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Idee per evitare che la svolta del governo sia solo spendere di più

Contenimento del debito, salario minimo, Mezzogiorno. Paletti utili per capire se la maggioranza farà sul serio (e un’idea sull’Iva)

7 Settembre 2019 alle 06:11

Idee per evitare che la svolta del governo sia solo spendere di più

Il premier Giuseppe Conte (foto LaPresse)

Ora che le elezioni sono state evitate e il rischio di uno scontro con l’Europa sembra essere venuto meno, cosa dovrebbe fare il nuovo governo per sostenere la crescita? Le sfide sono così tante e così difficili che non si sa da dove cominciare. Per fare chiarezza, è bene partire dai due problemi atavici dell’economia italiana: il debito pubblico e il Mezzogiorno. Sono queste le due cause principali delle difficoltà economiche dell’Italia, ed è da qui che sono venute le sfide più impegnative per l’azione di tutti i governi degli ultimi decenni.

 

Sul debito pubblico, è bene non farsi troppe illusioni. Se il nostro debito è ancora sostenibile, lo si deve soprattutto alle politiche monetarie espansive in tutto il mondo e all’aspettativa che la Banca centrale europea riprenda gli acquisti di titoli pubblici. Ma sebbene i tassi di interesse mondiali siano bassi come non lo sono mai stati, il debito continua a crescere. A fine 2017 era al 131,4 per cento del reddito nazionale. Secondo le stime di giugno della Commissione europea, a fine 2019 sarà il 133,7 per cento, e nel 2020 supererà il 135 per cento. Prima o poi questa situazione eccezionale sui mercati finanziari mondiali è destinata a finire. Cosa succederà allora al debito italiano?

 

Non è una domanda retorica. L’incertezza sulla sostenibilità del debito pubblico è una delle cause dell’attuale stagnazione italiana. Durante l’ultimo anno, la domanda interna è stata frenata da un pronunciato rallentamento degli investimenti.

 

In base alle indagini periodiche della Banca d’Italia, l’incertezza imputabile a fattori economici e politici è il fattore che ha pesato più negativamente sull’attività delle imprese italiane, più ancora delle tensioni sugli scambi internazionali. Rimuovere questa fonte di incertezza è condizione necessaria perché riparta la crescita. A questo proposito non basta evitare di litigare con l’Europa. Occorre che il debito pubblico sia messo davvero su un percorso credibile di rientro.

 

Da questa premessa seguono alcune ovvie implicazioni, circa la necessità di controllare la spesa corrente, anche interrompendo al più presto gli effetti nefasti di quota 100 sulla spesa pensionistica, e riducendo le detrazioni fiscali. Tutte cose ben note ma politicamente difficili. Altre implicazioni, forse un po’ meno ovvie, riguardano la distribuzione del carico tributario. E’ certamente importante ridurre le imposte sui fattori produttivi, a cominciare dal cuneo fiscale sul lavoro. Ma visto quanto è difficile tagliare la spesa, l’ipotesi di un aumento selettivo dell’Iva per alcune categorie di beni non deve essere scartata. I nostalgici della lira spesso rimpiangono i tempi in cui l’Italia rimediava ai suoi problemi con la svalutazione. Un aumento selettivo dell’Iva accompagnato da una riduzione del cuneo fiscale sul lavoro ha effetti analoghi, e l’evidenza empirica suggerisce che le svalutazioni fiscali in genere hanno effetti espansivi.

 

Il secondo macigno che pesa sull’economia italiana è il Mezzogiorno. Da quando è scoppiata la crisi sul debito sovrano in Europa, il divario economico tra nord e sud si è ampliato ulteriormente. Mentre le imprese del centro-nord sono generalmente integrate con l’economia europea e sono riuscite ad agganciarsi alla ripresa della crescita mondiale, una parte troppo grande dell’economia meridionale è nascosta nell’economia sommersa, o opera in imprese di piccole dimensioni che si rivolgono principalmente al mercato interno o all’economia locale. Questo divario ha radici storiche, tanto note quanto difficili da curare. Ma una causa importante e che può essere rimossa in tempi brevi è la formazione del salario. Come hanno scritto Tito Boeri, Andrea Ichino, Enrico Moretti e Johanna Posch in uno studio recente riassunto anche su La voce, il costo del lavoro nel sud Italia è troppo alto. Sebbene il divario medio nella produttività del lavoro tra nord e sud sia quasi del 20 per cento, la differenza tra i salari nominali nelle due aree in media è di solo il 4 per cento. Se si tiene conto anche del costo della vita, più alto al nord, la distorsione è ancora più ampia. La conseguenza è che, oltre alla minore produttività del lavoro, il sud è costretto a patire anche i guai di disoccupazione, economia sommersa e deindustrializzazione. In Germania invece, dove i divari di produttività tra est e ovest sono analoghi a quelli italiani, i salari riflettono la produttività.

 

La ragione per cui i salari meridionali sono troppo alti è il metodo di contrattazione, che in Italia lascia troppo poco spazio alla contrattazione aziendale. Il contratto collettivo nazionale è fissato in base alle condizioni del mercato del lavoro in nord Italia, e gli spazi concessi alla contrattazione aziendale sono troppo esigui rispetto ai differenziali di produttività tra le diverse aree del paese. La fissazione di un salario minimo sottratto ai contratti collettivi potrebbe essere un perno su cui costruire un nuovo sistema di contrattazione che dia più spazio alla componente aziendale. Purché naturalmente il salario minimo non sia troppo alto, e possa a sua volta essere differenziato tra aree geografiche (ad esempio prevedendo anche una componente stabilita a livello regionale). Se invece dovesse prevalere l’idea di un salario minimo indifferenziato a livello nazionale, e calibrato sulle condizioni economiche del centro-nord, il divario economico tra le due Italie si amplierebbe ulteriormente.

 

E’ più di un ventennio che l’economia italiana arretra rispetto al resto dell’Europa. Nessun governo può ribaltare questa situazione in poco tempo. La cosa importante è iniziare ad affrontare con responsabilità le cause principali del nostro malessere economico. Alcune di queste cause sono facili da individuare: il debito pubblico e il Mezzogiorno. Da come il governo si muoverà su questi due temi, e in particolare dalle scelte sul disavanzo fiscale e sul salario minimo, capiremo se farà sul serio oppure no.

Guido Tabellini

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    07 Settembre 2019 - 13:01

    Dal 1861 in poi, l'economia italiana non è mai stata in grado, globalmente, di assorbire e soddisfare la domanda di lavoro dei cittadini. La gestione del problema è stata assunta, periodo fascista compreso, dallo Stato centrale, creando un apparato pubblico, che libero da vincoli di bilancio, potesse calmierare la situazione. Ferrovie, Poste, Sanità, Istruzione , enti pubblici fantasiosi, Comuni e Province e poi Regioni, hanno garantito un'accettabile pace sociale. Con due pecche intrinseche: uno stato vegetativo permanente per la grande economia produttiva privata e la necessità di fare debiti. N’è generata una cultura del mercato del lavoro corporativa, rigida, ipergarantista per alcuni settori, sindacalizzata ideologicamente e chiusa nell'ambito nazionale. Squilibrata e impreparata ad affrontare l'economia globalizzata. Rimodellare questa impostazione culturale è difficilissimo, anche perché, di riffa o di raffa, imprese, politica, Pa, lavoratori, ne hanno tratto vantaggi. Idee?

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  • Giovanni

    07 Settembre 2019 - 12:12

    Intanto stanno venendo fuori i primi sondaggi sul favore degli italiani nei confronti del nuovo governo. Sondaggi parecchio sconfortanti se è vero che il 54% degli italiani sono contrari al governo giallorosso. Al nord va ancora peggio con percentuali che arrivano al 65%. Il governo dovrà veramente darsi da fare per correggere tale tendenza.

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