Non mettiamo il cervello in quarantena. Per un'italia migliore

Lala Hu e Marco Bentivogli

Da crisi a opportunità. Debellare l’epidemia e superare l’illusione protettiva della chiusura. Come sfruttare queste settimane per ripensare il nostro modo di lavorare e il nostro mondo

*Lala Hu è Docente all'Università Cattolica Milano

Marco Bentivogli è Segretario Generale Fim Cisl

   

Wéiji-jīhuì Italia

 

Nella lingua cinese l’ideogramma (ji) compone una moltitudine di parole, tra queste anche i caratteri che significano “crisi” (wéijiī) ma anche quelli di “opportunità” (jihuì).

 

La catastrofe che può determinare un virus che si diffonde su scala globale crea problemi in mille ambiti della vita umana. E’ un ottimo volano per i populisti per le loro assurde teorie del “mondo chiuso”. Eppure in epoche molto lontane dalla “globalizzazione”, come nel 1300, quando si diffuse la peste nera che ebbe origine probabilmente in Asia, morì un terzo della popolazione europea. Ma il Covid-19 non è la peste e soprattutto abbiamo fatto progressi scientifici e tecnologici enormi dall’epoca della peste e ci possono ora venire in aiuto, attraverso la condivisione di informazioni in tempo reale a livello mondiale.

 

Questi giorni sono stati occasioni per suscitare reazioni emotive, che possono nascondere opinioni e desideri meschini che soffocano i grandi desideri e i pensieri lunghi e profondi. Quelli di cui invece, proprio ora, ce ne è un gran bisogno.

 

Di questo si nutre il mondo che sa amabilmente vivere dentro il ricatto di breve termine.

 

Ma la vera opportunità è quella per un paese pigro e reticente al cambiamento, di ascoltare quello che chi crede nell’innovazione propone da anni.

  

Insomma il mondo è pieno di guai vecchi e nuovi, ma abbonda anche di avanzamenti scientifici e persone in tutti gli ambiti che si rimboccano le maniche per risolverli e andare oltre. E invece quello che non si vuole imparare è che, nel dramma, questo virus forzerà molti cambiamenti annunciati e necessari da anni e che anche, quando saremo, vaccinati dal Covid-19, niente sarà più come prima. Possiamo leggere questa emergenza come una grande “prova generale” dell’umanità. O quantomeno della società in cui viviamo. Fino ad ora hanno vinto quelli che aggregano le persone sulle paure. Impariamo a guardare e a guardarci: analizziamo, studiamo come stiamo reagendo e proviamo a rimetterci insieme attorno ad una grande speranza e ad una responsabilità collettiva.

 

Per queste ragioni, una docente universitaria e un sindacalista dei metalmeccanici fanno il punto per considerare in questo caos globale le opportunità per spingere il cambiamento in diversi ambiti.

   

  

Il primo muro a crollare? Il mondo chiuso

E’ un problema l’illusione di non avere limiti, divieti, incertezze e divieti. Ma questa illusione oggi si unisce a quella di superarli chiudendo tutto.

 

Non ci riferiamo alla doverosa quarantena sanitaria.

 

Ma all’idea che l’isolamento dall’altro sia la migliore protezione. In realtà è un tic che ci espone perché ci illude di schivare i problemi senza costruire nuovi anticorpi.

 

Pensiamo che nel nuovo mondo un muro, un confine, o un limite ci protegga e inutilmente ci ritroviamo a fermare l’oceano a mani nude. Non siamo più, come nel 1950, due miliardi nel mondo. Andiamo verso i 7 miliardi e nel 2100 verso i 10 e le interazioni umane, fisiche, digitali non sono destinate a diminuire.

 

Gli effetti della guerra commerciale in atto fra Stati Uniti e Cina avevano già messo in evidenza la difficoltà di attuare un’autarchia. E se ora di fronte all’emergenza sanitaria alcuni spingono ancora di più verso il cosiddetto decoupling economico, ne emerge anche l’irrealizzabilità.

 

L’idea che “la minaccia”, “i nemici” vengano da fuori dalla nostra cerchia è il mantra populista che non funziona. Favorisce la propagazione dell’angoscia per il coronavirus, un’epidemia per cui è scattata la ricerca di una identificazione (i cinesi, gli italiani, i lombardi ecc.). Ma non funziona né nella prevenzione né, alla lunga, nella rappresentazione. Per esempio, abbiamo scoperto che i contagi in Europa, compresi quelli italiani, sono probabilmente riconducibili a un ceppo isolato in Germania a fine gennaio. Come dice Ilaria Capua, è inutile cercare ancora di rintracciare il paziente zero perché potrebbero essere uno o centinaia. Può essere poi sorprendente che il confronto delle mappe genetiche indica che “l’Europa si comporta come un’area unica”, anche se alcuni non lo accettano.

 

La cyberwar

Ammettiamo di risolvere tutte le maggiori minacce pandemiche. I rischi non sono finiti.

 

Negli ultimi due anni si è assistito a un aumento esponenziale di attacchi informatici nei confronti di aziende, governi, partiti e banche. Quello che viene definito il cybercrime fa un milione di vittime al giorno in tutto il mondo, produce centinaia di miliardi di danni, blocca servizi essenziali. Non abbiamo, di fatto, abbastanza esperti per fronteggiarlo. Le nostre aziende sono impreparate persno a definire le strategie minime di contrasto e non trovano personale già formato in grado di occuparsene.

 

Per questo motivo attraverso l’Enisa, l’Agenzia per la sicurezza delle reti e dell’informazione, e la Direzione generale delle Reti di comunicazione Connect, la Commissione europea ha deciso di coinvolgere realtà associative e imprenditoriali per aumentare il livello di consapevolezza di fronte a uno scenario che Bruce Schneier, uno dei massimi esperti al mondo di reti, non esita a definire di cyberwarfare: uno stato di guerra a tutti gli effetti.

 

I bersagli non riguardano solo infrastrutture critiche come dighe, ospedali, aeroporti, elettrodotti e ferrovie, ma anche i servizi cloud, i motori di ricerca, i mercati elettronici che contribuiscono a tante attività sociali ed economiche.

 

Il lavoro smart

Fabbriche e uffici del nord Italia stanno muovendosi in un contesto nuovo. Ciascuno ha cercato di gestire l’emergenza a modo proprio.

 

Aziende e lavoratori sono stati lasciati soli, senza prescrizioni di massima. L’emergenza sta spingendo alla più grande sperimentazione di smartworking mai attuata in Italia. Con le scuole chiuse, genitori si trovano ora a dover riorganizzare il proprio tempo e il proprio lavoro.

 

E’ triste che si comprendano i vantaggi delle trasformazioni del lavoro solo in condizioni di emergenza. Era accaduto all’indomani del crollo del ponte Morandi: dopo il disastro a Genova si sono sviluppate nuove esperienze di smartworking. Pensiamo agli accordi che firmati dai sindacati dei metalmeccanici per esempio in Abb e Leonardo. Oggi chi ha concesso il lavoro da casa è contento perché la produttività è aumentata. E i dipendenti non tornerebbero indietro perché è più facile conciliare la vita con il lavoro.

 

Oggi, vista l’emergenza, lo smartworking può essere attivato anche senza l’accordo individuale, tantomeno sindacale. Va bene semplificare ma speriamo non ci si fermi all’emergenza. Saranno contente le aziende che vogliono intervenire sull’organizzazione del lavoro in modo unilaterale. Negando l’evidenza.

 

Che il lavoro e le produzioni sono cambiate e lo smartworking funziona quando è preparato e condiviso con i lavoratori.

 

Ora non c’è tempo per preparare nulla. Ma almeno impariamo dagli errori. E smettiamo finalmente di pensare che l’Italia dia il meglio in emergenza perché invece abbiamo bisogno di programmazione. Detto questo, cerchiamo di trasformare questa sventura in una opportunità.

 

L’eventualità che il coronavirus potesse arrivare in Italia non era remota. Le aziende non si sono preparate. Avrebbero potuto farlo, con piani di smartworking preventivi, ma non ci risulta che l’abbiano fatto. A parte qualche eccezione, le nostre aziende hanno ancora una organizzazione fordista e la mentalità gerarchica di quel modello.

 

Non solo nella zona rossa ma anche nelle aree limitrofe le aziende stanno decentrando il lavoro a partire da fasce impiegatizie.

 

Nelle realtà più avanzate anche la programmazione delle macchine si fa da remoto. Lo spazio (il luogo) e il tempo (gli orari) nella grande trasformazione tecnologica non sono più rigidi.

 

La tecnologia offre opportunità che non vengono colte. Purtroppo in Italia hanno la meglio i capi del personale che, secondo logiche novecentesche, hanno bisogno di controllare “a vista” i lavoratori immaginando che ciò li renda più produttivi quando è vero il contrario.

 

A causa dei contagi tra i dipendenti alcune aziende sono chiuse, anche fuori da quelle che erano le zone rosse (ora parte di zone arancioni più allargate). Altre continuano a produrre.

 

In alcuni casi anche presìdi medici come le mascherine sono introvabili. E questo è un problema. E poi servono regole di comportamento equilibrate e uguali per tutti.

 

La produzione è globale

Molte aziende si sono fermate o si stanno fermando per il blocco delle forniture dalla Cina, i primi sono del settore automotive, poi il biomedicale, l’elettrodomestico. Che senso ha bloccare le merci? Costa meno l’adozione di standard che prevengano il contagio attraverso gli scambi commerciali. E la riapertura dei voli cargo è già una prima notizia positiva per garantire la continuità del flusso commerciale. Sussidiare le attività senza sbloccare da subito le forniture commerciali altrimenti è inefficace. Federmeccanica dichiara che il settore nel 2019 ha perso il 3 per cento (l’automotive il 10 per cento) della produzione. Ora pensate a sommare gli effetti che vi saranno nel 2020. Bisogna reagire!

 

Altro discorso è di strategia industriale: filiere troppo lunghe nei settori industriali strategici sono esposte a troppi rischi di stallo. Basta un qualsiasi problema geopolitico a paralizzare le produzioni. Disastri climatici, epidemie, conflitti politici rendono fragili le catene globali. Significa saper scegliere le produzioni strategiche, investire su quelle e non disperdere nel globo la loro capacità di funzionamento. E’ un’occasione per scegliere le attività su cui abbiamo reali vantaggi competitivi superando il “tutto si tiene” per cui tutto è strategico.

 

Ma non significa fare a meno della Cina: venti anni fa, la Cina rappresentava solo l’8 per cento del Pil mondiale, ora rappresenta il 19 per cento: il suo ruolo nell’economia globale è cambiato, oggi è un protagonista nella catena delle forniture delle nostre aziende. E un cliente e un fornitore essenziale per svariate preziose produzioni.

 

Una settimana fa, secondo una rilevazione della Fim-Lombardia, solo in quella regione abbiamo 21.380 metalmeccanici che lavorano in aziende in qualche misura impattate dagli effetti del coronavirus, divisi in 149 imprese. Di questi 2.804 sono i metalmeccanici che lavorano nelle 69 imprese metalmeccaniche della zona rossa purtroppo destinata ad allargare il suo perimetro.

 

   

La reazione dell’“Italia a prescindere”

Questi sono giorni di grande domanda e ricerca di comprensione e consapevolezza: tardivamente stiamo imparando a leggere come funziona il mondo. Un’azienda italiana per realizzare la sua produzione acquista un pezzo da un suo fornitore non cinese, ma non è in grado di sapere se il suo fornitore non cinese utilizzi merce made in Cina. Se ne accorge tardivamente se questa catena si interrompe.

 

La mancanza di prodotti apparentemente non significativi acquistati dal fornitore del fornitore possono bloccare anche le produzioni più pregiate. Avere una filiera tracciata dalla blockchain impedisce queste sorprese. Questo è anche il bello di questi giorni, non c’è solo la solita Italia che chiede denaro a pioggia attendendo sul divano. Ci sono imprese che si muovono con coraggio per andare avanti, bypassando i colli di bottiglia e rendere le loro produzioni più imperturbabili.

  

Le fiere

Molte aziende realizzano i propri programmi produttivi sulla base delle “fiere”, dell’auto (Ginevra), dell’illuminazione (Francoforte), del mobile (Milano), ecc. Rinviarle significa mettere in stallo produttivo quelle aziende. Certo, in un mondo di visori vr, realtà aumentata e banda ultra larga ci sono sempre più cataloghi digitali esplorabili ma l’esperienza dimostra che le fiere espositive dei nuovi prodotti sono ancora occasioni importantissime per le imprese per far “toccare con mano” le innovazioni e le migliorie dei nuovi prodotti. Inoltre, rappresentano un momento per costruire o rinsaldare le relazioni con partner e clienti, e sviluppare deal. Secondo le riprogrammazioni annunciate, tutte le fiere si concentreranno tra giugno e settembre. Ma il calendario potrà subire nuove variazioni.

 

Intelligenza artificiale e blockchain per essere più sostenibili e sicuri

  

In questi giorni un’altra lezione è comprendere che serve una migliore capacità di raccogliere a leggere i dati e la possibilità di tracciare e “notarizzare” (cosa che la blockchain assicura) molte transazioni di ogni tipo. Proprio come sostiene Ilaria Capua citando il matematico e meteorologo americano Edward Lorenz, “Un battito d’ali di farfalla della giungla amazzonica può provocare un uragano sull’Europa”. Ciò ci dice due cose: rispettare l’ambiente e avere la capacità di comprendere tramite i dati come si sono modificati gli ecosistemi. Ma non solo…

 

Più che chiacchierare al bar (i social media oggi) sulle varie “ipotesi di complotto” è più utile prevedere come si sta muovendo l’epidemia su scala globale e al momento la capacità degli algoritmi di AI è molto efficace. Non solo, la Damo Academy, l’istituto di ricerca del colosso tech cinese Alibaba, ha sviluppato un algoritmo di intelligenza artificiale che permette di diagnosticare il contagio da Covid-19 in 20 secondi tramite scansioni tomografiche computerizzate (Tac). Il sistema avrebbe un’accuratezza molto elevata, pari al 96 per cento, e ridurrebbe enormemente i tempi necessari per un medico per leggere una Tac ed elaborare una diagnosi, che di solito si aggirano tra i 5 e i 15 minuti. Il database di controllo per addestrare il modello di intelligenza artificiale è stato realizzato usando i dati campione provenienti da oltre 5.000 casi certificati. Dal 5 febbraio il sistema sanitario cinese (Chinese National Health Commission) ha adottato l’uso della Tac in aggiunta al metodo di test dell’acido nucleico a partire al fine di garantire una migliore efficacia nell’individuazione del coronavirus.

 

  

Una spinta al commercio digitale

L’Italia è tra i paesi europei col mercato digitale meno sviluppato. Nel 2019 il volume delle vendite e-commerce è stato inferiore ai 20 miliardi di dollari, contro gli 82 miliardi della Germania. In una situazione di limitazione agli spostamenti, in particolare per le aree che rientrano nelle zone arancioni, il ritardo digitale non facilita l’approvvigionamento dei beni alimentari ed essenziali alle popolazioni colpite. In preda alla psicosi, si è poi assistito agli assalti ai supermercati che hanno portato allo svuotamento di interi scaffali anche da parte di persone sane e lontane dai centri del contagio. La chiusura delle scuole e di altri luoghi pubblici quali i musei ha lo scopo di limitare i luoghi di assembramento e quindi ridurre il pericolo di contagio. Ciò viene però meno se le persone si recano in massa nei supermercati, e per tale ragione sono stati introdotti gli ingressi contingentati.

 

La situazione in cui ci troviamo dovrebbe quindi spingere la grande distribuzione italiana, in ritardo rispetto alle catene internazionali, ma anche le stesse aziende produttrici a rafforzare o sviluppare (se non li hanno ancora implementati) canali di vendita alternativi ai punti vendita fisici attraverso le piattaforme digitali e mobili, dotandosi di infrastrutture e logistica in grado di raggiungere i propri clienti nei loro luoghi di domicilio.

 

Fu proprio durante l’emergenza della Sars nel 2003 che Jack Ma, il fondatore di Alibaba, lanciò la piattaforma Taobao, dopo che gli uffici dell’azienda erano stati chiusi e i dipendenti erano stati messi in quarantena. Nata allo scopo di mettere in contatto consumatori e piccole aziende e rivenditori dislocati nelle diverse aree della Cina, in poco tempo Taobao è riuscita ad affermarsi nel mercato cinese come grande bazar online, contrapponendo all’americana eBay e contribuendo a determinare l’insuccesso di quest’ultimo in Cina. La crisi epidemica della Sars non portò Alibaba a fermare le proprie attività, anzi la spinse ad investire in connessioni internet e a organizzare il lavoro tramite tele-conferenze online. Lato consumatori, le persone in quel periodo limitando le uscite fuori casa cominciarono ad aumentare gli acquisti online, facendo crescere così velocemente il settore e-commerce in Cina tale da portarlo ad essere oggi il primo mercato al mondo (nel 2019 le vendite hanno superato i 1.000 miliardi di dollari).

 

L’altro strumento che favorì l’affermarsi di Alibaba come leader dell’e-commerce in Cina fu Alipay, la sua piattaforma di pagamento digitale che ora conta più di un miliardo di utenti. Sempre nel 2003 fu Alibaba la prima azienda cinese ad introdurre un proprio sistema di pagamento digitale prima di altri competitor locali come Tencent. Sul lato dei pagamenti digitali, l’Italia invece è ancora molto indietro e mancano ancora in molte zone, soprattutto in aree lontane dai centri urbani, infrastrutture adeguate che permettano un utilizzo più frequente di forme di pagamento alternative al contante, sia nel negozio fisico sia nel canale online.

 

Educazione e formazione non si fermano

Il settore educativo è sicuramente tra quelli maggiormente colpiti dalle recenti restrizioni. Dopo le iniziali due settimane di proroghe, è stata estesa la chiusura di tutte le scuole e le università a tutta Italia fino al 15 marzo, mentre per Lombardia e le 14 province interessate dall’ultimo Dpm si protrarrà fino al 3 aprile. Sin da quando le ordinanze riguardavano solo le regioni delle zone rosse, veniva specificato che le attività non erano annullate, bensì “sospese” ed erogate in con “modalità di didattica a distanza”. Ora questo coinvolge tutte le regioni italiane. Nel frattempo, alcune scuole e università hanno attivato strumenti di e-learning permettendo di tenere lezioni in video-conferenza, a volte anche organizzare sedute di laurea, fornire materiali didattici o svolgere esercizi con gli studenti online. Non tutte le istituzioni scolastiche e gli enti formativi però sono già attrezzati per attivare questi servizi, si trovano quindi improvvisamente a dover dotarsi in breve tempo di piattaforme efficaci ai fini dell’apprendimento a distanza. Servono strumenti adeguati, ma è anche necessaria la formazione del personale che poi andrà a utilizzare questi strumenti. Al di là dell’emergenza, dovrebbe essere maggiormente favorita la formazione dei docenti nell’utilizzo delle piattaforme di e-learning. L’insegnamento attraverso i canali digitali richiede per chi eroga questi servizi una specifica preparazione dei materiali dei corsi, degli esercizi e degli esami, in un’ottica di bilanciamento tra accessibilità online e mantenimento dell’interazione umana. Nell’immediato, è fondamentale garantire la continuità dei programmi scolastici e limitare i disagi agli studenti, ma in un’ottica più a lungo termine emerge la necessità di un cambiamento nella cultura organizzativa del sistema educativo italiano rispetto ad altre realtà avanzate del mondo. L’insegnamento a distanza non è possibile per tutte le discipline di studio e il contatto umano tra educatore-studente è imprescindibile, ma emergenze come quella che stiamo vivendo in queste settimane rendono ancor più chiara l’urgenza di investimenti in scuola e ricerca per sviluppare best practices, da un lato, che utilizzino a pieno le potenzialità della tecnologia come strumento a favore dell’apprendimento e, dall’altro, possano consentire un maggiore accesso ai materiali di studio dei nostri studenti, nativi digitali e spesso impegnati anche in una moltitudine di attività come stage, esperienze all’estero ecc. che arricchiscono il loro percorso formativo oltre all’apprendimento in aula.

 

 

 

La ricerca eccellente ma precaria

La crisi sanitaria evidenzia il ruolo primario della scienza e della ricerca nel fronteggiare la situazione d’emergenza che viviamo.

 

La ricerca italiana è indubbiamente eccellente, ma anche precaria. L’Italia è fra i paesi europei che investono meno in ricerca, l’1,3 per cento del Pil contro una media europea del 2 per cento. Oltre ai bassi investimenti, le forme contrattuali dei ricercatori sono precarie e instabili. Lo abbiamo visto anche in queste settimane.

 

Allo Spallanzani il nuovo coronavirus è stato isolato da un team di tre ricercatrici, Maria Capobianchi, Francesca Colavita e Concetta Castilletti. Si tratta di tre scienziate, non “angeli”, “ragazze” o signore meridionali” come le hanno definite alcuni. Successivamente, Francesca Colavita, che aveva una posizione precaria, è stata assunta. Anche al Sacco di Milano ad aver isolato il ceppo italiano sono state tre ricercatrici: Alessia Lai, Annalisa Bergna e Arianna Gabrieli. In questo caso, tutt’e tre le ricercatrici hanno una situazione precaria di lavoro: hanno dovuto aprire la partita Iva e vanno avanti con assegni e borse di ricerca. Queste forme di reclutamento hanno una ratio se collegate a progetti specifici di durata limitata, se diventano la prassi come lo sono ora per non stabilizzare i ricercatori, non permettono una progettualità di carriera e di vita, ledendo alla dignità di chi con passione e dedizione svolge l’attività di ricerca. Mancata ricerca si traduce in mancata innovazione e assenza di ricadute positive sull’intero tessuto socio-economico in un circolo non virtuoso. E riducono la possibilità dell’Italia di competere a livello internazionale con gli altri paesi. I finanziamenti limitati portano infatti molti ricercatori a perseguire carriere fuori dall’Italia oppure a dover interrompere i propri studi.

 

Tamponare l’infodemia

L’infodemia è un pericoloso e costoso modo per fare audience disinformando gli italiani. Nel giro di pochi giorni, i titoli di giornale sono passati dall’essere fortemente allarmistici a diventare riduttivi e a quasi ridicolizzare le paure delle persone. Oppure sono state riprese bufale che girano sui social media, peraltro già smentite. E’ ancora possibile realizzare un giornalismo come servizio pubblico e non viziato dalla ricerca di sensazionalismo?

 

Ma sarà difficile in un paese in cui nessuno ha pagato per aver infamato una grande scienziata e virologa, preziosissima anche in questi giorni, accusandola con fake news perché “trafficava virus”. Ci aspettiamo in prima pagina, di quelle testate, almeno le scuse.

 

Ci troviamo in una situazione di epidemia, ma anche di infodemia. Assistiamo alla spettacolarizzazione delle nostre paure e a narrazioni basate sulle contrapposizioni, sulla ricerca di un nemico a cui addossare ogni colpa.

 

I media hanno un ruolo fondamentale nel raccontare la realtà e nel fornire al pubblico gli strumenti per interpretarla. A maggior ragione in una situazione di emergenza e nella prima crisi sanitaria all’epoca dei social media. In queste settimane si susseguono invece tanti esempi in cui attraverso un certo linguaggio mediatico si è amplificata la psicosi e anche la paura del diverso. In più testate, il nuovo coronavirus è stato stigmatizzato etichettandolo come “virus cinese”, quando l’Oms ha dato il nome Covid-19 senza riferimenti a nessuna località geografica, nessun animale, particolari individui o gruppi di persone. Definizioni come “virus cinese”, “virus Cina” hanno contribuito a diffondere pregiudizi nei confronti della popolazione di origine cinese, fino a sfociare in episodi di sinofobia e violenza verbale e fisica ingiustificabile. In Italia, come in altre parti del mondo. E se i media europei o americani usassero espressioni come “caccia all’untore italiano”, ora che molti contagiati provengono proprio da persone che si sono spostate dall’Italia? Ci siamo arrabbiati per lo spot francese sulla pizza “corona”, ma il problema è più ampio, e non riguarda solo l’Italia o la Cina.

 

Il virus non conosce confini e purtroppo può colpire tutti. Chiama in causa la responsabilità e il senso civico di tutti.

 

Oltre ad occuparci della salute fisica, in una situazione di infodemia è urgente anche mantenere una salute mentale ed evitare il panico. Come lo stesso presidente Mattarella ha ricordato, gli stati di ansia sono immotivati e spesso controproducenti. A tal proposito, la Società italiana di Psichiatria (Sip) ha sviluppato un elenco di 7 regole “anti-panico” che ricordano alle persone di attenersi alle comunicazioni ufficiali delle autorità, affidarsi solo alle testate giornalistiche autorevoli, non fare tesoro di ciò che viene letto online e sui social media, se non accuratamente verificato. Il Sip rammenta poi che le cose “spaventose” non sono necessariamente le più rischiose, consiglia di mantenere la calma, non stravolgere le proprie abitudini ed evitare di prendere decisioni se si è in un momento di panico; di rivolgersi al proprio medico (anziché ai gruppi social) e agli specialisti in caso di ansia o depressione.

 

La risposta dei cinesi d’Italia

Come hanno reagito i cinesi che vivono in Italia alla diffusione del Covid-19 nelle nostre città? Abbiamo imparato nessun cinese attualmente è contagiato a Prato, la città italiana con la più alta concentrazione di residenti di origine cinese (20 per cento della popolazione), grazie alla disciplina nell’autogestire la quarantena definita “esemplare” dal direttore dello Spallanzani Ippolito. In Lombardia, la regione più colpita, solo un contagiato ha origini cinesi. Si rilevano poi alcuni casi di contagi di ritorno, ovvero cinesi provenienti dalla zona di Bergamo che sono risultati positivi al coronavirus una volta tornati in Cina.

 

Negli ultimi giorni, la comunità cinese in Italia si è resa protagonista di alcuni gesti simbolici di solidarietà e umanità verso la collettività. In città come Torino, Milano, Prato e Napoli, molte associazioni di residenti cinesi in Italia hanno raccolto fondi per l’acquisto di decine di migliaia di mascherine e altro materiale sanitario da inviare prima di tutto alle zone maggiormente colpite come Codogno, ma anche da devolvere alla cittadinanza locale. I cinesi d’Italia sono chiusi all’interno della propria comunità come sono stati dipinti per decenni dai media? Non sono nascosti o invisibili, anzi, li vediamo quotidianamente nei bar, nei ristoranti, nelle lavanderie e negli altri esercizi commerciali che gestiscono e che ora hanno chiuso le serrande. La maggior parte delle persone è in attesa che la situazione migliori. Alcuni lavoratori stanno valutando se tornare a vivere in Cina. La decisione di interrompere le attività commerciali deriva dal drastico calo dei clienti (fino all’80 per cento in molti ristoranti) che hanno subìto dall’inizio dell’allerta internazionale a fine gennaio, ma anche da un senso di cautela, responsabilità e rispetto nei confronti delle città in cui vivono. I valori che muovono l’azione umana non derivano solo da un desiderio di arricchimento personale, ma anche dalla benevolenza (ren), concetto confuciano collegato all’umanità reciproca, che ha un significato di amore umano, profonda comprensione che l’uomo sviluppa in sé e poi attua nei confronti degli altri.

 

  

Per chiudere la politica da bar Gruppi dirigenti anti-virus

Chi parla al “popolo del bar” compie una sorta di bullismo comunicativo che ha costi economici, sociali e umani giganteschi. Basta con la retorica basata sulla paura e sulla ricerca del nemico. Basta col tornaconto politico nel breve termine.

 

Senza gruppi dirigenti che sappiano muovere sugli orizzonti che ci descrivono i megatrend, d’ora in poi non ce la caveremo più. Servono competenze, visione, programmazione, costruzioni di strategie.

 

E’ un’emergenza che riguarda tutti e proprio per questo si dovrebbero mettere in campo eccellenze guardando ad un orizzonte di tempo di lungo periodo.

 

Siamo preparatissimi sui film su pandemie e catastrofi di Hollywood in cui la Casa Bianca sapeva tutto dell’imminente catastrofe e che “ci vuole nascondere qualcosa” e ci accorgiamo che avere troppi populisti al governo e all’opposizione, ci fa rimpiangere quei Governi (e quelle opposizioni) di quei film in cui almeno sapevano cosa stavano affrontando e magari come muoversi. Sarà uno stress-test di quanto la nostra responsabilità personale e collettiva sarà pronta e capace a tornare in campo marginalizzando l’irresponsabilità della folla. Di quanto il nostro civismo metterà in scacco il nostro cinismo che ci illude di salvarci a scapito degli altri.

  

Le crisi sono un’occasione se insegnano a essere migliori

Perché non è la prima e non sarà l’ultima.

 

Per questo sfruttiamo questa occasione per essere migliori, per seguire ciò che dice la scienza e applicare l’umana benevolenza. È una grande occasione: per capire che il pianeta non è fatto solo da noi in guerra con degli estranei. Il diverso vive accanto a noi e ha le nostre stesse paure, corre i nostri stessi rischi.

 

Per informarsi correttamente, per parlare tra di noi con i nostri figli. Per smetterla di occultare le paure come se servisse a prevenirle.

 

Per dedicarsi a costruire e arricchire il nostro groviglio di legami che ci fanno persone.

 

Per recuperare il senso del limite, della nostra vulnerabilità come un valore. E con essa la capacità di contare sulle nostre forze, che sono enormi soprattutto se impariamo a cooperare, a sortire insieme dai problemi di tutti.

 

Per poter affrontare innovazioni a beneficio del nostro lavoro e della collettività. Perché la nostra atmosfera che sta respirando meno CO2 e gas serra, resti così anche dopo l’emergenza.

 

Chissà che non ne venga fuori un mondo capace di ritornare a pensare al futuro e a costruire il meglio per il nostro domani.

 

I corvi e gli speculatori non riescono a celare che il mondo è unito contro un unico nemico, invisibile e mortale, che sia la volta buona per capire che l’unico bene comune è globale, di tutte le donne e gli uomini.

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