I due pilastri del Green Deal europeo

David Carretta

Regolamentazione e dazi sono alla base dell'accordo Ue sul clima per evitare il dumping degli altri paesi. Come si paga il conto. Andassero a protestare in Polonia, dice Macron rivolto agli ambientalisti

Bruxelles. La neutralità climatica entro il 2050 è più facile a firmarsi che a farsi, come dimostrano le divisioni tra gli stati membri dell’Unione europea all’apertura del summit delle Nazioni Unite sul clima e in vista dell’European Green Deal che la futura presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha promesso nei suoi primi 100 giorni. “Sfilare tutti i venerdì per dire che il pianeta brucia è simpatico”, ma “che vadano a manifestare in Polonia” è sbottato ieri Emmanuel Macron, di fronte alle resistenze di quattro paesi europei per rafforzare l’ambizione delle politiche europee sul clima. Il presidente francese ce l’ha con Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Estonia, che bloccano l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 per tutta l’Ue. La Polonia, con la sua economia dipendente dal carbone, dovrebbe spendere 60 miliardi per realizzare gli obiettivi già fissati dall’Ue per il 2030. L’Estonia ha spiegato di non voler impegnarsi su altri obiettivi fino a quando non saprà i costi della transizione ecologica della sua economia. L’effetto Greta è stato dirompente, ma il problema del “chi paga” è reale. Anche i più entusiasti sostenitori della lotta ai cambiamenti climatici devono fare i conti con i costi delle promesse cui vogliono dare portata globale. Dopo lo scoppio della rivolta dei gilet gialli, Macron ha abbandonato le misure socialmente più dolorose (come l’aumento delle accise sui carburanti) e in molti si chiedono quando passerà dalle parole ai fatti. Il piano da 54 miliardi di euro con cui Angela Merkel sperava di indossare di nuovo i panni della “Klimakanzlerin” (la cancelliera del Clima) ha deluso gli esperti: con un’economia che si alimenta a carbone (per un terzo) e produce grosse cilindrate (il settore auto), le misure appaiono insufficienti per realizzare gli obiettivi di riduzione della CO2.

    

Considerare l’European Green Deal come una moda passeggera sarebbe riduttivo e sbagliato. Sulla spinta della comunità scientifica, gran parte dell’Ue ha deciso di agire ben prima degli scioperi del movimentoFridays for Future”. C’è da rallentare l’aumento della temperatura terrestre, evitare lo spostamento massiccio di popolazioni e prevenire i fenomeni meteorologici estremi.

   

Ma dietro all’European Green Deal c’è anche una visione strategica che va oltre l’ambiente. L’Ue è convinta di poterlo usare per preservare il suo ruolo di potenza globale, politica ed economica, attraverso due strumenti: regolamentazione e dazi. “Diventare il primo continente a impatto climatico zero costituisce contemporaneamente la sfida e l’opportunità più grandi del nostro tempo”, ha detto von der Leyen illustrando il suo European Green Deal. Con un mercato da 500 milioni di consumatori, qualsiasi normativa europea sul clima è destinata a influenzare il resto del mondo. Lo sa bene la Cina che è diventata leader nella produzione di impianti fotovoltaici proprio grazie agli incentivi introdotti nell’Ue e più in particolare in Germania.

 

Quell’esperienza è stata d’insegnamento per gli europei, che hanno visto scomparire i loro produttori di celle fotovoltaiche a causa del dumping cinese. Von der Leyen ha promesso di ricorrere a due strumenti. Primo, estendere il sistema di scambio di quote di emissione (gli Ets) per far pagare di più chi emette più CO2. Secondo – ed è la novità dopo anni di resistenze della Germania – introdurre una “tassa carbonio alle frontiere”, che equivale a un dazio per i paesi che non rispettano gli standard ambientali dell’Ue. I free rider sono avvertiti: o Stati Uniti, Cina e India si adattano o le loro merci saranno tassate quando entrano nell’Ue in base alle emissioni dovute alla loro produzione.

  

I più insistenti sulla tassa carbonio alle frontiere sono sempre stati i francesi, sollevando il sospetto che ci siano mire protezioniste nell’ossessione per il dumping ambientale. La Germania teme rappresaglie commerciali, ma la scorsa settimana ha dato per la prima volta il suo assenso all’idea. Von der Leyen si è mostrata comunque prudente: la tassa carbonio alle frontiere deve rispettare le norme Wto ed essere introdotta in modo graduale in “un certo numero di settori selezionati”. E’ cosciente dell’impatto che un piano troppo ambizioso potrebbe avere anche dentro l’Ue. “Abbiamo bisogno di una transizione equa per tutti”, ha detto von der Leyen a luglio davanti all’Europarlamento. Dietro alle sue parole si nascondono le preoccupazioni per i lavoratori che rischiano il licenziamento, come nel settore auto, e le resistenze di paesi come la Polonia, che non vogliono pagare i costi della transizione ambientale. “Le popolazioni e le regioni più esposte beneficeranno di un sostegno tramite un nuovo Fondo per la transizione equa”, ha promesso von der Leyen. Con la Brexit, il bilancio Ue sarà meno generoso: la tassa alla frontiera può proteggere l’industria e far entrare qualche soldo in più, ma si ripercuoterà sui consumatori. Salvare il pianeta ha un costo e chi paga il conto sarà uno dei grandi temi dell’European Green Deal.