Il culto delle profezie che non si avverano

Guido Vitiello

Dopo i casi di Dorothy Martin e Karl Marx, la storia si ripete con la rovinosa sconfitta elettorale di Jeremy Corbyn

Chicago, anni Cinquanta. La casalinga Dorothy Martin riceve un messaggio dal pianeta Clarion: il mondo finirà in un grande diluvio il 21 dicembre 1954, prima dell’alba. I suoi seguaci lasciano famiglia, lavoro e averi per prepararsi al giorno fatale. Piccolo imprevisto: il mondo non finisce. Forse perché l’intera storiella della profezia era una boiata pazzesca? No di certo, dicono loro: il mondo è salvo grazie alla potenza della nostra fede, motivo per crederci ancora di più. La storia è raccontata in un classico della psicologia sociale, “When prophecy fails”. Londra, seconda metà dell’Ottocento. Un certo Karl Marx aveva sostenuto che la legge assoluta e generale dell’accumulazione capitalistica è la miseria crescente del proletariato, premessa dell’apocalisse rivoluzionaria. Anche questa profezia fallisce, e i proletari inglesi cominciano a imborghesirsi. Che fare? Abbandonare il culto? E perché mai: Marx stesso, e soprattutto Engels, resistono alle smentite dell’esperienza elaborando quella che Popper chiamerà un’ipotesi ausiliaria. La tendenza alla caduta del tasso di profitto e, con essa, la crescente miseria sono neutralizzate dagli effetti dello sfruttamento coloniale, ossia dall’imperialismo moderno. La legge assoluta e generale è salva, l’inconveniente tecnico è risolto e il marxismo può ripartire di slancio per un nuovo secolo di fallimenti. Londra, 2019. Jeremy Corbyn, che aveva finalmente impresso al partito la svolta a sinistra invocata da molti, perde rovinosamente le elezioni (lo spazio è finito, continuate voi).

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