Perché chiudere la Borsa è una pessima idea: aumenterebbe il panico

Luca Enriques*

E' l’equivalente finanziario del gettare via il termometro quando segna febbre: l’unico risultato è che diventa più difficile capire quanto è grave e come evolve l’influenza

Se esistessero ancora i recinti delle grida, la Borsa avrebbe chiuso da tempo. Uomini urlanti che si scambiano concitatamente dei foglietti avrebbero diffuso il coronavirus peggio che tra gli adepti della famigerata setta sudcoreana. Ma è dal 1994 che le contrattazioni di borsa sono automatizzate e l’unico virus che si può trasmettere negoziando le azioni di società è il panic selling. Un motivo anche più pressante per chiudere tutto al più presto? Questa nei giorni scorsi la raccomandazione di alcuni esponenti politici (tra cui Matteo Renzi e Giorgia Meloni) ed esponenti del mercato (Gianluca Garbi e Tamburi Investment Partners). Rassicura il fatto che il governo abbia ignorato queste proposte e che la Consob abbia responsabilmente invitato alla ragionevolezza, ricordando che “la sospensione di tutte le contrattazioni di Borsa spegnerebbe l’indicatore di prezzo senza rimuovere le cause, generando problemi di mercato di non facile soluzione nell’immediato futuro”. In soldoni: chiudere la borsa è l’equivalente finanziario del gettare via il termometro quando segna febbre: l’unico risultato è che diventa più difficile capire quanto è grave e come evolve l’influenza.

 

Non solo: chiudere la borsa significa aumentare la pressione sugli strumenti finanziari il cui andamento è correlato a quello di Borsa. Si pensi a un investitore che in questi giorni, dato il maggiore impatto del virus qui che in altri paesi, intendesse a vendere azioni italiane per alleggerire il peso dell’Italia sul proprio portafoglio. Se gli fosse vietato ma detenesse anche titoli di tato, per compensare il fatto di doversi tenere le azioni, alleggerirebbe anche di più la posizione in titoli di Stato, contribuendo all’aumento dello spread. Dovremmo allora vietare anche le negoziazioni sui Btp? A parte il fatto che essi sono negoziati ovunque e non solo in Italia e che dunque un divieto sarebbe difficile da applicare, affossare la liquidità dei Btp renderebbe molto più onerosa l’emissione di nuovi titoli: la collettività dovrebbe pagare tassi di interesse più alti nel tentativo di fermare la speculazione sul mercato azionario, ossia di far perdere di meno, forse, quella minoranza di italiani che vi ha investito?

 

E ancora: chiudere la borsa significa rendere indisponibili i risparmi di chi vi ha investito proprio quando, in una situazione di emergenza diffusa come quella attuale, trasformarli in danaro potrebbe essergli necessario: in questi giorni non ci sono solo gli “speculatori” dal lato delle vendite. Si noti: l’impossibilità di smobilizzo varrebbe tanto per l’investitore fai-da-te che avesse comprato azioni direttamente quanto per il risparmiatore che avesse investito in borsa tramite fondi comuni di investimento: come potrebbe infatti il secondo ottenere il riscatto delle quote dalla società di gestione se questa non potesse vendere le azioni in portafoglio né vi fosse modo per determinare il valore delle azioni in portafoglio? La società di gestione con ogni probabilità farebbe uso della facoltà contrattuale di sospendere i riscatti fino alla riapertura del mercato.

 

Infine: il problema più intrattabile del chiudere le borse è che prima o poi bisogna riaprirle. In queste circostanze, quanto dovrebbe restare chiusa la Borsa? Se il problema è il coronavirus, non è che qualche giorno farebbe la differenza. Si andrebbe al 3 aprile, come per le scuole? Troppo poco? Ai tempi dei divieti temporanei di vendite allo scoperto (2008-09), i commissari della Consob venivano periodicamente riuniti per decidere se prorogarli. E li rinnovarono ripetutamente, nel timore che l’Autorità fosse chiamata a rispondere politicamente di un’eventuale ripresa delle pressioni speculative al ribasso. La dinamica sarebbe analoga in questo caso: la Consob, in costanza di una situazione sanitaria ed economica senza segni di schiarite, avrebbe difficoltà a riaprire la Borsa e la cosa si potrebbe trascinare per settimane e settimane. Se si sopprimono per tanti giorni le esigenze di liquidità degli investitori, la pressione al ribasso diventa ancora più forte una volta che la borsa riapre. Per di più, una volta chiaro che la Borsa Italiana può chiudere per settimane in caso di emergenza, gli investitori, italiani ed esteri, dovrebbero tener conto di questo nuovo rischio, che rende meno attraente detenere azioni italiane e richiede di ricalibrare i portafogli: alla riapertura anche chi non avesse esigenze di liquidità venderebbe per ridurre il peso dell’Italia. Oltre alla pressione temporanea al ribasso, la domanda di azioni italiane diminuirebbe anche nel medio periodo, aumentando il costo del capitale per le nostre imprese.

 

Ma tutto ciò è fantaregolamentazione finanziaria: come la Consob ha chiarito, le mancano i poteri per chiudere l’intera Borsa. Anche se lo facesse il governo con un decreto legge, difficilmente si riuscirebbe a estendere il blocco delle negoziazioni a sedi di negoziazione di altri paesi, specialmente non europei, dove pure le azioni italiane sono negoziabili. L’effetto sarebbe dunque soltanto quello di ridurre notevolmente gli scambi, con un notevole impatto negativo sulla liquidità, maggiore volatilità e più alti costi di escuzione delle transazioni. I sintomi del panic selling arriverebbero lo stesso, ma potenzialmente amplificati dal minor numero di scambi. Insomma, una pezza ben peggiore del buco.

*University of Oxford

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