Interpretazione dei sogni ambientali

Antonio Pascale

“Una volta mi piace Greta, una volta sottovaluto ogni cosa”. Diario di uno schizofrenico sulle questioni legate alle sorti del pianeta. Che consiglia di abbandonare emozioni e sensi di colpa, di porsi obiettivi concreti e accettare qualche compromesso

A proposito della questione ambientale: mica vi capita di fare come me, cioè di muovervi in maniera schizofrenica? A me capita, eccome. Una volta mi piace Greta e le riconosco un sacco di qualità, due giorni dopo non mi convince più. Una volta tengo banco parlando dell’innalzamento della temperatura e dei conseguenti seri problemi, un’altra volta sottovaluto ogni cosa, e dico che poi in fondo che fa se fioriscono i fiori in Siberia, anzi. Spero di essere l’unico al mondo così altalenante e che soprattutto la mia sia una patologia non infettiva. Altrimenti per il pianeta è un problema serio. Non sono uno scettico, davvero, non lo sono. Anzi riassumo spesso, e cerco di farlo, ogni volta che posso, prendendomi il tempo necessario, quello che ho capito leggendo una buona parte della letteratura scientifica, lo stato dell’arte insomma. E’ importante, sono punti cardinali, sicurezze. E allora: la temperatura nell’ultimo secolo è aumentata in modo anomalo e su scala globale, se sale ancora è un problema serio.

 

Il mondo sognato ora c’è. Sono serviti progressi, nuove tecniche e tanta energia. Che tuttavia pulita non era. Forse è questa la ragione della mia schizofrenia. Soffro dal punto di vista emotivo perché mi dicono di sognare un mondo migliore e nello stesso momento mi dicono che finora ho fatto solo guai

Con buone probabilità, il succitato aumento è fortemente correlato alle emissioni di gas serra, che tra l’altro sono in costante e graduale aumento, da 287 parti per milione (ppm) in epoca preindustriale, a circa 400 ppm (poi sì, in passato ci sono state altre epoche di forte riscaldamento non dovuto alle emissioni umane). Nello stato dell’arte è giusto, per amore di completezza e di vaglio analitico, considerare le cose su cui non vi è certezza, perché ci basiamo su complicati modelli matematici (che non seguo appieno per ragioni legate alla mia ignoranza in materia e scarsa volontà di apprendimento). I modelli forniscono valutazioni probabilistiche. La fisica dell’atmosfera comprende molti parametri, alcuni difficili da calcolare. All’incertezza seguono risposte non complete e che però dovremmo completare: quanto aumenterà la temperatura? Quali strumenti usare per ridurre le emissioni? Ingegneria climatica, centrali nucleari, o più cinicamente speriamo che ci sia meno gente in giro e quindi inquinamento?

  

Naturalmente, aspettando che i computer quantistici assorbano e risolvano calcoli complessi (e diano risposte più precise), meglio le euristiche: meno CO2 e sostanze correlate buttiamo in aria, meglio, è per tutti. Qui ragiono da analitico, ma fuori da queste pagine, come vi dicevo in apertura, sono schizofrenico. C’è qualcosa che mi annebbia e mi confonde. Credo che sia l’onda emotiva. Altissima, potente e alterna. Ecco, mi travolge. Una volta sono su e allora grido a favore di Greta e degli ambientalisti, una volta sono giù e grido in senso opposto. Il bailamme mi ottunde e mi porta a schierarmi ora con l’uno ora contro l’altro. In fondo siamo umani e fragili e cerchiamo i complici e il leader. Vago su e giù perché il concetto che non ho ancora capito (e ripeto, l’evidenza è oggettiva: la temperatura è aumentata ecc.) è: cosa stiamo chiedendo? Di prenderci con serietà maggiormente cura dell’atmosfera, oppure stiamo chiedendo un po’ a tutti di farla finita al più presto, sparire, insomma, toglierci di torno, per salvare, appunto, il pianeta? Chiediamo soluzioni di compromesso, che sono lente e difficili, e soprattutto impure, oppure desideriamo la bellezza cristallina e la purezza da osservare da lontano? La seconda soluzione, diciamo la verità, sarebbe quella ideale, sempre per il pianeta.

 

Pensateci: niente macchine, niente nervosismi per buste biodegradabili che si rompono con facilità, per non parlare di certi camion che scaricano prodotti bio tenendo acceso il motore per 40 minuti. Del resto alcuni padri nobili dell’ambientalismo, al momento, magari conosciuti solo da una ristretta cerchia di persone – come il pessimista radicale e per certi versi amabile, filosofo norvegese Peter Wessel Zapffe – sono stati i primi a osservare che il pianeta starà meglio, anzi benissimo, se l’uomo la farà finita. Anzi, siccome noi siamo comunque fregati, tanto vale accelerare il transito, cercando i migliori modi per porre fine alla schiavitù della vita e del conseguente dolore che rechiamo a noi stessi e all’universo: “Secondo la mia concezione della vita, ho scelto di non portare al mondo figli. Una moneta è esaminata, e solo dopo un attento esame data a un mendicante, mentre un bambino è gettato nella brutalità cosmica senza esitazione”. Oppure: “L’umanità dovrebbe porre fine alla sua esistenza di sua volontà”. Antinatalismo, insomma. Che ora ci scherziamo su, eppure molte voci ben informate ci dicono che si sta formando una generazione ecologista antinatalista che teorizza (non senza una venatura polemica e a volte violenta) il problema uomo. Dunque, la scomparsa dell’umanità sarebbe l’unico modo per porre rimedio ai nostri perenni e diabolici errori.

   

Per curiosità è da citare il divertente monologo del padre di tutti gli stand-up comedian, e cioè la buonanima di George Carlin. Prendendo un po’ in giro la moda ecologista e dunque i continui sensi di colpa che l’umanità si infligge a ogni passo, sosteneva che il pianeta ha sopportato con nonchalance bombardamenti di asteroidi, tettonica delle placche, inversione magnetica dei poli, eruzione vulcaniche che fanno un baffo a quella di Pompei, e insomma cosa frega al pianeta di quattro buste di plastica? Cosa frega al pianeta dell’uomo? L’uomo è un fastidio superficiale di cui il pianeta si libererà scuotendo un po’ le spalle, sì perché il pianeta sta bene, è l’uomo che è fottuto.

   

Il sogno della mia famiglia contadina: un bagno in casa, e non un secchio in mezzo alla campagna. Ora sappiamo quanto è costato quel sogno e prenderemo provvedimenti. Ma dovremo studiare e tanto, perché se sostenibilità vuol dire attraversare l’oceano della vita usando un secchio, ebbene, io vi dico che non ce la faccio

Deve essere questo il punto: i sensi di colpa. Mi rendono arrendevole ed esitante o passivo aggressivo, mi genufletto o insulto. L’onda emotiva mi pone nel bel mezzo del problema amletico, essere o non essere, e soprattutto, sognare o dormire? Quando la giovane e combattiva attivista con voce tremante dice: mi state rubando i miei sogni, mette davvero il dito nella piaga dell’umanità. Perché uno degli scopi della vita, i primatologi direbbero ciò che ci rende diversi, a noi umani (teneri e disperati) è appunto sognare e qualche volta realizzare i nostri obiettivi. Il problema è che i sogni costano, tradotto in termini ecologici e sì, esistenziali, i sogni, per adesso, hanno un impatto sul pianeta e sul clima. Sogni gratis non ce ne sono, è sempre una questione di energia. Allora tocca metterci d’accordo per prima cosa se io, voi e Greta e i nostri figli, siamo qui e ora, è perché altri hanno sognato un mondo migliore e sono riusciti in parte a realizzarlo, un mondo che in fondo può rispondere ai celebri versi del premio Nobel Dylan, per quanto tempo dovremo sentire i cannoni fischiare? E potremmo aggiungere: quanto tempo ancora per bandire la violenza, far calare gli omicidi, mangiare bene e tutti, avere assistenza medica, così che il ricco e il povero, bene o male, possano curarsi con stesso protocollo e via di questo passo. Bene, la risposta non la porta il vento, perché questo mondo incomincia (con molti problemi e affanni) a delinearsi. E se quando facevo i temi di italiano al liceo Armando Diaz, a Caserta, duranti gli anni Ottanta, avessi scritto che sarebbe crollato il Muro di Berlino, che avrei viaggiato senza cambiare ’sti cazzo di soldi (che mi rimanevano sempre dei marchi tedeschi, dei franchi francesi) perché c’era mercato unico, se avessi detto che le democrazie sarebbero avanzate e le guerre diminuite, insomma mi avrebbero preso per il solito utopista che: primo, non ha ascoltato Bob Dylan, cioè non sente il vento che passa e si porta via le domande; secondo, è abbastanza superficiale da non vedere lo sporco del mondo che il vento solleva. E invece il mondo sognato ora c’è. Sono serviti progressi, nuove tecniche e tanta energia. Che tuttavia pulita non era. E come spesso accade alcuni sogni si trasformano in incubi.

   

Forse è questa la ragione della mia schizofrenia. Soffro dal punto di vista emotivo perché mi dicono di sognare un mondo migliore e nello stesso momento mi dicono che finora ho fatto solo guai. Da una parte mi incitano e dall’altra parte mi disistimano. Peggio del bastone e della carota. Mi convincono con immagini apocalittiche o mi fermano costringendomi a deridere l’avversario. Alla fine, non capisco se io, Antonio Pascale, un prodotto medio della storia dei sapiens, sono un problema o una soluzione. Se io e i miei comportamenti (il mercato, il capitalismo ecc.) sono lo strumento per migliorare il mondo o il pifferaio che vi porterà nel baratro. Vorrei, dunque, per capire meglio, scendere dall’onda, e responsabilmente misurare i miei passi. Senza vergognarmi del mio impatto, perché quell’impatto c’è, e credo ci sarà sempre: i sogni non sono gratis. Da qui il mio atteggiamento schizoide, direi surreale, alimentato dalle discussioni continue, i sovranisti contro Greta e scettici sul cambiamento climatico, gli ambientalisti a favore e con soluzioni approssimative. Poi certo capisco la forza di alcune campagne: se non ti spaventi non ti muovi. Ma è anche vero, e ce l’insegnano i traumatizzati, che davanti al pericolo potremmo congelarci e dunque non fare niente, se non aspettare la fine. Decidiamo dài. Perché a proposito di sogni vi devo confessare quello della mia famiglia contadina: un bagno in casa, e non un secchio in mezzo alla campagna. Lo ricordo perché il bagno in casa e le piastrelle e i soldi per comprarlo sono correlati al benessere economico e sì, ai milioni di tonnellate di CO2 buttate nell’aria, a poco prezzo. Ora sappiamo quanto è costato quel sogno e prenderemo provvedimenti. Ma dovremo studiare e tanto, sia per non perdere il nostro bagno sia perché se sostenibilità vuol dire attraversare l’oceano della vita usando un secchio, ebbene, io vi dico che non ce la faccio a tornare lì, la vita è breve e magari inquino un po’. Dovremmo studiare anche perché siamo tanti a sognare e non tutti sullo stesso letto e non tutti con lo stesso obiettivo. Otto miliardi, arriveremo a dieci, e quelli che più crescono e più inquinano in questo momento (basta vedere le mappe) sono India e Cina e fra poco arriverà l’Africa. Ci vuole studio ed energia nuova, a basso costo, e i numeri ci dicono che non è facile, anche perché devi adattarla in posti non ideali.

   

Altre volte sono più tranquillo e allora sogno. Penso che sì, ce la faremo. Se smetteremo di sentirci in colpa, se abbasseremo il desiderio di purezza. Ce la faremo se scenderemo dall’onda emotiva e lavoreremo con strumenti realisti e obiettivi concreti. Cercando non la Soluzione, ma le tante soluzioni di compromesso. Se invece tenderete a fare come me, non ce la farete, sicuro. Vi ritroverete schizofrenici, urlerete a favore o contro, ma metterete tutte le cose insieme, senza vaglio e senza analisi. Sprecherete dunque le migliori energie andando su e giù, urlando impettiti o piegandovi in ginocchio. Voglio dire, sprecherete le vostre forze. Nemmeno vi darete da fare per trovare uno standard unico adatto a misurare la sostenibilità di una azienda. Perché oggi, urliamo e facciamo sì un bilancio di sostenibilità ma poi nel bilancio mettiamo quello che vogliamo, perché, appunto, manca il metro unico, ognuno ha il suo, preda com’è dell’onda emotiva, combatte contro il suo vicino, pure lui accaldato e affranto, ma senza capirlo. Un po’ come nei cortei.

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