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Cattivi scienziati

I rischi di pubblicare studi scientifici che non lo sono

Con l'aggravarsi della pandemia c'è stata una crescita esponenziale di pubblicazioni, con o senza revisione, che hanno invaso riviste di ogni ordine e grado. I pericoli di una letteratura inquinata e distorsiva

30 Marzo 2020 alle 12:10

I rischi di pubblicare studi scientifici che non lo sono

foto LaPresse

Emergenza coronavirus.

 

Sono bastate due sole parole a scardinare molti dei meccanismi di garanzia della qualità della nostra produzione scientifica, ed è per questo che dobbiamo vigilare con ancora maggior attenzione sulla qualità della conoscenza scientifica che si va accumulando sul coronavirus. La crescita esponenziale della pandemia nel mondo ha provocato infatti anche una crescita esponenziale di pubblicazioni, con o senza revisione, che hanno invaso riviste di ogni ordine e grado, straripando dalla biomedicina anche in altri settori (è di questi giorni la pubblicazione di uno studio di pessima qualità sull’attività di un farmaco in una rivista di ingegneria). Naturalmente, come è facilmente prevedibile, la grandissima parte di queste pubblicazioni consistono di solito in ipotesi più o meno interessate, supportate da dati di pessima qualità o da un disegno metodologico assolutamente insufficiente a trarre le conclusioni che gli autori vorrebbero.

  

Tuttavia, queste pubblicazioni, per il solo fatto di esistere, sono prese come prova a favore di sperimentazioni cliniche, caratteristiche epidemiologiche, andamento clinico; eppure, già una semplice analisi di concordanza (cioè un’analisi volta a cercare se in letteratura sia sostenuta un’ipotesi ed il suo contrario) potrebbe dimostrare che la fretta con cui almeno alcune di esse sono state messe in pubblico ha prodotto evidentemente risultati disastrosi. È il caso, per esempio, del ruolo attualmente sostenuto su scarsa base sperimentale degli ACE inibitori nell’aggravare la patologia o nel proteggere dal virus: essendo la biomedicina una disciplina sostanzialmente sperimentale e per maggior parte priva di fondamenti matematico-quantitativi che siano predittivi, poiché in materia non esistono dati solidi, ma solo ipotesi interessanti ed ugualmente fondate, si ritrovano articoli anche nella stessa, prestigiosissima rivista che sostengono una cosa o il suo contrario. Fin qui, tuttavia, si potrebbe pensare che il danno sia poco, essendo questa situazione tipica del dibattito iniziale su argomenti nuovi; il guaio è che non solo si pubblicano ipotesi come se fossero fatti accertati, ma che stiamo assistendo al proliferare di una grandissima quantità di studi mal disegnati, il cui esito non potrà che essere la produzione di spazzatura scientifica (che richiederà poi un notevole sforzo di pulizia).

 

È il caso degli studi clinici di efficacia di diverse molecole e approcci terapeutici alla pandemia di Covid-19. Nel momento in cui scrivo, ho potuto esaminare il disegno di 202 studi registrati. Di questi, oltre la metà hanno un disegno che prevede il reclutamento di un numero di pazienti assolutamente insufficiente a ottenere un chiaro segnale di efficacia (o di inefficacia) alla fine dello studio. Peggio ancora: decine di questi studi sono già stati pubblicati, e descrivono effetti positivi per i pazienti sottoposti a trattamenti di massaggi, di cellule staminali mesenchimali, della clorochina o di una miriade di altri approcci che si suppone abbiano qualche effetto. Studi condotti su pochissimi pazienti, non in cieco, senza bilanciare i bracci di controllo e quelli dei trattamenti, oppure paragonando un trattamento sperimentale ad un altro parimenti sperimentale, la cui efficacia cioè non è nota: in queste condizioni, non solo è impossibile affermare di aver ottenuto un risultato positivo, ma pure si rischia che qualcosa che potrebbe servire non produce effetti osservabili con sicurezza. Con una conseguenza, terribile, su tutte: convincere i medici a effettuare trattamenti dubbi o pericolosi ed i pazienti ad accettarli, a causa di una letteratura inquinata e distorsiva. Siamo già a conoscenza del primo morto causato da una terapia per Covid-19; è arrivato il momento di fare pulizia, prima che sia troppo tardi.

Enrico Bucci

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Commenti all'articolo

  • Massimo47

    30 Marzo 2020 - 16:42

    D'accordo sul pericolo di sperimentazioni cliniche senza un solido razionale scientifico e mal disegnati dal punto di vista statistico. Non sono un medico, ma sono stato un ricercatore di medicinal chemistry e conosco i danni derivanti dalla di lavori mal eseguiti. In questo coacervo di tentativo di studi su terapie strampalate, credo però che l'ipotesi degli antagonisti del recettore di Angiotensina II (i sartani, no gli inibitori di ACE) abbia il vantaggio che, almeno in una prima fase, non richiederebbe sperimentazione clinica Si può presumere che diversi pazienti affetti da Covid-19 fossero in terapia anti-ipertensiva con ARBs prima dell'infezione: basterebbe allora una seria analisi statistica dei casi per stabilire se la terapia abbia determinato differenze nell'insorgere e/o l'evolversi della patologia. Ricercatori cinesi hanno effettuato uno studio del genere [https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.03.20.20039586v1], ma con un campione di soli dieci pazienti.

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  • enricoceotto

    30 Marzo 2020 - 15:12

    Le riviste sanno che quegli articoli saranno letti e citati, quindi sono motivate a pubblicarli in fretta.

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