L'insostenibile leggerezza della spesa

Carlo Stagnaro

Il Conte bis fa esplicita professione di europeismo. Bene. Ma per attivare “una politica economica espansiva” la parola d’ordine sembra essere “spendere”, senza risolvere la questione cruciale: dove prendere i soldi? Analisi del (vago) programma di governo

Il Programma del governo Conte bis si articola in 29 punti, disposti senza un ordine particolare e scritti in un italiano rugginoso. Lo si può leggere in due modi: concentrarsi su quel che dice, oppure enfatizzare quello che non c’è. E’ proprio nelle lacune – volute – che stanno sia gli aspetti più incoraggianti (la scomparsa di ogni pulsione anti-Ue), sia quelli più preoccupanti (l’apparente incoscienza con cui la nuova maggioranza si accinge a varare la legge di Bilancio per il 2020).

 

Il Contratto per il governo del cambiamento si articolava in 30 punti e 58 pagine, e camminava pericolosamente sul crinale tra la permanenza e l’uscita dall’euro. Il governo della svolta, al contrario, fa esplicita professione di europeismo. Inoltre, mentre l’alleanza tra Lega e M5s dava sistematicamente un colpo al cerchio della redistribuzione e uno alla botte della detassazione (in deficit), quella tra il M5s e il Pd appare decisamente sbilanciata a favore della prima. Questo determina una (almeno apparente) maggiore coesione ideologica interna alla coalizione, che lascia presagire una coabitazione meno litigiosa e forse anche meno incline a svarioni e norme confuse o contraddittorie. Tuttavia, specialmente nel mezzo di una congiuntura tutt’altro che esaltante, fa sorgere il sospetto che il governo saprà fare ben poco per la crescita: non perché vi siano degli ostacoli, ma perché il tema non appare prioritario e, nella misura in cui lo è, viene declinato in modo miope. 

 


Il terreno di incontro tra democratici e pentastellati è la spesa pubblica: non c’è problema che essi non credano di poter risolvere con lo stanziamento di risorse da parte dello stato. Ma lo iato tra risorse disponibili e quelle desiderate è tale che difficilmente potrà essere colmato dalla generosità della Commissione Ue


 

Il terreno di incontro tra democratici e pentastellati è la spesa pubblica: non c’è problema che essi non credano di poter risolvere con lo stanziamento di risorse da parte dello stato. Ecco un elenco non esaustivo delle principali misure di spesa che vengono proposte: neutralizzazione dell’aumento dell’Iva; sostegno alle famiglie e ai disabili; politiche per l’emergenza abitativa; incentivi per gli investimenti privati; incremento della dotazione delle risorse per la scuola, l’università, la ricerca e il welfare; rafforzare il piano Industria 4.0; potenziare gli interventi per le piccole e medie imprese; sostenere l’imprenditorialità femminile; incrementare il Fondo previdenziale integrativo pubblico, includendo la pensione di garanzia per i giovani; “creare le condizioni affinché chi ha dovuto lasciare l’Italia possa tornarvi e trovare un adeguato riconoscimento del merito”; politiche di welfare rivolte ai giovani che provengono da famiglie a basso reddito; il Green New Deal, con tanto di incentivi per le “prassi socialmente responsabili da parte delle imprese” e un fondo per la “eco-innovazione”; un piano di edilizia popolare pubblica; misure per “la messa in sicurezza del territorio e per il contrasto al dissesto idrogeologico, per la riconversione delle imprese, per l’efficientamento energetico, per la rigenerazione delle città e delle aree interne, per la mobilità sostenibile e per le bonifiche”; investimenti infrastrutturali; piano straordinario di investimenti al Sud; rafforzamento della banca pubblica per gli investimenti; interventi a favore delle aree disagiate; “valorizzare, anche economicamente, il ruolo dei docenti”; gratuità del percorso scolastico per gli studenti provenienti da famiglie con redditi medio-bassi; pubblicizzazione dell’acqua; assunzioni straordinarie di medici e infermieri; “valorizzare il personale della difesa, delle forze di polizia e dei vigili del fuoco”; potenziare le attività di consulenza e supporto finanziario e assicurativo in favore delle imprese esportatrici; incentivi al settore agricolo. Poi c’è il taglio del cuneo fiscale e un convoluto punto sulla riforma del sistema tributario: “La rimodulazione delle aliquote, in linea con il principio costituzionale della progressività della tassazione, con il risultato di alleggerire la pressione fiscale, nel rispetto dei vincoli di equilibrio del quadro di finanza pubblica”.

 

L’obiettivo è ambizioso: “Una politica economica espansiva… senza mettere a rischio l’equilibrio di finanza pubblica” e “rimuovere tutte le forme di diseguaglianze (sociali, territoriali, di genere) che impediscono il pieno sviluppo della persona e il suo partecipe coinvolgimento nella vita politica, sociale, economica e culturale del paese”. Alla domanda “che fare?”, i giallorossi rispondono all’unisono: “Spendere”! Rimane sostanzialmente evasa la questione cruciale e successiva: come farlo? Data la vaghezza delle proposte, è impossibile determinare l’entità della manovra su cui dovrà cimentarsi il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Ma qualche numero possiamo metterlo assieme: 23 miliardi servono per disinnescare le clausole di salvaguardia e un’altra decina per rispettare gli impegni europei sul deficit. Se poi consideriamo le poche misure più o meno circostanziate (taglio del cuneo fiscale, incentivi alle imprese, maggiori risorse per l’istruzione, assunzioni varie), 10-15 miliardi appaiono come una clamorosa sottostima. A questi vanno aggiunti i costi che le imprese (e, dunque, i consumatori) dovranno sostenere se effettivamente saranno introdotti il salario minimo per i lavoratori dipendenti e il “giusto compenso” per i lavoratori non dipendenti (che già esiste per i professionisti ed è una misura sommamente anti-concorrenziale).

 

Dove prenderli? Il calo dello spread, se stabile, mette a disposizione qualche risparmio sulla spesa per interessi (diciamo, 2-4 miliardi nel 2020). Poi c’è la riduzione del numero dei parlamentari, che l’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli ha stimato in 57 milioni di euro (ma solo dall’elezione del nuovo Parlamento, ammesso e non concesso che la riforma costituzionale sia approvata). C’è la promessa di “completare, in misura efficace, la spending review, operando una revisione significativa delle voci di spesa” oltre alla “revisione delle tax expenditures”. Da ultimo, l’impegno a elevare la web tax sulle “multinazionali del settore che spostano i profitti e le informazioni in paesi differenti da quelli in cui vendono i loro prodotti”. Il “settore” è: “commercio elettronico, logistica, finanza, turismo, industria e agricoltura”. Inoltre, il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha anticipato nuove imposte per banche e assicurazioni, mentre il responsabile dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, ha infornato una tassa sulle merendine. Troppo poco (o, per altri versi, troppo) e troppo vago (nel caso della revisione della spesa, troppo poco credibile) per qualunque simulazione.

 

Lo iato tra risorse disponibili e quelle desiderate è tale che difficilmente potrà essere colmato dalla generosità della Commissione europea. Infatti, se i ministri e i parlamentari non scenderanno rapidamente coi piedi per terra, rischia di generarsi un curioso paradosso: il governo Conte 2 potrebbe trovarsi a Bruxelles esattamente nella stessa situazione in cui si trovava il Conte 1, cioè con una proposta di bilancio incompatibile con le regole fiscali europee. E’ vero che l’atteggiamento è diverso: parafrasando Al Capone negli “Intoccabili”, una parola gentile e una pistola sono più efficaci di una pistola soltanto. Ma difficilmente basterà, anche perché la pistola del deficit non è puntata contro i partner europei, ma contro il portafoglio degli italiani. Semplicemente, è impossibile far tornare i conti senza mettere seriamente in discussione le principali scelte compiute l’anno scorso: considerare intangibili la cosiddetta flat tax (circa 2 miliardi nel 2020), quota 100 (8,3 miliardi) e il reddito di cittadinanza (5,7 miliardi al netto delle risorse Rei) significa automaticamente sforare qualunque target. Le previsioni della Commissione dicono che, senza le clausole di salvaguardia e al netto delle promesse del programma di governo, il deficit nel 2020 sarà attorno al 3,5 per cento: di fronte a questi dati, non c’è flessibilità o benevolenza che tenga. Un vigile premuroso potrà chiudere un occhio per un’auto parcheggiata con la ruota fuori dai limiti, ma non può ignorare un veicolo abbandonato in mezzo a un incrocio.

 


Il governo cala il sipario sul greggio (con la moratoria sulle trivelle), gli inceneritori, la concorrenza (mai citata e neppure evocata) e, in generale, sull’autonomia del settore privato. E’ infatti chiarissimo che tutti gli obiettivi ritenuti desiderabili vengono affidati alla pianificazione pubblica


 

Sarebbe comunque riduttivo giudicare la politica economica del governo dalle poche indicazioni che abbiamo sul bilancio 2020. Il programma contiene, in effetti, molti buoni propositi che, se attuati, darebbero una spinta alla nostra crescita anemica: semplificazioni, sburocratizzazioni, miglioramento dell’efficienza e riduzione dei tempi della giustizia. Ma, nell’assenza di qualunque indicazione concreta, è uno stucchevole elenco di banalità. Tale impressione esce rafforzata dai passaggi che mettono a fuoco gli obiettivi strategici dell’esecutivo, e che chiamano in causa soprattutto il lavoro dei ministri dello Sviluppo e dell’Innovazione, Stefano Patuanelli e Paola Pisano. Il governo sembra convinto che le grandi imprese rappresentino una minaccia (“spostano i profitti” e vanno pertanto assoggettate a imposte ad hoc), mentre fa propria la retorica sulle virtù delle piccole e medie imprese. Manca totalmente la consapevolezza che l’eccessiva frammentazione del nostro sistema produttivo rappresenta un limite alle sue potenzialità, perché le Pmi hanno maggiori difficoltà nell’accesso al credito e faticano a investire e produrre innovazione. Se l’obiettivo del governo fosse la produttività, allora esso dovrebbe interrogarsi su come promuovere la crescita dimensionale delle imprese, non su come difendere lo status quo. D’altronde, l’unica considerazione concreta sul cambio tecnologico riguarda i diritti dei “lavoratori digitali”, intendendo con tale termine soltanto i “cosiddetti riders”, oggetto di un intervento (sbagliato) nell’ultimo decreto emanato dal Conte 1. Sarebbe come ridurre il tema della space economy a quello (pur importante) dei diritti dei camerieri nei bar della Nasa.

 

L’altro paradosso è che, nella retorica del programma, tutto (o quasi) è strategico: come ha twittato Gianluca Codagnone, “il turismo è il nostro petrolio, l’agricoltura è il nostro petrolio, la pace nel mondo è il nostro petrolio, solo il petrolio non è il nostro petrolio” (infatti si parla di moratoria sulle trivelle, e addirittura l’Italia cercherà di persuadere gli altri paesi del Mediterraneo a smetterla di sfruttare le proprie risorse di idrocarburi). Oltre al greggio, il governo cala il sipario sugli inceneritori, la concorrenza (mai citata e neppure evocata) e, in generale, sull’autonomia del settore privato. E’, infatti, chiarissimo che tutti gli obiettivi ritenuti desiderabili vengono affidati alla pianificazione pubblica, mentre le imprese compaiono solo accanto a verbi quali “obbligare” o “aiutare”, ma mai per lasciarle lavorare. Allo stesso modo, non c’è alcuna indicazione su quello che il governo farà in materia di lavoro: seguirà la via riformista del Jobs Act o quella controriformista del decreto dignità? Punterà a un moderno sistema di politiche attive come quello immaginato dall’ex presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte, oppure insisterà col farraginoso meccanismo dei navigator e la misteriosa app dell’Anpal in quota Mimmo Parisi?

 

In sostanza, il programma del governo lascia a dir poco interdetti. Mancano troppi dettagli per esprimere un giudizio, e quel che c’è suggerisce che il paese si troverà nuovamente incapace di conciliare il “voler essere” col “dover essere”. E’ certamente positivo aver risolto ogni dubbio sulle nostre reali intenzioni verso l’euro: tuttavia, il calo dello spread di queste ultime settimane ha più l’aspetto di uno scampato pericolo che quello di una reale apertura di credito. A prescindere dalla virulenza dei toni, se gli investitori e i risparmiatori dovessero convincersi che abbiamo dismesso i panni del Truce solo per indossare quelli di Pulcinella, l’outlook non potrebbe che tornare negativo. Conviene dunque pensare che il programma del governo non esprima le reali intenzioni dell’esecutivo, ma sia piuttosto uno strumento escogitato dai partiti per ottenere una delega quasi in bianco dai propri sostenitori. In tal caso, avremmo davanti ancora qualche settimana di incertezza, ma ben presto – con la pubblicazione della Nota di aggiornamento al Def e la comunicazione a Bruxelles della prima bozza della legge di bilancio – l’esecutivo dovrà svelare le sue carte. Dalle scelte su quota 100, “flat tax” e reddito di cittadinanza capiremo quanta continuità ci sia nella svolta.