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Contro la scienza à la carte

Costruire una coscienza sociale è il primo passo per combattere il cambiamento climatico

27 Settembre 2019 alle 06:00

Contro la scienza à la carte

(foto Unsplash)

Al direttore - Si vocifera che il motivo che portò all’abdicazione di Papa Benedetto XVI fosse la sua incapacità di convivere con la frustrazione del cosiddetto cattolicesimo à la carte. Non sono una persona religiosa ma non riesco a non simpatizzare con il sentimento di Ratzinger perché noi scienziati siamo afflitti dalla stessa piaga. Come la religione si è liberata del timor di Dio che domandava cieca obbedienza, cosi nella scienza il latinorum non basta a suscitare tacito rispetto. Il pubblico preferisce optare per una scienza à la carte, decidendo a priori cosa accettare o rinnegare: il ruolo dei vaccini, l’evoluzione, i cibi geneticamente modificati, il cambiamento climatico, sono tutte egualmente solide ma non considerate tali. Alcune di queste dissonanze cognitive hanno carattere culturale. La maggior parte degli americani sposa il consenso scientifico sul cibo geneticamente modificato, ma più del 70 per cento degli europei lo rigetta. Cinicamente, è legittimo pensare che né gli uni né gli altri sappiano esattamente cosa voglia dire “geneticamente modificato”: non è la conoscenza tecnica a fare la differenza ma una decisione pregiudiziale. Infatti, i sociologi dimostrano che la “scienza à la carte” non ha correlazioni profonde con la politicizzazione. Studi di Fischoff e Rutjens, ad esempio, mostrano che conoscere le idee politiche dell’individuo non aiuta a prevederne la posizione su temi socialmente controversi – con due note eccezioni: il creazionismo per i protestanti, e la negazione del cambiamento climatico per i conservatori.

 

Negli Stati Uniti, la proporzione di chi teme il cambiamento climatico è passata dal 40 al 57 per cento in sei anni, ma l’incremento è largamente attribuibile ai democratici (dal 64 al 94 per cento); tra i conservatori la proporzione è salita dal 14 al 19. Del resto, nulla è cambiato dal punto di vista scientifico: il consenso tra gli studiosi è unanime oggi tanto quanto non lo fosse 30 anni fa; la fisica dell’effetto serra è nota da due secoli, già descritta da Fourier nel 1827; i primi calcoli dell’effetto della CO2 industriale vennero pubblicati da Arrhenius nel 1896. Che probabilità di successo ha quindi Thunberg quando implora il pubblico di “ascoltare la scienza”? Se da un lato si è finalmente evoluti dalla negazione dell’evidenza a una situazione di riluttante accettazione, dall’altro esiste ancora una narrativa per cui il cambiamento climatico non sarà abbastanza catastrofico da giustificare manovre riparatorie. Vinto finalmente il negazionismo, quest’ultimo concetto (concettualmente errato) pare essere quindi il baluardo che ci separa dall’azione. Un errore di fondo di alcuni commentatori è trarre un equilibrio di costi impostato solo sulle variazioni nel pil mondiale. Il pil non funziona bene per fenomeni di questa portata: la seconda guerra mondiale ha avuto effetti fortemente positivi di crescita post-ricostruzione ma ciò non basta per auspicarsene una terza. Lo stesso Ipcc ha la premura di associare una nota a margine delle stime economiche: “l’impatto sulla crescita economica si riferisce a cambiamenti nel prodotto interno lordo. Molti altri tipi di impatto, come ad esempio la perdita di vite umane, eredità culturali, e ecosistemi sono difficili da quantificare e monetizzare”. La nota giustifica la sproporzione tra lo spazio dedicato alle variazioni di pil, e lo spazio dedicato all’alto numero di fenomeni di impatto catastrofico ma non monetizzabili. Nell’ultimo rapporto, il pil è solo una delle 29 analisi. Le altre 28 non sono meno importanti ma difficili da avvalorare: come calcoliamo il costo di una diffusione mondiale di malattie attualmente endemiche come malaria, ebola, chikungunya? O le conseguenze geopolitiche ed economiche delle migrazioni di milioni di essere umani quando intere regioni diventeranno incompatibili con la vita? Se poche migliaia di migranti hanno provocato un rigurgito populista, cosa aspettarsi da migrazioni mille volte più importanti? Non siamo in grado di prevedere i costi di questi scenari ma la cosiddetta matrice del calcolo del rischio ci suggerisce che c’è poco da stare sereni. D’altro canto, occorre accettare che fermare il cambiamento climatico non può che avere un costo: abbiamo impostato tutta la crescita economica su un solo fattore, combustibile fossile fortemente deprezzato, incuranti di quelle che gli economisti chiamano esternalità. Non esistono pasti gratis e ora non dovremmo stupirci che ci venga presentato il conto. Che ci sia riluttanza a pagarlo è fisiologico; chi lo debba pagare è da decidere. Unccc nel 1992 e il protocollo di Kyoto nel 1997 già proponevano una divisione etica dei costi tra paesi a diverso stadio di sviluppo. Concetti che alcuni detrattori di Greta Thunberg sembrano aver scoperto questa settimana sono sul tavolo da più di trent’anni senza vedere progressi concreti: ecco cosa si intende quando si accusa la politica di sostanziale immobilità. Sebbene l’Europa sia stata la più virtuosa del gruppo, a livello mondiale abbiamo riconosciuto il problema in tempo, ma non abbiamo fatto i compiti: abbiamo aperto il quaderno e tergiversato mangiucchiando la matita. Gli scienziati hanno dimenticato che il politico ha una sola spinta motoria: il consenso elettorale. Se si vuole vedere cambiamento, l’unica azione utile è creare un movimento che costituisca la base di un nuovo mercato elettorale. Il primo capitolo di policy-making dell’Ipcc risale al 1990 e nella lista delle azioni, al punto primo si legge “educazione e informazione del pubblico”. Che costruire una coscienza sociale fosse il primo passo per combattere il cambiamento climatico era già chiaro allora ma siamo in ritardo di anni sulla tabella di marcia e questo è il vero grido di Greta

 

Giorgio Gilestro è neurobiologo all'Imperial College London

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  • pereoto

    pereoto

    27 Settembre 2019 - 15:55

    Grazie Giorgio. Un’articolo pertinente e straordinariamente chiaro. Fa piacere che il Foglio - oramai quasi completamente dedito a la carte dell’internazionale “negazionista”, forse in omaggio al suo passato pubblico di destra - dia spazio anche a interventi come il suo pur, almeno da alcuni commenti, con scarso successo. Naturalmente tutti climatologi. Io, che non lo sono, mi chiedo... non è forse positivo che le nuove generazioni si occupino di ambiente? Lo fanno spesso con confuse o scarse conoscenze? Va bene. Forse il foglio potrebbe aiutarli con informazioni ed argomenti (come la pubblicazione della sua lettera), più che riprodurre generiche, e populiste, critiche alla “nuova religione”.

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    • giorgiogilestro

      27 Settembre 2019 - 18:53

      Grazie per le parole. Non credo il pezzo abbia avuto "scarso successo". A giudicare dal numero di condivisioni e dai tanti commenti ricevuti in privato e su facebook esiste un pubblico, anche tra i lettori assidui o potenziali del foglio, che ha apprezzato.

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  • luigi.desa

    27 Settembre 2019 - 13:44

    Vivo a Roma ,ho una età avanzata eppure dall'infanzia ad oggi non mi sono accorto di un qualsivoglia mutamento climatico salvo quelli rituali .Questo anno a luglio il caldo è stato meno o più caldo dell'anno scorso ? Senza consultare i dati statistici ma solo come sensazioni fisiche personali ( mangiato troppo o poc,dormito poco o molto,bevuto drink più o meno del solito etzetera. Ho la sensazione che io debba crede per fede chi sostiene i mutamenti climatico fuori del solito.

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    • ayler

      27 Settembre 2019 - 18:02

      Guarda che il cambiamento climatico è fuori discussione. Oggetto di disputa sono le cause e le conseguenze.

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  • Mario Valentino

    Mario Valentino

    27 Settembre 2019 - 11:08

    Mi riesce difficile comprendere come mai il Foglio continui ad ospitare articoli nei quali si afferma che "nulla è cambiato dal punto di vista scientifico: il consenso degli studiosi è unanime oggi tanto quanto non lo fosse 30 anni fa": scusate, ma i punti di vista, scientifici anch'essi, che smentiscono questa pretesa unanimità, non li state pubblicando proprio voi, e da tempo? Perché continuare a propalare disinformazione così perentoria allineandovi all'opinione del mainstream che voi stessi cercate invece di contrastare diffondendo autorevoli posizioni critiche contrarie? Capisco la necessità di ospitare punti di vista diversi: ma allora dobbiamo aspettarci anche un articolo non critico sui terrapiattismo?

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    • giorgiogilestro

      27 Settembre 2019 - 19:08

      Vero. Le due posizioni che cita lei non sono infatti compatibili l'una con l'altra.

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    • ayler

      27 Settembre 2019 - 12:23

      Non mistifichi. Non c'è nessuno scienziato che sostenga il terrapiattismo.

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      • Mario Valentino

        Mario Valentino

        29 Settembre 2019 - 21:07

        La ringrazio dell'osservazione, lei ha perfettamente ragione: l'ultima parola del mio commento non è coerente con quello che avrei voluto intendere, e me ne scuso (anche con l'autore). Non sono un commentatore scafato: il mio intervento nasceva dallo spaesamento provato nel leggere questa "lettera", il cui contenuto mi era parso di senso opposto alle posizioni critiche che il Foglio ha ospitato da anni su questo tema, reclamandone soltanto coerenza editoriale.

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      • flaneurotic

        flaneurotic

        28 Settembre 2019 - 08:04

        Io mi immagino il Sor Luigi e il Sor Valentino, (avvocati o notai da quattro generazioni, probabilmente, e naturaliter crociani) seduti all'ombra dei pini di villa Borghese, intenti a scambiarsi "dati" sul microclima dello spazio racchiuso entro le mura aureliane: “oggi ho messo il golfino, ai tempi nostri si stava in maniche di camicia sino a novembre, ma dove sta questo caldo, ma chi li paga a questi scienziati?”

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  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    27 Settembre 2019 - 08:21

    Grazie Greta-bis.

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