Mary South, giovane scrittrice americana, ha da poco pubblicato negli Stati Uniti la sua prima raccolta di racconti, intitolata “You Will Never Be Forgotten” (nella foto CES 2020 - LaPresse)

I digitali dell'altro mondo

Mattia Ferraresi

I personaggi dei racconti di Mary South sono gli scarti dell’universo iperconnesso in cerca di salvezza

La raccolta di racconti di Mary South, You Will Never Be Forgotten, uscita pochi giorni fa in America, è esilarante e devastante quanto la condizione contemporanea che intende rappresentare. Per la verità è più devastante che esilarante, come testimonia anche la copertina – perfetto esemplare a cura dell’editore Farrar, Straus & Giroux – dove campeggiano tre emoji, uno con la bocca all’ingiù, uno con la bocca orizzontale, l’altro senza bocca. La faccina sorridente non ha passato la selezione dell’art director. E in effetti leggendo si sorride, e si ride anche, ma non si fa in tempo a girare pagina che la piega della bocca si è trasformata in una specie di faccia da Joker, nella versione di Joaquin Phoenix, e la voglia di rallegrarsi viene sostituita da quella di ingoiare pasticche di ossicodone direttamente dal tubetto.

 

I racconti di South parlano delle nostre identità digitali distorte, dell’incapacità di intessere relazioni a dispetto, anzi a causa, della connessione permanente, dell’estenuante presenza di schermi nelle nostre vite, della bruttezza e dell’odio online, dei meme da quarantenni, del narcisismo brandizzato, dell’impossibile oblio digitale, del revenge porn, del capitalismo di sorveglianza visto non dalla professoressa di Harvard ma dalla segretaria e dall’impiegato medio e mediocre di qualche social, dell’assurdità dei troll russi e della suprema assurdità di chi deve moderarli nei motori di ricerca e nei consessi perbene che vanno schermati dall’hate speech.

 

La raccolta “You Will Never Be Forgotten” è esilarante e devastante quanto la condizione umana che intende rappresentare

Sono temi e sentimenti avvicinabili, almeno in parte, a un certo animo che s’aggira della coda finale dei millennial, specie quella “avanguardia dell’avanguardia” di venture capitalist e manager in Tesla che nella Silicon Valley manda i figli nelle scuole dove si scrive con il pennino e il calamaio. Sono quelli che forse sanno un segreto ma si guardano bene dal dirlo. South scrive, insomma, lanciando una critica violenta e lacerante a un mondo di cui pure fa parte, senza indulgere nella finzione inverosimile e inutilmente snobistica della luddista che punta il dito sulle brutture del mondo digitale. Racconta dal di dentro. Detto altrimenti, non è inciampata laddove è inciampato Dave Eggers quando ha scritto The Circle. Il punto, ha spiegato in un’intervista al New Yorker, settimanale per cui ha lavorato, nella sezione fiction, non è la tecnologia, ma “la profonda solitudine che i personaggi sperimentano, e ciò che la tecnologia rivela sui loro stati mentali”. Insomma, non si tratta di una critica alla tecnologia, ma di una critica agli esseri umani contemporanei digitalizzati, al loro modo di concepirsi e rapportarsi con gli altri, tutte faccende che la ipertecnologizzazione non crea, ma semplicemente amplifica e mette in luce.

  

Incontrando scenari del genere clonazione seriale di essere umani a scopo di sostituzione di organi, roba da The Island o Black Mirror, si può per un attimo credere di essere caduti nel solito calderone della distopia, genere che è venuto a noia quando l’aggettivo derivato è diventato un bene di consumo per politici minori e influencer. Ma qui non siamo di fronte a scenari “massimamente indesiderabili”, per stare al vocabolario, cioè a degenerazioni deliranti, esagerazioni aumentate esponenzialmente di difetti e contraddizioni già presenti nell’oggi. No: South racconta il presente tendendo una mano, armata del relativo device, verso il futuro prossimo, come un batterista che nel set dal vivo anticipa leggermente le battute per dare un andamento più vivace al pezzo. L’atmosfera è avveniristica quanto può esserlo il Michel Houellebecq di La possibilità di un’isola, romanzo che affronta il ginepraio dell’esistenza, non fa previsioni sulle brutture di un domani peggiore.

  

La protagonista digita una frase che ricorda una battuta di “Fight Club”: “Perché roviniamo tutto ciò che è buono?”

Apre la raccolta la storia di una vedova inconsolabile che si affeziona troppo a un particolare esemplare di Keith, uno degli esseri umani che vengono creati e tenuti in magazzini in stato di sedazione permanente per poi offrire reni, cuori, cornee e quant’altro a chi, bisognoso, li acquisterà. I Keith sono esemplari mediocri, sono progettati per non avere particolari qualità, nel rango dei prodotti biologici occupano un posto simile a quello di H&M nella moda, mentre altrove, in altri magazzini remoti e meglio protetti, esistono anche “Keith su misura, concepiti per adattarsi a un genoma individuale”, e che perciò non hanno bisogno di tutti quei farmaci quando i loro organi vengono impiantati. La scrittura asciutta, devota alla paratassi, lascia intendere senza dire com’è che questa infermiera di umani coltivati finisce per innamorarsi, o qualcosa del genere, di un Keith marcato da una voglia. Il clone improvvisamente si risveglia, per qualche ragione le nuove sedazioni non lo riportano al torpore, e il comitato etico in un attimo delibera che per il momento deve vivere. Vuole essere lei la sua custode legale per il momento? Sì. Così se lo porta a casa, nel tentativo disperato e amarissimo di farne un surrogato del marito morto. Finisce tutto con un’iniezione letale di morfina: lei dice “ti amo” e si rende conto che niente, né il marito né il Keith con la voglia e nemmeno la dose di morfina è mai stato suo.

 

In un altro racconto, The Age of Love, gli anziani in una clinica vengono affidati alle cure di macchine, non solo per ragioni di efficienza e contenimento dei costi, ma anche perché chi ha progettato la casa di riposo “ha pensato che le persone nello stadio finale della vita trovassero più sicuro rivelare la loro intimità più profonda a un oggetto, che non li avrebbe mai abbandonati e giudicati”. La cosa va a parare dalle parti del sesso telefonico per la terza età, non senza aprire scenari grotteschi, ma il dramma più profondo è che la fase finale dell’esistenza, invece che ritornare verso il focolare degli affetti, vira verso la freddezza amorale delle macchine. Spesso capita che South trovi la formula perfetta per sbugiardare qualche tropo orrendo della cultura digitale, ma con il genio di andare a scovare quelli su cui ancora non è lecito scherzare. Il cancro, ad esempio. In un racconto un personaggio svela al malato cosa accadrà dopo la diagnosi: “Stanchezza, sbalzi d’umore, debolezza muscolare, confusione circa il funzionamento del tostapane. Famigliari e amici passeranno per dirti che sei una ‘ispirazione’ o per dirti frasi sull’indomito spirito umano. Prolifereranno aggiornamenti incoraggianti sui social media che ti daranno buone notizie sul decorso, oppure ti diranno che il tumore potrà uccidere qualche cellula cerebrale ma non potrà uccidere il tuo senso dell’umorismo”. Not Setsuko racconta la vicenda di una donna che perde una figlia all’età di nove anni, decide di averne un’altra che cresce come la replica esatta di quella morta, fino a convincersi, in un delirio sconfinato, che si tratta davvero della stessa bambina. Per rendere le circostanze il più possibile simili uccide il gatto della seconda figlia nello stesso giorno in cui il gatto della prima si era spento per cause naturali. Ne conclude che la bambina “ha amato il gatto la seconda volta quanto la prima”.

 

I racconti parlano delle identità digitali distorte, dell’odio online, dei meme da quarantenni, del narcisismo brandizzato

Il racconto che dà il titolo alla raccolta, pubblicato originariamente sul New Yorker, ha come protagonisti una donna, chiamata soltanto la “donna”, e il suo stupratore, chiamato soltanto “lo stupratore”, il quale è accompagnato dalla sua nuova ragazza, chiamata soltanto “la ragazza dello stupratore”. La donna lavora nel “più famoso motore di ricerca del mondo”, in una “stanza senza finestre né sistema di ventilazione, gomito a gomito con altre anime sventurate”. Il suo titolo è “digital media curator”, “come se fosse un’assistente in una galleria d’arte o una graphic designer per un’azienda vinicola”. In effetti è una specie di “sommellier delle decapitazioni”, scrive South, perché il suo lavoro consiste nell’emendare i contenuti proibiti che vengono messi online: attentati terroristici, omicidi in diretta, pedopornografia, mutilazioni, cannibalismo, incidenti stradali, stupri, stralci di crimini di guerra, ma anche incitamenti alla violenza, contenuti razzisti e discriminatori di vario genere. Nonostante il rapido turnover da Silicon Valley, la donna ha lavorato in quell’ufficio abbastanza a lungo da calcolare il tempo non solo nel solito modo, guardando l’alternarsi delle stagioni e delle festività, ma anche prendendo come paletti “le volte in cui è stata più traumatizzata dalle immagini che si è trovata a moderare”. E’ la rappresentante di un sottoproletariato digitale destinato a scomparire, perché il più famoso motore di ricerca del mondo sta lavorando a “un algoritmo abbastanza sofisticato da scremare da sé il peggio che l’umanità ha da offrire”. Lo stupratore è un triatleta che ha lanciato una newsletter come strumento motivazionale per atleti, ma che poi è diventata molto di più: “Una meditazione sulla salute, la tecnologia, la spiritualità, la cultura e, ovviamente, sullo spingersi oltre i propri limiti e non capire il significato della parola no”, scrive South, racchiudendo in tre righe e mezzo interi mondi.

 

Spesso capita che South trovi la formula perfetta per sbugiardare qualche orrendo luogo comune della cultura digitale

Lo stupratore ama scrivere frasi di questo genere: “La ragione per cui non faccio selfie è la stessa ragione per cui rifiuto di usare app per tracciare l’attività fisica. Se sei concentrato sul monitoraggio del tuo battito cardiaco, ti dimentichi di sentire il battito del tuo cuore. Smettiamola di accumulare immagini nelle nostre cloud e iniziamo a stoccarle nella nostra memoria biologica. Finché non invecchieremo e andremo fuori di testa, ma speriamo che a quel punto ci sia una soluzione medica o una app che sconfigge le demenza senile. Morte al selfie”. La ragazza dello stupratore ama i selfie molto di più del suo ragazzo. E’ convinta che insieme renderanno il mondo un posto migliore. Lei ha inventato “la sola app sul mercato pensata esclusivamente per risolvere il problema della solitudine”, ed è proprio attraverso quella app che la donna ha incontrato lo stupratore. Il fatto è che la donna non segue il suo stupratore online, non ufficialmente almeno, ma lo segue nella vita reale. Lo pedina, guarde le sue mosse, sa che sotto lo zerbino del suo appartamento c’è una chiave attaccata al pavimento sotto il nastro adesivo, perché lo stupratore non è il tipo da temere l’irruzione dei ladri. Il fatto che lo stupratore sia uno stupratore e che la moderatrice di orrori online abbia una certa sete di vendetta, inevitabilmente diretta anche contro la ragazza che sa più di quanto dice, genera un plot rocambolesco e lacerante. Non è detto che il racconto contenga una morale, ma se c’è si esprime nel momento in cui la donna, ritornata nell’ufficio senza finestra del motore di ricerca più famoso del mondo, digita una frase che ricorda una battuta memorabile di Fight Club: “Perché roviniamo tutto ciò che è buono?”. In un forum, qualcuno ha una risposta: “Per la stessa ragione per cui non resistiamo a lasciare le nostre impronte su un campo coperto di neve fresca”. I personaggi di questa giovane scrittrice americana sono alienati, soli, annoiati, fintamente soddisfatti di loro stessi, incapaci di amare davvero qualcosa, sono distanti e sospettosi, vedono nell’altro il portatore di un possibile contagio, tratto che rende questo libro sconsigliabile a chi sta cercando di evadere, per via letteraria, dalla quarantena. Ma South pone anche un problema più interessante e grave: quello della salvezza. Non cercano solo compagnia, questi abitanti del mondo iperconnesso, ma bramano una salvezza che appare impossibile.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.