Sardine in sordina

Guido Vitiello

Il nuovo movimento sovverte lo schema della piazza urlante di giovani contrapposta a una maggioranza silenziosa di adulti. Vince il basso profilo. Un caso raro per la politica, ma assai meno per il teatro

L’assonanza tra sardina e sordina torna spesso in questi giorni – dopotutto, ogni cronista si trascina dietro un poeta riluttante, in ceppi – ma per una volta la somiglianza non è solo tra i suoni. “Non avevo mai visto in vita mia una manifestazione che inneggia alla civiltà dei toni”, ha confessato Romano Prodi a Repubblica. In effetti, lo schema più familiare vuole una piazza urlante di giovani contrapposta a una maggioranza silenziosa di adulti che ostentano un senatoriale contegno. E invece, eccoci al cospetto di una piazza di giovani tutto sommato compassati che richiama all’ordine una gerontocrazia impazzita di malvissuti schiamazzanti, molti dei quali pretendono per giunta di schiamazzare “fuori dal coro”. Un conflitto del genere sarà pur raro per la politica, ma lo è assai meno per il teatro. Nella sua “Psychocritique du genre comique” (1964), il critico Charles Mauron provò a sostenere che la commedia greca e latina, prototipi di ogni commedia successiva, inscenano ripetutamente un piccolo numero di “fantasie di trionfo”: tra queste la rivalsa generazionale, che culmina spesso con la punizione di vecchi capricciosi, ridicoli, puerili e indegni di rispetto. Lo psicodramma italiano è giunto appunto a questo atto. Giovani tromboni contro vecchie trombette: non so se Luca Mastrantonio avesse in mente Plauto, Totò o tutti e due quando, nel saggio “Intellettuali del piffero” (Marsilio), presentava così il duello tra generazioni. Ma nella logica della sezione fiati, è perfino scontato che lo strumento di rivalsa delle sardine sia proprio la sordina.

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