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Idee utili per non trasformare la parola “green” in un bluff economico

Le regole europee, le intenzioni di Gualtieri di muoversi all'interno dei “margini di flessibilità” e la richiesta a Bruxelles di poter finanziare investimenti attraverso indebitamento da “scorporare” dalle regole fiscali

17 Settembre 2019 alle 10:00

Idee utili per non trasformare la parola “green” in un bluff economico

foto LaPresse

Il governo giallorosso, in totale continuità con quello precedente – e non c’è da stupirsi visto che il premier e l’azionista di maggioranza sono gli stessi –, si è posto come obiettivo quello di diventare promotore di “una fase di rilancio dell’Unione europea”. Come spiegato nell’ambizioso Programma di ben ventinove punti, l’Italia vuole essere protagonista di “un rinnovamento inteso come strumento per ridurre le disuguaglianze e vincere le sfide della sostenibilità ambientale”. A tal fine, dovrà essere superata “l’eccessiva rigidità dei vincoli europei”. Pertanto, l’esecutivo Conte giallorosso si “adopererà per sostenere le modifiche necessarie” del Patto di Stabilità e Crescita. Come prevedibile, il tema delle revisione del suddetto Patto ha messo d’accordo, almeno per una volta, la stragrande maggioranza delle forze politiche: le regole europee che vincolano la spesa pubblica sono invise pressoché a tutti in parlamento. Tale dibattito rischia, però, di restare un dibattito tutto italiano. Al consiglio dei ministri finanziari europei il tema non ha scaldato gli animi. E’ emerso con chiarezza che la strada verso nuove regole è lunga e tortuosa: manca una visione univoca sul “come”, sul “quanto” e sul “quando” cambiarle. A spiegarlo è stato il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. “Prima di imbarcarsi in una discussione così difficile” ha dichiarato, “bisogna rifletterci attentamente”. Secondo Le Maire l’argomento è molto divisivo e rischia, inoltre, di mettere in ombra temi di maggiore urgenza. In mancanza di una volontà politica, eventuali revisioni continueranno a essere discusse a livello tecnico. A questo proposito, l’European fiscal board (Efb), l’organismo indipendente della Commissione che ha come obiettivo quello di effettuare analisi sulla riforma delle norme introdotte nel 2010-2012, ha di recente pubblicato un rapporto. La proposta dell’Efb è quella di semplificare le regole cambiando l’indicatore di riferimento. Nello specifico, gli economisti che hanno preso parte al gruppo di lavoro suggeriscono di sostituire il disavanzo strutturale (ossia al netto degli effetti del ciclo economico), il cui computo è complesso visto che richiede una stima dell’output gap, con un indicatore più facile da monitorare come la spesa al netto degli interessi. Senza entrare nei dettagli della proposta, quello che è importante evidenziare in questa sede è che rivedere le regole non significa cancellarle, bensì sostituirle con altre (che, peraltro, potrebbero rivelarsi più penalizzanti di quelle attuali). Del resto, non è possibile fare a meno di vincoli fiscali quando si è parte di un area – come quella dell’euro – che non è un’unione fiscale: senza regole, finanze allegre di un singolo Stato creerebbero problemi a tutti. Pertanto, chi tra le forze politiche italiane (al governo e all’opposizione) chiede meno regole o non ha capito fino in fondo il funzionamento dell’Unione monetaria europea oppure ne vuole uscire.

 

Chiarito che le regole servono e non saranno riviste a breve, c’è da chiedersi, allora, come si muoverà il governo giallorosso in sede di predisposizione della Legge di Bilancio. Il ministro Gualtieri, a questo proposito, è stato netto: l’Italia si batterà “all’interno delle regole esistenti”, sfruttando, come già accaduto in passato, i “margini di flessibilità”. In particolare, il Capo di Via XX Settembre vuole chiedere a Bruxelles di poter finanziare investimenti, a cominciare da quelli “green”, attraverso indebitamento da “scorporare” dalle regole fiscali. Ma cosa significa nella pratica? Se, ad esempio, il governo decidesse di investire lo 0,2 per cento del pil nel settore dell’Ambiente (circa 3 miliardi di euro), tale cifra non dovrebbe essere inclusa nel calcolo del disavanzo strutturale. In base alle regole attuali, il disavanzo strutturale deve diminuire gradualmente per tendere al pareggio nel medio termine (l’Italia è uno dei pochissimi paesi che, seppur non richiesto dal Fiscal Compact, ha inserito questa regola in Costituzione). Scorporando questi 3 miliardi, il disavanzo strutturale convergerebbe in maniera più veloce, consentendo all’Italia di rispettare gli obiettivi prefissati senza dover implementare correzioni costose sia dal punto di vista fiscale sia da quello politico. Va precisato, tuttavia, che le risorse per la spesa  green, sebbene non conteggiate da Bruxelles nel disavanzo strutturale, restano pur sempre un’uscita pubblica finanziata con maggiore debito su cui lo stato paga gli interessi.

 

E’ vero che indebitarsi per finanziare investimenti legati all’Ambiente o alla ricerca o alle infrastrutture è diverso da indebitarsi per Quota 100, provvedimento che manda in pensione le persone (in maggioranza uomini della pubblica amministrazione) a 62 anni: l’evidenza empirica dimostra che le spese in conto capitale, come quelle per i suddetti investimenti, hanno un impatto sulla crescita ben maggiore di quello delle spese correnti come quelle per i pre-pensionamenti o per i Bonus. Tuttavia, in un paese come l’Italia dove il costo medio del debito – sebbene in calo – resta superiore alla crescita nominale, l’impatto degli investimenti finanziati a debito non è tale da ridurre il rapporto debito/pil. Per “rimettere il rapporto debito/pil su una traiettoria discendente”, come auspicato dal Ministro Gualtieri, è necessario portare l’avanzo primario (ossia la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi), oltre il 2 per cento del pil. Da questo punto di vista, il governo Conte gialloverde è andato in direzione opposta: l’avanzo primario è previsto scendere all’1,2 per cento dall’1,6 per cento dello scorso anno. E, infatti, il rapporto debito/pil è previsto salire al 132,6 per cento dal 132,2 per cento del 2018.  Eppure, l’allora premier – che era sempre Giuseppe Conte – aveva dichiarato in parlamento che ridurre tale rapporto rappresentava “una priorità” del suo esecutivo. 

 

Se, davvero, il governo Conte giallorosso è in discontinuità con il governo Conte gialloverde lo si capirà anche dalla sua capacità di imprimere al debito pubblico una dinamica decrescente. Ciò richiede, inevitabilmente, un taglio della spesa. Pertanto, gli investimenti green dovranno essere effettuati “in sostituzione” di altra spesa corrente, e non “in aggiunta”. In altre parole, bisognerà seguire la logica della “spesa buona che scaccia la spesa cattiva”. E’ bene che il ministro Gualtieri si affretti a spiegarlo ai suoi colleghi ministri. Gli annunci fatti in questi giorni da molti di loro su “aumenti di spesa” che generano “alti moltiplicatori” non fanno ben sperare.

Veronica De Romanis

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    17 Settembre 2019 - 15:40

    Esempio di investimento green-giallo-rosso in sostituzione di altra spesa corrente: i navigator patacca clientelare diventano operai forestali in Calabria e Sicilia.

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