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L’unica mossa possibile per l’Europa? Cacciare Erdogan dalla Nato

Minacciare sanzioni non basta più. In medio oriente, nessuno più dei curdi è vicino allo “stile di vita europeo” di cui tanto si è blaterato finora

12 Ottobre 2019 alle 06:00

Minacciare sanzioni non basta più

(Foto LaPresse)

In apparenza, c’è una solidarietà sentita e quasi totale coi curdi. Sono i “nostri”, di tutti noi, governi e cittadini, destra e sinistra. Dobbiamo dedurne che tutti noi non siamo in grado di tradurre la nostra universale solidarietà in un qualche risultato effettuale. E’ avvilente, ma è se non altro un punto da cui ricominciare. Però devo correggermi: Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha impiegato parole tiepide. Ha auspicato che l’invasione di Erdogan sia “proporzionata”. Ha detto che Erdogan deve evitare di colpire i civili. E chi sono i civili, in un popolo in armi com’è largamente quello del Rojava? E i non civili, quelli che hanno fermato l’Isis, quelli possono morire? Stoltenberg è un laburista norvegese, fu il primo ministro che commosse e inorgoglì il suo popolo all’indomani della strage compiuta dal ripugnante Breivik. Stoltenberg non ha saputo trovare parole appropriate oggi, o ha creduto che parole nobili non si addicano al titolare di un patto militare. Tutti ripetono che “la Turchia fa parte della Nato”, ed è il suo secondo esercito. Un caposaldo del Trattato del Nord Atlantico è la difesa collettiva, l’articolo 5 che (applicato solo dopo l’11 settembre 2001) stabilisce che l’aggressione a un suo membro equivalga all’aggressione a tutti gli altri. Erdogan ha avuto ieri l’impudenza di evocarlo, per sostenere che era lui l’aggredito da soccorrere. L’invasione del territorio siriano difeso dai curdi e dai loro alleati arabi e assiri da parte delle Forze armate di Erdogan significa che l’aggressione operata da un membro della Nato equivalga all’aggressione compiuta da tutti gli altri, li faccia tutti complici. La logica ha poco a che fare con i patti militari, e ancor meno la morale: ma l’inversione è davvero troppo grossa. Assente una vera Difesa europea, è ancora la Nato a rappresentare militarmente l’Europa. Giovedì, Norvegia (che è un importante membro Nato) e Finlandia (che non ne fa parte) hanno sospeso la vendita di armi alla Turchia. L’Italia è tenuta per legge a fare lo stesso. Ma questa è ancora la periferia del problema. Erdogan gioca sui due forni, americano e russo, da quando ha dovuto ridimensionare le sue ambizioni sulla caduta di Assad. La telefonata con Trump era presumibilmente una telefonata di affari. Messa così a nudo la questione, che cosa ha nelle mani l’Europa, nell’ipotesi che l’Europa trovi un suo paio di mani? La liquidazione della pratica sulla Turchia nella Ue è oggi pressoché indifferente a Erdogan. Potrebbe influire sull’opposizione democratica turca che amministra le grandi città, ma è travolta dall’esaltazione nazionalistica e bellicosa.

 

E una minaccia seria di espulsione dalla Nato? Le obiezioni sono così ovvie che forse vale la pena di riesaminarle. Vorrebbe dire consegnare la Turchia alla Russia. Non è già successo, largamente? Dopo l’omissione strategica di Obama e l’intervento decisionista di Putin nel 2015, in Siria non ci sono stati altri attori che la Russia e i suoi alleati sciiti; americani ed europei (e l’Onu, nonostante gli affanni di Staffan de Mistura) sono stati – si sono – tagliati fuori, salvo che con i curdi. Astana e le sue succursali sono state affare di Russia, Iran e Turchia. Più seria è l’obiezione che dalla Nato dovrebbero uscire gli Stati Uniti di Donald Trump, il battistrada dell’aggressione turca – e una Nato senza Stati Uniti non esiste. E’ vero. E’ vero? Allora ripartiamo da qui. Un’Europa anche solo egoista che voglia fermare gli effetti della carneficina siriana e dell’annichilimento dei suoi guardiani curdi, i milioni di rifugiati e le migliaia di terroristi jihadisti, che cosa dovrebbe fare? Non si può dire che sia una circostanza favorevole a un cambiamento, ma anche l’acqua alla gola è un’occasione.

 

La nuova tappa della guerra di tutti nel vicino oriente non può essere trattata solo come un capitolo della questione curda, simile, benché allargato, a quello di Afrin (Afrin: 1.500 morti, 300 mila sfollati…). Oggi non c’è un solo paese, di quelli che hanno una dimensione tale da aspirare a una potenza regionale, che non affronti una crisi economica, sociale e di regime al proprio interno. Esportarla attraverso la guerra è il programma comune. E’ lo Yemen, in cui l’Arabia Saudita ha puntato su un vantaggio logistico e sulla famiglia Trump, e ha finora sbagliato i conti. Viceversa, droni e missili sugli stabilimenti dell’Aramco hanno mostrato quanto vulnerabile sia il regno saudita, di cui l’Iran in un confronto diretto farebbe un boccone. L’Iran è il capofila dell’esportazione della guerra. In Siria tiene saldamente la posizione, ma è l’Iraq il campo aperto a ogni svolgimento, compreso quello che non è mai avvenuto: che la guerra per bande si tramuti in una guerra civile fra sciiti. Prima dell’invasione turca del nordest siriano, la rivolta a Baghdad e nelle roccaforti sciite irachene aveva fatto più di 100 morti e di 4 mila feriti. Il governo di Abdul Mahdi tiene un precario equilibrio fra patroni iraniani e americani, aggressivi i primi e di fatto, nonostante le stecche in alto e in basso di Trump, remissivi i secondi. Curdi e sunniti iracheni stanno a guardare, e lo stesso Erdogan, che la frontiera curdo-irachena la supera ogni giorno per bombardare il Pkk, non ha rinunciato a una sua genealogia turcomanna e ottomana di Mosul e di Kirkuk. L’Isis, dato per vinto, è ancora padrone delle notti in molti luoghi dell’Iraq. L’intero vicino oriente è un campo di battaglie, e può diventare alla prima scintilla incontrollata un campo di guerra. Gli europei non ci sono. Ma è da loro che, come hanno avvertito – ciascuno a suo modo – Trump e Erdogan, andranno i profughi e i foreign fighter.

 

Che cosa faranno? La Siria sta per ricevere un nuovo status costituzionale, con la regia di Putin. I curdi del Rojava ne sono esclusi, trattati da separatisti, annessi finora, col loro territorio, a un’enclave diplomatico-militare che dava loro la terra e il cielo agli Stati Uniti. Ora il cielo è turco. I curdi siriani e lo stesso Pkk non sono separatisti, né in Siria né altrove (il Pkk è prode, ma non abbastanza coraggioso da scegliere un disarmo unilaterale, nemmeno se ad auspicarlo è il venerato Öcalan). La loro autonomia è legata a una democratizzazione federale degli stati in cui sono recintati. Alle stesse condizioni è legata l’Europa. C’è appena stata una discussione mezzo sbronza sul modo di vita europeo: non c’è in medio oriente niente che somigli di più al beninteso modo di vita europeo che l’esperienza curda. Con una differenza: che allo stile di vita curdo è imposta una ferrea condizione militante, e che il modo di vita europeo non è militante – è il suo lusso. E’ la ragione per cui anche i curdi sognano di andare a Göteborg o a Toronto. Nel Kurdistan iracheno i profughi curdo-siriani sono 235 mila, ed è lì che stanno arrivando i prossimi. Sull’Europa incombe, effettivo, il ricatto dei profughi. Ma l’Europa dovrebbe sentire come proprio il compito di contribuire decisivamente al ritorno dei profughi alle loro terre – non alle loro case, che sono polvere – e non a sostituire la gente curda nelle terre sue. “Aiutarli a casa loro”: in Siria, vuol dire aiutarli a ricostruirsi una casa, una vita.

 

Come ha potuto l’Europa escludersi da questo compito, badare soltanto a comprare il confino umiliato dei profughi in Turchia, la loro reclusione abietta nella bellezza delle isole greche? Sanzioni dell’Europa possono far male, ma Erdogan ha due risorse: la rappresaglia delle gabbie aperte ai profughi, e l’avventura patriottica della guerra ai curdi. Far pesare non la minaccia ma l’eventualità vera di un’espulsione dalla Nato, non è forse la carta più efficace e pulita dell’Europa, anche verso Trump che simula di giocarla lui? La più efficace, anche, su un esercito turco che, pur reduce dall’epurazione violenta e massiccia seguita al tentato colpo del 2016, dev’essere tuttavia sensibile alla perdita completa della tradizione kemalista e del legame con l’occidente? Questione ardua, certo. Erdogan può giocarla lui, l’uscita dalla Nato. Ma avrebbe rinunciato per sempre alla doppiezza che lo tiene a galla, fra Mosca e Washington. E una Turchia estromessa dalla Nato non equivarrebbe a una Brexit militare, nella deriva delle alleanze e dei continenti? Probabilmente sì: ma allora almeno si affronti la questione, che è quella di sempre, se esista un’Europa e se possa esistere senza una Difesa europea.

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