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Il primo giorno di scuola del ministro delle merendine

Fioramonti è un esame di riparazione: per quello che hanno combinato prima

11 Settembre 2019 alle 06:00

Il primo giorno di scuola del ministro delle merendine

Il neoministro dell'Istruzione, Lorenzo Fioramonti (foto LaPresse)

Come prima cosa aveva proposto di tassare le merendine per finanziare le esangui casse del sistema scolastico e l’aumento di stipendio degli insegnanti; come seconda cosa ha minacciato: “Un miliardo alle università entro Natale o mi dimetto”, che detta così fa molto ex ministro Fontana quando esigeva un miliardo per le famiglie, prima di finire spiaggiato al congresso di Verona e poi, definitivamente, al Papeete. Se poteva festeggiare il suo primo giorno di scuola con due supercazzole di nessun costrutto, il neo ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Lorenzo Fioramonti, deputato Cinque stelle, lo ha fatto. Non per incompetenza, teniamo a sottolineare: competente è competente. L’indecorosa caciara di insulti ai ministri senza laurea era iniziata con il suo predecessore Valeria Fedeli, eppure aveva svolto con diligenza il compito che le era stato assegnato, lo smontaggio per via sindacale del sistema di reclutamento dei docenti disegnato, ahinoi sulla sabbia, dalla Buona scuola.

 

Fioramonti è laureato, è docente universitario di Politica economica (a Pretoria), ha scritto saggi e libri. Per quanto gli pesi sul curriculum la maldestra operazione di voler ingaggiare l’ex iena Dino Giarrusso per occuparsi di concorsi universitari, non è quella l’eredità negativa e ingombrante del Conte I di cui dovrà farsi carico, mettendo fine alla stagione dei proclami di fine estate. Fioramonti era viceministro del Miur con Marco Bussetti, tecnico, e al tempo disastrosamente perso in precedenza dovrà rimediare. A partire dalla “emergenza” – inspiegabile, agli occhi delle famiglie e degli studenti: ma non avevano fatto una riforma “definitiva”, qualche anno fa? – che ancora una volta tiene banco: quella della mancanza di organico. Non soltanto di docenti di ruolo, persino di supplenti. La realtà è che non si è riusciti a coprire nemmeno i 53 mila posti di ruolo (assunzioni a tempo indeterminato) autorizzati dal Mef. Così si calcola che 30 mila cattedre dovranno essere coperte dai supplenti, ma c’è penuria anche di questi e in alcune regioni le graduatorie sono esaurite. E rispuntano i “precari storici” per coprire i buchi. E la possibilità per i presidi, di ricorrere alla “procedura Mad”, nome decisamente evocativo, ma che sta per “Messa a disposizione”, un elenco a cui possono iscriversi tutti: i neolaureati in attesa che venga indetto uno straccio di concorso e i non abilitati.

 

Spiegare perché in Italia non sia possibile coprire i posti in organico necessari alla scuola è quasi impossibile: o meglio si dovrebbe partire dall’inizio, dalle assurdità borboniche dei sistemi concorsuali e dalle astruserie delle classi di concorso, che segmentano fino all’inservibilità le specializzazioni. Queste cose, da studioso che conosce ed elogia il sistema dell’istruzione tedesco e pure finlandese, Fioramonti certamente le sa. Le questioni più facili da spiegare, ma qui occorre davvero un mea culpa e la discontinuità, riguardano il come si è arrivati a questo inizio di anno scolastico 2019-2020. E bisogna ricordare che il necessarissimo concorso più volte annunciato dal suo ex superiore, che doveva produrre a fine percorso l’assunzione di 70 mila insegnanti – titolati, certificati, possibilmente giovani (con buona pace dei precari storici, la scuola italiana più che di tasse sulle merendine ha bisogno di svecchiare un corpo docente pericolosamente attempato) – non è mai stato fatto. Per motivi misteriosi ma palesi, tra cui: il peso finanziario dell’operazione e la necessità, a poco a poco, di esaurire le graduatorie (“a esaurimento”, appunto) e prosciugare la platea ancora enorme dei precari reclamanti posto. Specie al sud.

 

Così si è lasciato marcire un anno in più quel poco che restava dell’impostazione della Buona scuola. E questa è una colpa del Miur all’epoca del Conte I. Cui si aggiunge, sempre colpa dello stesso esecutivo, ma sull’altra sponda, che quota 100 ha portato all’uscita dal servizio di circa 33 mila docenti, in assenza di ricambi automatici. Va detto che il ritorno al passato – alle cattedre vuote e ai supplenti introvabili – era iniziato al tempo della ministra Fedeli, e delle immissioni in ruolo ope legis per prosciugare il precariato. Per farlo, si sono trascurati i concorsi che avrebbero (in teoria) privilegiato i neolaureati. Perché il punto rimane quello, nella sinistra sindacale e nel partito cui appartiene Fioramonti: la scuola considerata innanzitutto come ammortizzatore sociale e serbatoio di sfogo per la disoccupazione, prima delle esigenze didattiche. Si occupi di fornire discontinuità su questo punto, il ministro.

 

Poi, ovviamente, ci sono i sogni del modello finlandese – orari più brevi, tecnologie digitali e aggiornamenti dei linguaggi e delle “funzioni docenti” – e c’è la bandierina educativa del momento, l’introduzione dell’Educazione civica. Che al momento non si sa se sia obbligatoria oppure no, se faccia media oppure no: al momento partirà a mo’ di sperimentazione, con differenze tra i vari tipi di scuola. E soprattutto non ha uno status contenutistico e didattico preciso: sarà un corso di galateo contro il bullismo e per la biosostenibilità, un mandare a memoria la Costituzione più bella del mondo e il codice della strada? Oppure sarà un percorso utile e originale attorno al concetto di cittadinanza, di etica pubblica? Ma questi sono i contorni: quel che il ministro Fioramonti deve provare a dimostrare, per prima cosa, è che la scuola non è solo un problema burocratico-sindacale.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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