Tech contra virus

Eugenio Cau

Dai sistemi di smartworking alle applicazioni per contenere i contagi fino alla corsa al vaccino. La tecnologia può aiutarci a battere la pandemia

L’epidemia di coronavirus è un fatto di prime volte. Per milioni di italiani, di europei e di americani è la prima volta dell’isolamento in casa e della “limitazione della socialità”, per le autorità sanitarie è la prima volta di una pandemia come non se ne vedevano da molte generazioni, per milioni di bambini e ragazzi comincia una strana primavera senza scuola e senza poter uscire. Il mondo della tecnologia è abituato alle prime volte, e si è adattato piuttosto rapidamente alla nuova vita nell’èra del coronavirus. Negli Stati Uniti, per esempio, la prima azienda a raccomandare ai propri 4.800 dipendenti in tutto il mondo di lavorare da casa è stata un’azienda di tecnologia, Twitter. Per i social network e i motori di ricerca il coronavirus ha significato per la prima volta un’assunzione di responsabilità generalizzata e mai vista. In Cina, invece, il governo ha usato la tecnologia per mettere in piedi un dispositivo di sorveglianza raffinato e pervasivo come mai prima: l’ha fatto per una buona causa, e con successo, ma non è detto che con il ritorno alla normalità i cittadini riotterranno le libertà perdute. Per una parte consistente di attività analogiche, il coronavirus è stato la spinta verso una digitalizzazione a tappe forzate, e milioni di studenti hanno per la prima volta assistito a una lezione online; alcuni si sono perfino laureati online, e anche questa è una prima volta. E poi, ovviamente, ci sono le tante aziende di biotech che corrono per essere le prime a trovare un vaccino.

   

La app di sorveglianza cinese, quella coreana più democratica e Boris Johnson che chiama a raccolta gli esperti tech

Questo è un elenco incompleto di come la tecnologia sta reagendo alla più grave crisi sanitaria della nostra èra. Lo fa in parte con l’ottimismo siliconvalleyano che la caratterizza da sempre, la convinzione inflessibile che non c’è problema di cui non si possa ingegnerizzare una soluzione e che il mondo intero sia un puzzle che aspetta soltanto di essere risolto. E lo fa in parte con un senso di responsabilità nuovo, acquisito soltanto negli ultimi anni, che in queste settimane e in questi mesi sarà messo alla prova. L’elenco è diviso in sezioni, i campi più notevoli in cui la tecnologia sta intervenendo, cioè il contenimento della malattia; l’informazione, e soprattutto la lotta alla disinformazione; i progetti smart, cioè il lavoro da remoto e lo studio da casa; e infine la tecnologia medicale.

 

Contenimento

Il primo governo a usare la tecnologia per sorvegliare e correggere il comportamento dei propri cittadini nel pieno dell’epidemia è stato ovviamente quello cinese. Nei primi giorni di diffusione del contagio in Cina si scherzava perché ora che tutti portavano la mascherina le telecamere intelligenti con riconoscimento facciale non riuscivano più a distinguere i volti. Ma presto le telecamere si sono aggiornate, hanno imparato a riconoscere le facce anche con la mascherina e vicino si sono aggiunti scan termici per misurare la febbre, e la quantità di dati a disposizione del governo è stata aumentata. A febbraio poi è stata rilasciata la app Alipay Health Code, realizzata con tecnologia di Ant Financial, che è la compagnia sorella di Alibaba. La app attribuisce a ciascun cittadino un codice colore, verde giallo o rosso, in base al suo stato di salute o al livello di rischio. Con codice verde si può circolare senza particolari restrizioni. Codice giallo significa che è necessaria una quarantena di sette giorni. Codice rosso significa quarantena di due settimane. Per attribuire i codici, il governo cinese usa un’enorme quantità di dati: monitora attraverso cellulare gli spostamenti dei cittadini, acquisisce informazioni sugli acquisti e sulle abitudini dei singoli e li incrocia con i dati delle telecamere di sorveglianza. A ogni check point, per esempio all’ingresso dei trasporti pubblici, i codici sono controllati e scannerizzati. E’ tutto piuttosto efficace, con un twist autoritario che ha scoperto il New York Times: i dati vengono inviati anche alla polizia, non si sa mai. Perfino per i cittadini cinesi questo tipo di sorveglianza è straordinario, e infatti il governo usa l’espressione Feicháng shíqí, “momento eccezionale”, per giustificare queste misure. Ma c’è molto scetticismo su questa eccezionalità.

 

Sistemi del genere non appartengono soltanto ai governi autoritari. Come ha raccontato Giulia Pompili su queste pagine, anche la democratica Corea del sud ha creato un’app che traccia i contagiati usando geolocalizzazione e incrociando altri dati. Qui c’è più trasparenza però: i movimenti dei contagiati, tutti anonimi (ma se c’è chi si dà da fare per identificarli), sono resi disponibili al pubblico. Anche in Europa alcuni esperti stanno pensando a sistemi digitali di monitoraggio degli spostamenti, magari su base volontaria, in una gradazione che non sfoci nella sorveglianza. Si cercano anche misure creative. Mercoledì, ha scritto BuzzFeed, il primo ministro britannico Boris Johnson ha convocato a Downing Street i manager delle principali compagnie di internet per chiedere aiuto nel contenimento del virus con “dati, risorse ed esperienza”.

 

Informazione

Non sottovalutate gli spazi informativi con link ai siti delle autorità sanitarie che trovate tutte le volte che fate una ricerca sul coronavirus su Google, su Facebook e su Twitter, o quelli che YouTube vi propone inframmezzati ai video. Potrebbero sembrare il minimo, un’operazione doverosa e necessaria, ma per le piattaforme digitali della Silicon Valley sono un passo avanti – potrebbero quasi essere definiti una prima volta. Il modello di business di queste piattaforme, e specie dei social, è la personalizzazione del contenuto. Raccolgono dati su ciascun utente e gli mostrano soltanto ciò che lo attrae di più, in modo da tenerlo attaccato allo schermo e potergli somministrare più pubblicità. Utilizzare una parte consistente di spazio sullo schermo per mostrare avvisi di salute pubblica tutti uguali e standardizzati va contro il modello di business delle piattaforme, e il fatto che nonostante questo tutte abbiano deciso di mostrare gli avvisi in maniera proattiva è meritevole.

 

Le piattaforme fanno inoltre un lavoro migliore del solito nell’eliminazione delle fake news. Per esempio, fino alla metà di questa settimana YouTube aveva demonetizzato tutti i video che parlavano di coronavirus, in modo da eliminare incentivi economici per i video sensazionalistici (adesso la policy è cambiata leggermente). Anche Facebook e Twitter sono più solerti, e infatti finora la stragrande maggioranza delle bufale che abbiamo visto circolare, dalla vitamina C che previene la polmonite alle operazioni segrete nelle basi americane, è nata da gruppi WhatsApp. I sistemi di chat sono un vulnus gigantesco: nessuno, né le piattaforme né le autorità, è in grado di monitorare cosa passa dentro alle conversazioni, a causa della crittografia end-to-end, che di solito serve per proteggere le comunicazioni degli utenti ma diventa pericolosa in momenti di crisi come questo. Le informazioni circolano incontrollate, e le uniche misure che si possono prendere riguardano la limitazione delle capacità di condivisione dentro ai gruppi. E dunque ecco una regola generale: WhatsApp e Telegram, in questo momento, sono il luogo peggiore in assoluto in cui trovare informazioni sul coronavirus.

  

Smart

Si è parlato molto in questi giorni delle molte e giuste iniziative di varie compagnie che gestiscono piattaforme di comunicazione a distanza e di e-learning e che hanno aperto e reso gratuiti i loro sistemi per aiutare le aziende, le scuole e le università. Google, Cisco, Ibm, Amazon, Microsoft: tutti hanno fatto uno sforzo per aiutare milioni di studenti a fare lezione da casa e milioni di lavoratori a fare riunioni in remoto e a usare sistemi di collaborazione di vario tipo. Il mondo della tecnologia è preparato da tempo a evenienze di questo tipo. Anzi, la decentralizzazione del lavoro è uno degli elementi fondamentali dell’ideologia della Silicon Valley, dove molti ceo teorizzano la fine degli uffici e la nascita di luoghi di lavoro distribuiti, dove il tavolino di un bar e un portatile sono tutto quello che serve per essere produttivi. Alcune aziende sono così da anni: Github per esempio consente a tutti piena libertà, e alcuni ingegneri trascorrono mesi senza presentarsi in azienda. Lo stesso vale per Automattic, che è la casa madre di Wordpress, e anche il ceo di Twitter Jack Dorsey ha detto che vorrebbe trasformare il social network in un’azienda distribuita. Il ceo di Automattic, Matt Mullenweg, è un evangelista del metodo di lavoro distribuito, l’anno scorso ha fatto un Ted Talk sul tema e ha un podcast che si chiama “Distributed Podcast”. Il 5 marzo ha scritto sul suo blog che ovviamente “non era così che mi ero immaginato la rivoluzione del lavoro distribuito”, ma che nella tragedia e nell’emergenza si possono trovare opportunità: molti manager capiranno che da remoto è possibile fare meeting e riunioni non soltanto efficienti quanto quelle tradizionali, ma migliori, e che il lavoro a distanza è un’opportunità di crescita, anche i talebani del cartellino da timbrare si saranno convinti che c’è del buono nello smartworking.

  

Si è aperto il dibattito, e uno degli interventi più condivisi è stato quello del columnist del New York Times Kevin Roose, che ha tirato fuori alcune ricerche interessanti. E’ vero, i lavoratori da casa sono mediamente più produttivi, e anche di un bel po’. Ma quello che guadagnano in produttività lo perdono in creatività e in pensiero innovativo. E qui Roose cita Steve Jobs, che era contrarissimo al lavoro da remoto perché “la creatività nasce da incontri spontanei, da discussioni casuali”, non dallo stare da soli davanti a un computer. E dunque il modo davvero smart per fare smartworking in questi giorni in cui siamo tutti obbligati è parlare il più possibile con colleghi e collaboratori. Non rinunciamo alle riunioni e alle chiacchiere, ne va della qualità del lavoro. La tecnologia in questo può aiutare.

 

Biotech

Ci sono decine di aziende che hanno cominciato a lavorare a un vaccino, ma per ora soltanto tre sono pronte a cominciare i test

E’ quello che vogliamo tutti e l’obiettivo taciuto di tutte le misure di contenimento adottate finora dai governi mondiali: prendere tempo in attesa che si trovino una cura o un vaccino al coronavirus. Per ora sembrano entrambi piuttosto lontani: per avere un vaccino utilizzabile, infatti, le stime parlano di almeno un anno di attesa, forse due, e anche se il wishful thinking dice il contrario, anche se ci sarebbero sia l’attenzione di tutto il mondo sia gli interessi economici (chi trova il vaccino fa soldi a palate), gli esperti sono inamovibili: per il vaccino bisogna aspettare. Ma il settore biotech in queste settimane è un po’ come le fabbriche cinesi che hanno reindirizzato la produzione alle mascherine: tutti pensano esclusivamente al coronavirus.

 

Cominciamo dai test: la Corea del sud ha mostrato che averne di efficienti, e avere la possibilità di farne tanti è un ottimo strumento di contenimento. In Italia i laboratori capaci di analizzare i test per il virus sono andati troppo presto in sovraccarico, e questo ha portato il governo a decidere di testare esclusivamente chi aveva già sintomi. In questo modo i positivi asintomatici o con sintomi lievi sono finiti inosservati, e si è persa la possibilità di avere stime corrette sui casi reali. Al contrario in Corea del sud, anche a causa dei fallimenti nel contenimento di precedenti epidemie, molti laboratori hanno cominciato a sviluppare test già a metà gennaio e questo ha fatto sì che quando ce n’è stato bisogno i test fossero numerosi, disponibili e gratuiti.

 

In occidente la tecnologia si muove per recuperare il terreno perduto. La fondazione di Bill e Melinda Gates, dopo aver donato 100 milioni di dollari alla ricerca sul coronavirus, ha sviluppato un test che distribuirà nell’area di Seattle grazie al sostegno di Amazon, per sopperire alle carenze del sistema sanitario americano. Nel frattempo un laboratorio in New Jersey e un ospedale di alto livello a Cleveland hanno annunciato di aver messo a punto un test che fornisce risultati in poche ore, e non in giorni come succede con i test attuali.

 

Capitolo vaccini: almeno una quindicina di compagnie farmaceutiche e di startup biotech soltanto in America hanno annunciato di aver cominciato la ricerca per un vaccino, più molte altre in giro per il mondo. Finora, soltanto tre compagnie e istituti sanitari hanno annunciato di essere sul punto di entrare nella fase clinica, che è quella della sperimentazione. La prima è Moderna Therapeutics, una startup americana che vale oltre un miliardo di dollari e che è famosa perché fa ricerca ad altissimo grado di innovazione per creare terapie per il cancro personalizzate paziente per paziente. Moderna aveva già lavorato alla risposta sanitaria durante l’emergenza Zika nel 2015, e a fine febbraio ha detto di aver creato un vaccino che fa uso delle molecole mRNA per stimolare la risposta immunitaria. E’ un’innovazione grossa, perché per ora nessun vaccino del genere è mai stato immesso sul mercato, e la fretta sta facendo bruciare le tappe: la sperimentazione su esseri umani dovrebbe cominciare già ad aprile e le istituzioni progettano di saltare la sperimentazione sugli animali, che non è obbligatoria per la legge americana ma è una pratica quasi universalmente considerata essenziale.

 

In Israele, intanto, il ministro per la Scienza e la tecnologia Ofir Akunis ha annunciato che tra poche settimane anche il Migal, l’Istituto di ricerca della Galilea, potrebbe avere pronto un vaccino, che riuscirebbe a superare i test “in 90 giorni”. Il team israeliano ha avuto fortuna: gli scienziati hanno trascorso gli ultimi quattro anni a fare ricerca per un vaccino contro le bronchiti virali, e per puro caso hanno scelto di usare un coronavirus simile al Covid-19 come caso di studio. Secondo i giornali israeliani anche un altro centro di ricerca, l’Istituto di ricerca biologica, potrebbe a breve annunciare la creazione di un vaccino.

 

Due giorni fa anche l’azienda canadese Medicago, che è di Quebec City e ha grossi finanziamenti dal Pentagono, ha annunciato di aver trovato il vaccino con un procedimento sperimentale che rende più veloce la sua realizzazione, anche in massa. Abitualmente i vaccini sono creati coltivando i patogeni dentro a uova di gallina, che fungono da bioreattori. Ne servono moltissime e il processo è molto lento. Medicago, invece, ha usato un batterio del suolo e una pianta cugina del tabacco come bioreattore, velocizzando il processo. Il ceo dell’azienda, Bruce Clark, ha detto che un vaccino potrebbe essere disponibile sul mercato a partire da novembre.

 

Le compagnie che cercano una cura per il coronavirus sono ancora di più di quelle che cercano un vaccino. Ci sono farmaci sperimentali in fase di sviluppo, ci sono farmaci già in commercio che vengono utilizzati “off label”, come per esempio il tocilizumab, farmaco per l’artrite reumatoide che dà buoni risultati quando somministrato ai casi gravi di polmonite interstiziale, quella provocata dal coronavirus.

 

In questo campo, la tecnologia mette a disposizione la sua capacità di calcolo. Ibm, per esempio, ha attivato uno dei supercomputer più potenti del mondo per facilitare la gestione dei dati nella ricerca di una cura. Summit – così si chiama il supercomputer – riesce a simulare la reazione del coronavirus a contatto con i composti creati in laboratorio e in questo modo consente ai ricercatori di risparmiare moltissimo tempo. Il computer ha già fatto migliaia di simulazioni, e pochi giorni fa Ibm ha comunicato di aver trovato 77 composti “con il potenziale di compromettere la capacità del Covid-19 di attaccare e infettare le cellule ospiti”.

Secondo le ricerche il lavoro a casa aumenta la produttività ma riduce creatività e qualità: non bisogna perdere i momenti di confronto

Il settore biotech è un po’ come le fabbriche cinesi che hanno reindirizzato la produzione alle mascherine: si pensa solo al virus

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.