L'economia può ripartire, ma prima bisogna fermare il virus

Renzo Rosati

Piazza Affari perde l'11 per cento e lo spread vola sopra quota 220

Roma. La peggior giornata per i mercati mondiali dalla crisi dei debiti sovrani del 2011. Giornata che ha visto coincidere l’impennata in Italia ed Europa, e anche negli Stati Uniti, del contagio da coronavirus con l’Organizzazione mondiale della sanità che definisce “molto vicina” la dichiarazione di pandemia; e su un altro fronte lo sbriciolamento del cartello Opec dei paesi produttori di petrolio, che ha fatto crollare il prezzo del greggio. Tra le borse europee piazza Affari è stata a lungo la peggiore con perdite in apertura del 12 per cento, una pausa (si fa per dire) all’apertura di Wall Street sotto “appena” del 5 dovuto però agli automatismi anti-ribasso delle contrattazioni americane, e chiusura a -11 per cento.

 

La mappa delle perdite ha seguito quella del contagio, quindi Francoforte, Parigi, Madrid, Amsterdam e Bruxelles hanno perso nel finale intorno al 7-8 per cento. Peggio di Milano solo Atene. Lo spread è schizzato a 225 punti in aumento del 20 per cento, in linea qui con il resto d’Europa: infatti si è rispecchiata la nuova corsa al rifugio del Bund tedesco, benché anche la Germania sia infetta. Su piazza Affari ha poi influito, oltre alle diverse dimensioni dell’epidemia in Italia, il caos comunicativo tra governo e regioni sul traffico delle merci e l’operatività della produzione nelle aree trasformate in zona arancione. Dalla prima bozza del decreto di sabato notte sembrava infatti che fossero interdetti gli spostamenti interni, merci comprese, quindi fabbriche chiuse. Poiché lì vengono prodotti i tre quarti del pil italiano (che già era in contrazione prima del coronavirus) e quattro quinti del’export, questo avrebbe significato la catastrofe industriale e commerciale, oltre allo stop di attività che vanno dalla manifattura alla farmaceutica alla logistica. Il governo ha poi chiarito che le merci possono entrare e uscire dal territorio nazionale e che i lavoratori possono continuare a spostarsi, purché per cause comprovate.

 

Non si ha idea di quanto la confusione iniziale abbia prodotto danni se non si guarda al numero di imprese e addetti della sola Lombardia: 760.528 su un totale italiano di 4,390 milioni, oltre il 17 per cento. E 3,9 milioni di dipendenti su 16,7, il 24 per cento. Cifre alle quali vanno aggiunte le province di Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Marche fin qui interessate alle restrizioni. La sensazione, fondata o meno, che il contagio si estenderà al centro-sud (Matteo Renzi ha chiesto che l’intera Italia divenga zona rossa) e le proposte di parte del mondo politico (Giorgia Meloni) e finanziario (come Tamburi investment partners) di sospende le contrattazioni di Piazza Affari hanno peggiorato la situazione. Sono dovuti intervenire l’ad di Borsa italiana Raffaele Jerusalmi, il presidente della Consob Paolo Savona infine il Ministero dell’Economia per chiarire che le “ondate di panico” che si volevano evitare sbarrando Piazza Affari si sarebbero trasformate in maremoto. E che la borsa italiana rimane operativa, anche in tempo di guerra.

 

A tutto questo si è aggiunto il mancato accordo nel weekend in seno all’Opec per ridurre la produzione di petrolio in modo da evitare la caduta delle quotazioni dopo la riduzione di acquisti dalla Cina. La decisione della Russia di non seguire le richieste in quel senso di Arabia ed Emirati ha prodotto la ritorsione saudita di ridurre drasticamente i prezzi, con un crollo del 30 per cento, facendo intravvedere due scenari: o Mosca vuol colpire gli Stati Uniti, la cui produzione di shale oil, molto sponsorizzata da Donald Trump, è redditizia quando il prezzo è oltre i 60 dollari (ieri è piombato a 31,5), oppure si profila una guerra commerciale che preluderà a un patto Russia-Stati Uniti isolando il mondo arabo. Il fatto che i due sbocchi geopolitici si contraddicano a vicenda la dice lunga sul caos che regna anche tra gli esperti. Almeno la guerra dei dazi aveva protagonisti precisi, Trump e Xi Jimping in testa. 

 

Sul piano generale gli analisti si affanno a spiegare che – petrolio a parte – la crisi da coronavirus non nasce all’interno dell’economia come dopo il crac Lehman Brothers del 2008 e il rischio default dei debiti sovrani europei del 2010-2011. Però pur guardando ad altre catastrofi generate da fattori esterni (su tutte l’11 settembre), mentre prima gli economisti parlavano di una rapida ripresa a “V” ora una parte di loro immagina un’altra lettera: la “L”. Cioè calo del pil mondiale per alcuni mesi e poi crescita piatta.

 

Le statistiche però lasciano il tempo che trovano di fronte a un contagio in Italia sul quale vigila un apparato imponente di salute pubblica, e però non si arresta la diffusione. Mentre nel resto d’Europa i governi e le istituzioni comunitarie danno la sensazione di mascherare la realtà interpretando i dati in maniera diversa. La Francia ha un ritmo di aumento di contagi pari al 20 per cento italiano, il che non ha impedito il raduno di 3.500 persone travestite da puffi; la Gran Bretagna ha superato il 30 per cento; la Germania ha 1.200 contagiati e nessun decesso ufficialmente attribuito al coronavirus. Le buone notizie arrivano proprio dalla Cina: appena 36 nuovi contagiati in un giorno a Wuhan rispetto ai 1.500 giornalieri italiani e ai 2-300 negli altri paesi europei. In Cina riprendono anche le attività produttive, comprese Toyota, General Motors e Pirelli. Il governo di Pechino, però, può iniettare nell’economia reale, a magari nelle tasche della popolazione, quanti yuan vuole. Vuol dire che l’economia può ripartire, ma prima bisogna fermare il virus.

Di più su questi argomenti: