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La svolta anti sovranista dell’Italia cambia gli equilibri del G3 europeo

Gentiloni, Gualtieri, Amendola. E poi? Gli obiettivi dei tre uomini chiave a Bruxelles (con un occhio alla Spagna). Rischi ridotti per Fitch

5 Settembre 2019 alle 20:27

La svolta anti sovranista dell’Italia cambia gli equilibri del G3 europeo

G7, il summit a Taormina del 2017 (LaPresse)

La designazione di Paolo Gentiloni a commissario europeo chiude il cerchio. Passiamo così dal governo più euroscettico della storia d’Italia a un governo che sull’Unione europea punta le sue carte migliori, da laboratorio del populismo trionfante alla riscossa del manifesto di Ventotene. Evidente l’ispirazione, se non la moral suasion, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ma lo strumento di questo ritorno alla vocazione europea è il Partito democratico che ha chiesto e ottenuto tre posizioni chiave: all’Economia Roberto Gualtieri considerato uno dei più influenti deputati dell’Unione, un vero e proprio stakanovista di Strasburgo, agli Affari europei Vincenzo Amendola, responsabile esteri del Pd, e a Bruxelles Gentiloni. È questa la Troika italiana il cui obiettivo sarà stoppare la Troika dei fallimenti, quella composta da Commissione, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale. Tutto ciò riporta all’ordine del giorno un’altra triade, quella dei grandi paesi fondatori: la Francia, la Germania e l’Italia che può recuperare il seggio perduto nel direttorio informale dove era entrata la Spagna.

    

Tanti sono i dossier cruciali, dalla politica di bilancio all’immigrazione con la riforma della convenzione di Dublino, ma l’obiettivo numero uno si chiama credibilità. L’agenzia di rating Fitch è soddisfatta perché ci saranno meno conflitti con l’Ue, ma attende le scelte concrete. Se Gentiloni prenderà davvero il posto di Pierre Moscovici agli Affari economici dovrà gestire una prima patata bollente: la legge di Stabilità italiana che Gualtieri confezionerà di qui a un mese. L’ex presidente del Consiglio si muoverà con guanti di velluto, come gli s’addice, pur tenendo un bel bastone dietro alla schiena. E tuttavia il gioco oggi può essere diverso: non più guardie e ladri (è stato così negli anni scorsi e non solo con il governo gialloverde), bensì una partita a scacchi dove ogni pezzo dovrà fare la mossa giusta pensando a quelle successive. Fuor di metafora, bisogna trovare subito i 23 miliardi per bloccare l’aumento dell’Iva, e nello stesso tempo fare una manovra espansiva per evitare la recessione. Sembra la quadratura del cerchio, eppure è possibile se si guarda non solo al 2020, ma anche ai due anni successivi, impostando una riforma delle tasse cauta nella prima fase, ma certa e ben definita. Si può ridurre, sia pur entro certi limiti, la spesa pubblica corrente – cosa che i gialloverdi hanno rifiutato per principio – e mettere ordine alle politiche assistenziali (reddito di cittadinanza, 80 euro, quota 100 e via via spandendo).

  

Ciò ci porta al tema chiave di questa fase della politica europea: la revisione del fiscal compact all’interno di un coordinamento delle politiche fiscali le quali, pur restando in capo agli stati nazionali, possono cooperare anziché confliggere. E’ quel che ha detto Christine Lagarde, è il tasto sul quale batteva quando era al Fmi ed è anche quello sul quale pesta da almeno un anno anche Mario Draghi. Certo, decideranno i singoli governi in base alle proprie convenienze, ma il ruolo di Gentiloni (se andrà agli affari economici) sarà cruciale, non più come guardiano dei conti pubblici, bensì come promotore di una politica articolata a seconda delle esigenze dei diversi paesi.

  

Non va sottovalutata nemmeno la poltrona della concorrenza. L’impostazione dottrinaria di Margrethe Vestager ha avuto diversi effetti negativi sull’Italia. Basti pensare alle crisi delle banche locali e a quando la commissaria si oppose all’utilizzo del fondo interbancario considerandolo aiuti di stato, anche contro il parere della Banca d’Italia. C’è poi il problema delle concentrazioni industriali: se l’Europa vuol competere con la Cina e non farsi bloccare dal neo-protezionismo americano, deve essere in grado di avere imprese globali anche per la loro taglia. L’Italia non ne ha molte, ma, come dimostra il caso Fincantieri, quando riesce a muoversi nella direzione giusta rischia di essere bloccata.

Stefano Cingolani

Nato nel bel mezzo del secolo scorso a Recanati, è tornato alla luce in seguito a recenti scavi. Dopo tanto girovagare per giornali (L’Unità, Il Mondo, Corriere della sera, Il Riformista) e città (Milano, New York, Parigi), in cerca di stimoli e affetti, ha trovato al Foglio il rifugio agognato. Ha scritto “Le grandi famiglie del capitalismo italiano” e “Guerre di mercato”. Sopraffatto dalla colpa per non essere riuscito ad assicurare un futuro certo alla figlia maggiore e per non fare i compiti con quella minore, passa il tempo tra l’impero romano-cristiano e la terza globalizzazione (prima o poi riuscirà a spiegare entrambi?). Va al mare sul Baltico, ma vorrebbe essere sul Patna con Lord Jim o a Long Island con Jay Gatsby.

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Commenti all'articolo

  • dongivu

    06 Settembre 2019 - 11:14

    Ho capito: basta cortesemente riconoscere primo e secondo posto pari merito a Germania e Francia per accomodarci al terzo posto: siamo nel podio, che vogliamo di più? Se Europa significa star buoni ognuno nella classifica che ci meritiamo senza pretendere di essere tutti alla pari, basta dirlo e ci adeguiamo senza scatenare altre guerre mondiali.

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