Crisi siriana in otto giorni

Daniele Raineri

Dai piani dello Stato islamico alla nuova alleanza tra curdi e Russia. Storia del collasso seguito alla telefonata fra Trump ed Erdogan

L’Unione europea ha condannato l’azione della Turchia in Siria che “compromette gravemente la stabilità e la sicurezza dell’intera regione”, dice il comunicato ufficiale dei ministri degli Esteri riuniti lunedì in Lussemburgo. Non si è trovato un accordo sull’embargo europeo della vendita di armi ad Ankara, perché ci sono state delle opposizioni interne, in particolare da parte del Regno Unito: ogni paese dell’Ue deciderà autonomamente (così hanno già fatto Svezia, Norvegia, Olanda, Francia e Germania; il ministro degli Esteri Di Maio ha annunciato la firma di un decreto a breve). Berlino ha cercato di dettare la linea strategica: il dialogo con la Turchia deve rimanere aperto, anche perché è un alleato della Nato, ma bisogna reagire con estrema rapidità se la crisi politico-umanitaria peggiora, cioè devono essere pronte misure di contenimento nei confronti delle operazioni di Recep Tayyip Erdogan. La Francia sta cercando di mettere in sicurezza le proprie truppe a sostegno degli americani in Iraq e in Siria e ha chiesto una riunione urgente della coalizione anti Stato islamico per cercare di stabilire un’azione comune. Il prossimo capo della diplomazia europea (ammesso che la Commissione di Ursula von der Leyen riesca a iniziare il suo mandato) Josep Borrell ha detto che un voto unanime sull’embargo è “difficile da ottenere”, solitamente queste politiche vengono adottate “dai singoli paesi” che come inizio non sembra granché rassicurante e anzi conferma la sostanziale inerzia dell’Unione europea nei confronti del conflitto siriano. C’è il patto con la Turchia sui migranti che ovviamente condiziona le mosse europee: Erdogan si è fatto garante, dietro lauto compenso, della gestione del flusso migratorio dalla Siria, e ora usa questo suo potere per imporre un sostanziale silenzio a un’Europa che non è che abbia mai avuto tanta voglia di alzare la voce. Non c’era naturalmente modo di fermare il via libera dato da Donald Trump ai turchi – il presidente americano non ascolta i suoi generali, figurarsi se vuol sentire che cosa hanno da dire gli europei, tanto più che gli effetti collaterali di questa crisi ricadranno più sull’Europa che sull’America – ma l’Ue non ha mai elaborato una propria visione né sul futuro della Siria né sul ruolo che i vari attori internazionali hanno avuto in questo conflitto: molte condanne e molti occhi chiusi, questa è stata la politica estera dell’Ue. Con un’aggravante: i paesi europei non hanno gestito la questione – delicatissima – dei propri foreign fighter, che non sono tornati nei paesi d’origine e ora che stanno scappando dalle prigioni e costituiscono un’ulteriore minaccia, locale e ovviamente per l’Europa.

Il prezzo di una telefonata

Domenica sei ottobre il presidente americano Donald Trump ha dato il via libera all’operazione militare della Turchia nel nord della Siria durante una telefonata con il presidente turco Recep Tayyep Erdogan, senza consultarsi con suoi consiglieri o i generali o i diplomatici. Fonti dell’Amministrazione hanno detto alla rete americana Nbc che Trump al telefono non vedeva l’ora di terminare la conversazione con Erdogan. Negli otto giorni successivi la Turchia ha iniziato l’operazione ed è successo questo. Circa 130 mila persone sono scappate dalle loro case (dato Nazioni Unite), sono andate a ingrossare il numero dei rifugiati siriani e nei prossimi giorni potrebbero diventare molte di più. I curdi senza più la protezione americana hanno fatto l’unica cosa che restava loro da fare, hanno negoziato con i russi e hanno dato all’esercito del regime siriano accesso alle città che vogliono conservare nelle loro mani, come Manbij e Kobane, già da lunedì notte. Fino a oggi non avevano accettato di cederle, ma preferiscono fare così che vederle prese dai turchi. I curdi stanno perdendo il territorio dov’erano maggioranza e i valichi di confine, l’esperienza politica del Kurdistan siriano autonomo è morta.

 

Come molti temevano sarebbe successo ma forse non così presto, mille persone appartenenti a famiglie dello Stato islamico, in maggioranza donne e bambini e quasi tutti stranieri, sono fuggite dal campo di Ain Issa. Ci sono notizie di fughe di combattenti dello Stato islamico da altri campi e da prigioni che sono ancora sotto la responsabilità dei curdi, ma per ora sono informazioni difficili da verificare.

 

La situazione è collassata così in fretta che appena venerdì il Pentagono dichiarava di avere spostato soltanto cinquanta soldati delle forze speciali da una cittadina sul confine e invece domenica ha annunciato il ritiro di mille truppe dal nord della Siria perché “la posizione è intenibile”. I soldati americani dicono di essere stati presi di mira dall’artiglieria turca con colpi di intimidazione. Bracketing si chiama, è quando i cannoni cercano la posizione di un bersaglio con una sequenza di colpi che s’avvicina sempre di più, soltanto che in questo caso non c’è stato il colpo finale. In teoria le truppe americane potrebbero essere spostate più a sud e rimanere in Siria, ma la guerra sta tagliando le loro vie di rifornimento e non potranno stare ancora a lungo. Di fatto gli americani si sono fatti mettere alla porta.

I prigionieri aspettano l’Isis

Lo Stato islamico ha cominciato a distribuire attorno ai campi dove sono rinchiuse migliaia di donne del gruppo una lettera di avvertimento agli abitanti, che intima loro di offrire ospitalità alle donne (le musulmane c’è scritto nel testo) che evaderanno e di nasconderle “fino a quando non arriveremo noi a prenderle”. Altrimenti, dice la lettera, vi sgozziamo. Nei campi per le donne e in quelli dove sono rinchiusi gli uomini – e circa duemila volontari stranieri – c’è un’atmosfera febbrile, ci si aspettano da un momento all’altra grosse operazioni per liberare i detenuti e portare in salvo le loro famiglie. L’ostacolo più grosso per ora è la logistica, i prigionieri sono così tanti (catturati con sforzi enormi e molte vite umane perse) che farli disperdere e trovare loro nascondigli abbastanza in fretta da sfuggire alla caccia non è banale. Se i curdi si alleano con il regime siriano i detenuti si aspettano un trattamento molto peggiore (ma non necessariamente la morte: il regime saprebbe come negoziare per il suo interesse con i paesi di provenienza). La seconda grande campagna gestita da Abu Bakr al Baghdadi quando divenne il capo dello Stato islamico fu quella lunga un anno, tra il mese di Ramadan 2012 e il Ramadan 2013, per assaltare le prigioni e liberare i membri del gruppo. Culminò nel luglio 2013 in un assalto con camion-bomba, colpi di mortaio e centinaia di combattenti alla prigione di Abu Ghraib, in Iraq (sì, la stessa dello scandalo americano nel 2004) che riuscì a liberare centinaia di uomini. Le prigioni sono serbatoi importanti per il gruppo terroristico. Fra i liberati da Abu Ghraib c’erano Abu Abdulrahman al Bilawi, un esperto militare che poi pianificò l’operazione per conquistare Mosul un anno dopo, e Abu Nabil al Anbari, che sempre un anno dopo divenne il capo di tutto lo Stato islamico in Libia. Al Baghdadi vede nei prigionieri liberati dalle celle una super-razza di uomini dello Stato islamico, ancora più ideologizzati, ancora più fanatici, ancora più rabbiosi e riconoscenti. Trump ha scritto su Twitter che gli americani hanno preso in consegna due dei Beatles, la cellula di quattro britannici che rapiva, torturava e uccideva ostaggi occidentali, per evitare che grazie al caos tornino in libertà. Sarebbe uno smacco pubblico orrendo. Gli americani in realtà hanno compilato una lista di cinquanta capi dello Stato islamico da prelevare e portare via, ma i curdi ormai furiosi rifiutano di collaborare. La Casa Bianca aveva detto che la responsabilità delle prigioni dove sono rinchiusi migliaia di fanatici dello Stato islamico sarebbe passata ai turchi ma non si capisce come questo ipotetico e ordinato passaggio di consegne tra nemici – curdi e turchi – sarebbe potuto accadere durante una guerra. Trump in tv ha detto agli americani che gli evasi dello Stato islamico non verranno in America ma torneranno nelle città dell’Europa.

Le milizie siriane di Erdogan

In questa operazione contro i curdi nel nord della Siria l’esercito turco ha schierato anche alcuni gruppi che fino a tre anni fa facevano parte dell’opposizione armata contro il regime di Assad ma che oggi sono diventati estensioni delle forze armate turche o perlomeno agiscono come tali, sebbene siano di nazionalità siriana. Il loro compito, oltre a fornire molta manodopera durante i combattimenti, sarà anche quello di presidiare le aree che finiranno sotto il controllo della Turchia e dove poi saranno riversati più di un milione di profughi – se tutto va secondo i piani del presidente turco Erdogan. Sventolano le bandiere dell’Esercito siriano libero, ma ora si fanno chiamare “Esercito nazionale siriano”, anche se di fatto controllano soltanto una striscia nel nord del paese. Tra questi gruppi quello più in vista è Ahrar al Sharqiya, che in arabo vuol dire “i liberi dell’est” perché i suoi combattenti un tempo facevano parte del gruppo islamista Ahrar al Sham (I liberi della Siria) e ne erano la fazione del governatorato di Deir Ezzor, il più a est del paese. Quando lo Stato islamico invase quella zona quelli di Ahrar al Shaqiyah provarono a resistere ma la disparità di forze era troppa, furono cacciati e si rifugiarono a nord. Nel novembre 2016 divennero un gruppo separato da Ahrar al Sham e si posero sotto il comando turco. Hanno partecipato assieme ai soldati turchi all’operazione “Scudo dell’Eufrate” per cacciare lo Stato islamico dalla città di al Bab e all’operazione “Ramo d’ulivo” per cacciare i curdi dal cantone di Afrin. Adesso sono diventati l’unità di punta di “Fonte della pace”. Sono islamisti ma non hanno legami con al Qaida e con lo Stato islamico. Detto questo, formano un gruppo molto violento, coinvolto in casi di esecuzioni sommarie e in saccheggi, con una retorica molto aggressiva e talvolta combattono con il volto coperto da passamontagna e sfoggiano coltellacci. Il loro leader è “Abu Hatem Shaqra”, accusato di rapimenti e di contrabbando. Nel maggio 2018 ha incontrato Erdogan assieme ad altri capi di gruppi armati a Istanbul e quando è uscito ha detto che il presidente turco aveva promesso loro un’operazione per liberare dai curdi l’est della Siria – quella che è cominciata la settimana scorsa. In questi giorni hanno raggiunto l’autostrada che corre parallela al confine turco-siriano, a una profondità di trenta chilometri, e hanno cominciato a fermare le macchine, a far scendere gli occupanti e in alcuni casi a uccidere i curdi. In Siria non è necessario essere legati al jihad e all’ideologia di al Qaida per essere dei cattivi soggetti.

La grande avanzata di Assad

Il presidente siriano Bashar el Assad ha riguadagnato più terreno ieri che in anni di guerra. I curdi siriani sanno di non potere resistere all’onda d’urto dell’attacco turco e ora che sono rimasti senza la protezione americana hanno fatto un accordo con il regime siriano – che è ancora in corso di definizione. Secondo quello che è trapelato, le Forze siriane democratiche saranno sciolte, perché erano state formate con la sponsorizzazione dell’America. I combattenti saranno inquadrati nel cosiddetto “Quinto Corpo” dell’esercito siriano, che è quello formato con le milizie paramilitari e con i gruppi ribelli che si arrendono, addestrato e guidato dai consiglieri militari della Russia. Se questa clausola dell’accordo fosse confermata, il simbolismo non potrebbe essere più chiaro. Da sotto l’ombrello americano si passa sotto all’ombrello russo. Il regime manderà i suoi soldati nelle città di Kobane e di Manbij, che rischiano di cadere nelle prossime ore in mano ai turchi e alle milizie siriane loro alleate. Kobane, sul confine, fu una delle prime città dove si videro proteste di massa contro Assad di curdi e arabi nel 2011 e tre anni dopo nell’inverno 2014 divenne la città simbolo della resistenza e della riscossa curda contro lo Stato islamico.

 

I curdi hanno anche chiesto che nella nuova Costituzione siriana siano riconosciuti loro “pieni diritti”, cosa che prima della rivolta non accadeva. Finora avevano rifiutato di scendere a patti con Damasco perché pensavano di non ottenere abbastanza dai negoziati. Oggi non hanno più alcun potere negoziale perché sono esposti a un attacco che minaccia di spazzarli via e quindi sono costretti ad accettare qualsiasi condizione. Il problema è che in quelle aree abitano moltissimi oppositori del regime che di colpo si trovano a portata di un nemico che era lontano centinaia di chilometri. I giornalisti stranieri sono fuggiti tutti per non correre rischi, gli oppositori saranno esposti alla specialità del regime siriano: la repressione brutale, fatta di torture e sparizioni.

Inviato speciale del fallimento

Nel settembre 2018, quando già il presidente americano Donald Trump aveva dato segni di volere abbandonare la Siria al suo destino, ci fu un brusco cambio di strategia da parte dell’America – almeno all’apparenza. Fonti dell’Amministrazione annunciavano ai giornali americani obiettivi molto ambiziosi, come la cacciata di tutte le forze iraniane e delle milizie a loro collegate dalla Siria e anche la formazione di un governo siriano che fosse accettabile dalla comunità internazionale. Sradicare gli iraniani dalla Siria e rimpiazzare a Damasco il governo di Bashar el Assad: in pratica una manovra politico-militare impegnativa tanto quanto l’invasione dell’Iraq nel 2003, se non di più. Tra chi proponeva questa visione c’era anche James Jeffrey, inviato speciale dell’Amministrazione Trump per la Siria, 73 anni, esperienza diplomatica enorme, ex ambasciatore in Iraq e in Turchia, che viaggiava e continuava a ripetere questo mantra dell’impegno americano. La cosa valeva anche per i curdi, che Jeffrey aveva il compito di rassicurare: non vi abbandoneremo, il nostro è un piano a lungo termine e voi fate parte di questo piano, puntate sulla nostra alleanza e amicizia di lunga durata. Ora Jeffrey è suo malgrado diventato il volto simbolo di quel pezzo di Amministrazione Trump che credeva di poter agire senza tenere in contro il volere diretto del presidente. Per mesi questa fazione di diplomatici, generali ed esperti ha tentato di aggirare gli ordini di Trump, che talvolta arrivavano via tweet – magari dopo una telefonata con Erdogan. Nel dicembre 2018 il presidente annunciò il ritiro totale entro metà gennaio, ma la fazione interna riuscì in qualche modo a contenere il danno e a lasciare un contingente americano in Siria. Ma questa illusione pericolosissima non poteva durare per sempre e Trump l’ha distrutta nello spazio di una telefonata con Erdogan domenica 6 ottobre. Di tutti gli altri obiettivi come “sradicare gli iraniani” non c’è traccia, viene da sorridere soltanto a nominarli. Ancora una volta, il mondo ha visto che l’unico che conta e può garantire risultati è Trump, le rassicurazioni che arrivano dal resto di Washington valgono zero. Chi si illude finisce come i curdi.

Occhio alla disinformazione

Questa operazione militare lanciata dalla Turchia contro i curdi è ad alto rischio disinformazione. Due giorni fa Trump scriveva su Twitter di non essere intervenuto durante un’altra campagna contro i curdi avvenuta due anni fa in Siria, ma si confonde con gli scontri che avvennero fra esercito iracheno e curdi iracheni nella zona di Kirkuk, in Iraq. Se il presidente degli Stati Uniti, che ha a disposizione i migliori sistema di raccolta informazioni del mondo, cade in confusione, figurarsi cosa potrà succedere. In questi giorni girava una frase di Erdogan che chiede all’esercito turco di essere “l’esercito di Maometto” e suona come un riferimento religioso raggelante; invece la traduzione esatta è l’esercito di Mehmet, un sergente dell’esercito ottomano che un secolo fa divenne una figura eroica tradizionale per tutte le forze armate turche. Lunedì la Turchia faceva circolare la voce che i curdi stessero liberando prigionieri dello Stato islamico per poi dare la colpa ai turchi, un rumor colto anche da Trump in un tweet, ma ufficiali americani smentiscono. Anzi, i curdi dicono che la Turchia prende di mira deliberatamente le prigioni con i suoi bombardamenti così le guardie e i prigionieri scappano – e ogni combattente dello Stato islamico in libertà è un guerrigliero che può attaccare i curdi alle spalle. Tre anni fa il sito della propaganda russa in lingua inglese, Sputnik, descriveva le operazioni dei gruppi armati siriani contro i curdi come “operazioni contro i terroristi” del Pkk. Ma in questo momento i curdi si sono messi sotto la protezione del regime di Assad e della Russia, quindi è probabile che Sputnik designerà le milizie filoturche come “terroristi” e tratterà bene i curdi. Questo è il contesto da cui arrivano le notizie e i giornalisti internazionali che potevano garantire uno standard minimo di decenza nel cogliere le informazioni hanno dovuto abbandonare la zona perché la situazione è troppo rischiosa. Turchia e Russia sono specializzate nel creare cortine fumogene, quando conviene. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane serviranno intelligenza e sangue freddo per orientarsi nelle notizie che arrivano dalla crisi al confine turco-siriano.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)