La grande scrematura delle minchiate imposta dal coronavirus

Claudio Cerasa

La pandemia ha trasformato le nostre vite e il nostro rapporto con il mondo, ma soprattutto ha cambiato il nostro rapporto con il web e con i social. Erano covi di fake news, hanno colto il nostro disperato bisogno, in questo momento, di certezze

Ha scritto il New York Times la scorsa settimana, in uno spazio di dialogo tra i lettori e il direttore del giornale, che il coronavirus non sta cambiando solo le nostre vite ma sta cambiando il mondo, sta cambiando tutto quello che ci circonda, sta cambiando il nostro rapporto con le persone, con la pulizia, con la malattia, con gli ospedali, con i riders, con gli infermieri, persino con i politici. Il lettore del New York Times ha perfettamente ragione e non c’è dubbio che l’arrivo della prima pandemia globale di questo secolo abbia trasformato le nostre vite e abbia modificato anche il nostro rapporto con il mondo che ci sta attorno, portandoci a fare quelle che un giorno i sociologi potrebbero descrivere e inquadrare come la grande scremature delle minchiate.

 

E’ cambiato il nostro rapporto con la scienza e mai come oggi siamo pronti a venire alle mani con i cialtroni no vax. E’ cambiato il nostro rapporto con i complottisti e mai come oggi siamo pronti ad alzarci dal tavolo in presenza di manipolatori della realtà. E’ cambiato il nostro rapporto con i giornali e mai come oggi siamo desiderosi di avere informazioni filtrate dalle redazioni dei giornali. 

 

E’ cambiato il nostro rapporto con i fattorini e mai come oggi siamo pronti a lottare per difendere i loro diritti. E’ cambiato il nostro rapporto con i farmacisti e mai come oggi siamo pronti a offrire un sorriso in più a chiunque ci venda una medicina. E’ cambiato il nostro rapporto con i medici e mai come oggi siamo pronti a essere orgogliosi per la nostra sanità. E’ cambiato il nostro rapporto con i vaccini e mai come oggi siamo pronti a cambiare canale in presenza di un difensore di verità alternative. E’ cambiato il nostro rapporto con gli edicolanti e mai come oggi sappiamo che chi vende giornali non vende solo il prodotto di una testata ma difende anche un pezzo delle nostre libertà.

 

E’ cambiato il nostro rapporto con i nostri nonni e con i nostri genitori e mai come oggi ci sentiamo responsabili di quello che combinano durante le loro giornate. E’ cambiato il nostro rapporto con gli influencer e mai come oggi avremmo pensato di considerare i Fedez e le Ferragni, che con la loro raccolta fondi hanno messo insieme più di tre milioni di euro per gli ospedali, come uomini e donne di stato. E’ cambiato il nostro rapporto con i vicini di casa e mai come oggi piuttosto che volerli insultare li vorremmo abbracciare.

 

E’ cambiato il nostro rapporto con i modelli di democrazia diversi rispetto a quelli dell’Europa continentale e mai come oggi paesi come l’Inghilterra, dove la difesa della salute sembra contare meno della difesa dell’economia, ci sembrano distanti anni luce rispetto a paesi come l’Italia. E’ cambiato il nostro rapporto con gli stati canaglia e mai come oggi, ma chissà quanto durerà, dittature che impongono limiti alle libertà, compresa quella di stampa, ci sembrano paesi da tenere il più lontano possibile dalle nostre vite. E’ cambiato il nostro rapporto con lo stato e mai come oggi sappiamo che la mano invisibile del mercato funziona bene solo se c’è qualcuno che la sostiene.

 

E’ cambiato molto, forse è cambiato tutto, ma tra le mille cose che stanno cambiando velocemente ce n’è una piccola ma importante che meriterebbe di essere approfondita e che riguarda il nostro rapporto con tre lettere che la nostra pigrizia intellettuale stava trasformando in un sinonimo di male assoluto: il web. E in particolare: i social.

 

La scorsa settimana sul Foglio il nostro Eugenio Cau ha notato che “in quest’epoca di coronavirus, in cui quanto la malattia si teme la diffusione del panico, e soprattutto del panico generato da notizie false, quei covi di fake news che abitualmente sono i social media si sono comportati sorprendentemente bene”. Sarà capitato anche a voi in questi giorni, cercando sui social notizie sul coronavirus, di aver scoperto che sia Facebook sia Twitter sia Google hanno scelto di raccomandare ai loro utenti come prima lettura, grazie a un algoritmo, le notizie provenienti dai siti ufficiali delle autorità sanitarie. Twitter ha persino annunciato che nelle ricerche sul coronavirus gli articoli autorevoli e verificati delle autorità sanitarie e delle testate giornalistiche saranno quelli privilegiati. Apple ha bandito dal suo store le app a tema coronavirus non realizzate da ospedali o da autorità sanitarie.

 

Tutto questo per dire che la rete non è né buona né cattiva ma è più che altro come un megafono: i padroni del web hanno il potere di governare lo strumento, di stabilire alcuni filtri, di regolare il volume, di stabilire delle restrizioni per chi lo usa per commettere reati, ma alla fine ciò che conta è come si usa il megafono, è chi lo utilizza in modo efficace, chi riesce a farsi sentire meglio, chi lo trasforma in uno strumento di informazione prezioso, chi lo fa diventare un mezzo per raccogliere soldi e la lezione di questi giorni è che Internet è lo specchio della stagione in cui viviamo e se i social oggi vi sembrano più belli di due mesi fa non è perché è cambiato internet ma è perché forse siamo cambiati noi e abbiamo tutti iniziato disperatamente a sentire dentro di noi una grande voglia di scremare le minchiate. Speriamo che duri.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.