chiuso avviene una lacerazione – che sia un matrimonio o un sodalizio d’affari, una scalata di gruppo al K2, un Comitato di redazione – ciascuno dei partecipanti è inesorabilmente trascinato a una perdita di freni e di dignità, una meschinità che imbarazza l’estraneo spettatore e ascoltatore. Il quale si dice che non può essere così, almeno non solo così, che non così queste persone conducono le loro indagini, pronunciano i loro verdetti (infatti stanno tutti insieme, gli indagatori e i giudicatori). Abbiamo conosciuto lungo i mesi scorsi i professionisti della pandemia: i virologi, immunologi, riabilitatori, epidemiologi statistici eccetera. E’ stata una rivelazione, un corso estemporaneo di educazione permanente. Prima, era come se non esistessero, salvo per qualche infelice incappato in un’infezione grave o in un incontro in aeroporto. Ne abbiamo conosciuto l’ammirevole itinerario scientifico e riconosciuta una umana, umanissima meschinità. Sono anche loro un ambiente abbastanza chiuso, e certe concorrenze, rivalità, invidie, insofferenze non potevano non esplodere sotto la luce improvvisa della notorietà. Dei magistrati, che pure maneggiano questioni di vita e di morte, non abbiamo un’esperienza analoga, salvo che ci sia capitata in persona un’infezione grave, e salvi periodi di illuminazione abbagliante, come l’epidemia che si chiamò Tangentopoli. Allora ci si infervora, ci si entusiasma, si sceglie il proprio medico curante, non so, Antonio Di Pietro, si tiene duro finché si può, chi non rinunci avvilito già alla prima scatola di scarpe.

 

Ora i magistrati si vedono poco, tranne qualche primattore, inevitabilmente guitto. Ogni tanto in tv, oltre che, ma meno, sui giornali, si intravvedono le loro rivalità, gelosie, meschinità, umane, umanissime. Un po’ di più gli ex magistrati, che abbiano lasciato o siano andati in pensione: allora succede di sentirli parlare della vocazione sacramentale cui sono appartenuti con la furia di un ex fumatore spretato. Ogni tanto la costernazione spinge qualche cittadino a rimpiangere i tempi della separazione castale, del riserbo in cui era avvolta la magistratura, della sua aura; e qualcuno esorta a ritrovare il riserbo, alla prudenza nelle esternazioni, alla distanza dalla compromissione nel parapiglia quotidiano, dalle luci della ribalta. Parole al vento. Non è più tempo, il re è nudo come il suo ciambellano e la sua regina e il suo buffone e tutta la corte e fino all’ultimo dei sudditi: un mondo di nudisti. Un mondo di chat. La magistratura messa a nudo dalle chat. Allora tanto vale guardarla in faccia, invece che dal buco della serratura. Come coi virologi, le immunologhe, gli epidemiologi, le anestesiste. Quelle interminabili ore di Radio Radicale, non si può pretendere che il grande pubblico stia a sentirsele, nemmeno in quarantena, nemmeno in quaresima, e figurarsi quando si può tornare alfine all’aperitivo. Ma se le televisioni stucchevoli, i giornali ubriachi di chat e viceversa, fossero capaci di mostrarla, la categoria, la possibile grandezza e la probabile piccineria, avremmo fatto un passo avanti. E poi il cielo riconoscerà i suoi.

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Commenti all'articolo

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    27 Maggio 2020 - 10:42

    “La magistratura messa a nudo dalle chat” scrive Adriano Sofri. Ma il “nudo” cui si riferisce poco svela se non l’appartenenza anche di Lorsignori alla comune degli uomini (che è già qualcosa, intendiamoci). Più illuminante, invece, mi è apparsa la “nudità” disvelata con sprezzante fierezza dall’ inquietante Vladimiro Zagrebelsky di oggi che, su “La Stampa”, liquidando “merito” e “idoneità” dei magistrati con la domanda retorica “per fare che?”, consegna all’esterefatto lettore l’immagine in purezza del ruolo del CSM, luogo della “sintesi operativa” tra la “soggezione alla legge” e la “fecondità” della sua libera interpretazione: “L’idea che vi sia una interpretazione esatta della legge da applicare […] distinta da interpretazioni sbagliate, è ormai priva di fondamento”. Il Parlamento è avvisato.

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