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Toppe peggiori del buco

Il ritorno al lavoro per fasce di età è suggestivo ma non ha molto senso e rischia di essere controproducente

31 Marzo 2020 alle 16:48

Toppe peggiori del buco

(foto LaPresse)

E’arrivato il momento in cui tutti si cominciano a preoccupare di come fare a riavviare l’Italia, perché non si può resistere così a lungo. Il problema, in queste condizioni, è però quello delle soluzioni improvvisate sulla base di considerazioni approssimative e concetti sbagliati e, in ultima analisi, pericolosi.

 

Consideriamo, per esempio, la proposta di procedere per fasce di età, assumendo che il rischio che si corre sia sostanzialmente legato alla differenza di letalità per il virus in funzione della fascia di età. Secondo questa idea, il rischio fino a 55 anni sarebbe molto basso, perché la letalità del virus fino a quell’età è particolarmente bassa. Non occupiamoci ora di stabilire quale sia il valore preciso della letalità, e dunque di calcolare quante morti prevede di “accettare” un ragionamento del genere; il punto è che il ragionamento è sbagliato alla radice.

 

Il rischio è infatti il prodotto della pericolosità (o probabilità che un dato evento accada) per la vulnerabilità (ovvero la probabilità che, una volta accaduto, un certo evento procuri un danno). La vulnerabilità, nel caso in cui stiamo considerando il rischio di morire per il virus, è uguale alla letalità. La pericolosità, tuttavia, dipende dalla probabilità di esposizione di un soggetto al virus: dunque essa varia non con l’età, ma in ragione del numero di contatti che una persona ha con altri individui. Questo, a sua volta, dipende da fattori come la professione, la residenza in aree più o meno densamente popolate, le abitudini sociali; sicché, per fare un esempio, un medico di base trentacinquenne potrebbe facilmente rischiare di più di un settantenne che vede ogni giorno solo due amici al bar.

 

Non è solo la probabilità di morire quando si è assunto il virus che conta – come vorrebbero i cantori del ritorno al lavoro per fasce di età, profittando della fortunata coincidenza che il virus è meno letale per le fasce più produttive – ma anche la probabilità di contrarre l’infezione, che fa differenziare il rischio in maniera così variegata da non potere prevedere nessuna differenziazione “per decreto” della popolazione. 

 

Vi è poi un secondo, importante aspetto. Supponiamo, come qualcuno ha proposto, di interrompere il lockdown per tutti coloro che hanno fino a 55 anni, cioè circa il 64 per cento della popolazione. Tra questi, il virus ricomincerà a circolare, rendendoli in maggioranza immuni. Quando il 60 per cento di questi soggetti fosse immunizzato, il virus smetterebbe di circolare tra loro, se la stima di R0 che abbiamo è corretta. Se a questo punto si “liberasse” anche chi ha più di 55 anni, rimasto fino a quel momento a casa, piomberemmo al 38 per cento di immuni sul totale, lontani dalla soglia di immunità di gregge; con ciò, partirebbe una nuova epidemia. Soluzioni semplici a problemi complessi, come sempre, portano a situazioni peggiori di quelle di partenza: impareremo mai?

Enrico Bucci

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Commenti all'articolo

  • In77rn

    31 Marzo 2020 - 21:46

    Qualche genio dal suo studio sta calcolando che chiudendo tutti in casa per i prossimi 10 anni potremmo osservare qualche segnale positivo.

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  • Massimo47

    31 Marzo 2020 - 17:34

    L'esempio del settantenne che sta al bar, dopo ciò che è successo a Vo', mi sembra come minimo azzardato.

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  • leless1960

    31 Marzo 2020 - 17:15

    Scusate la domanda cretina, ma magari qualcuno me lo spiega perché sono così cretino: ma se mio figlio che vive con me e ha 24 anni si va a contagiare da qualche parte, poi come fa a non contagiare me che di anni ne ho 59 (ben portati)? E io come faccio a non contagiare mia moglie e mia suocera che di anni ne ha 85 e che dobbiamo visitare almeno una volta al giorno? Poco male direte voi, due piccioni con una fava, immunizzazione ed eredità, ma vallo a spiegare a mia moglie che poi ne è la figlia.

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