Anche la scienza ci dice che il cambiamento del clima si affronta senza isteria

Ernesto Pedrocchi

I dati reali e il calderone allarmista dei media. Non perdere l’origine buona della discussione

Al presente l’unico parametro rappresentativo del clima globale è la temperatura media di tutto il globo (Tgm), il suo legame con le emissioni antropiche di CO2 è un problema prettamente scientifico e come tale va trattato. Da quando è rilevabile abbastanza bene, circa il 1850, a oggi, la Tgm ha subito aumenti e diminuzioni: attualmente risulta di circa 1° C superiore al valore di partenza; dopo un periodo di leggera decrescita a cavallo degli anni Sessanta e Settanta ha poi iniziato a crescere negli anni Ottanta e Novanta, come era già avvenuto tra il 1910 e il 1945. Dopo il 2000 la Tgm si è all’incirca stabilizzata, ma dal 2014 fino al 2016 è stato attivo un forte evento di El Niño, fenomeno naturale noto da millenni che avviene nel Pacifico e che ha comportato un picco di aumento della Tgm. Nel 2017 e 2018 la Tgm è diminuita e sembra stia tornando ai livelli precedenti El Niño. Le emissioni antropiche di CO2, essenzialmente legate all’uso dei combustibili fossili ora al livello più elevato nella storia dell’uomo, costituiscono circa il 5 per cento delle totali immissioni di questo gas in atmosfera, il resto è di origine naturale: la degasazione degli oceani e la dissoluzione dei composti biologici. Circa il legame tra Tgm ed emissioni antropiche di CO2, il mondo scientifico – anche l’Ipcc organo dell’Onu preposto a questi studi – riconosce che rimangono alcuni dubbi. Solo una frazione di sostenitori catastrofisti dell’Anthropogenic Global Warming (AGW) danno per scontato il legame tra emissioni antropiche di CO2 e Tgm e affermano che la scienza non abbia più nulla da dire.

 

In estrema sintesi si segnalano i due dubbi principali.

 

1) La concentrazione di CO2 in atmosfera ha iniziato a cresce dal 1700, quando le emissioni dai combustibili fossili erano irrilevanti. La sua variazione è documentata con buona attendibilità solo dal 1958, cioè da quando sono attivi l’osservatorio di Mauna Loa nelle Hawaii e altri collocati in modo opportuno in varie zone della Terra. Si nota da allora al presente un aumento da circa 315 a 410 ppm praticamente eguale tra i due emisferi. È ben noto, da osservazioni sperimentali legate alla diffusione del C14 conseguente le sperimentazioni nucleari nei primi anni Sessanta e da recenti rilievi sperimentali, che la fascia dell’equatore costituisce una barriera molto impervia al rimescolamento atmosferico. Non si capisce quindi come non resti un segno evidente del fatto che le emissioni antropiche sono fortemente concentrate nell’emisfero nord. Resta perciò il dubbio che l’aumento di concentrazione di CO2 in atmosfera sia dovuto in buona parte a contributi naturali e le emissioni antropiche giochino un ruolo minore.

 

2) L’Ipcc stesso riconosce che il passaggio tra glaciazioni e interglaciazioni, che comporta variazioni di una decina di gradi centigradi, è sempre comandato da fattori orbitali del sistema solare e che le conseguenti variazioni della concentrazione di CO2 seguono quelle della Tgm. Da circa 22.000 anni – inizio dell’uscita dall’ultima glaciazione – a oggi, non c’è evidenza certa che ai livelli attuali ci sia un effetto della concentrazione di CO2 sulla Tgm, cosiddetto effetto serra. Anche l’Ipcc riconosce che l’effetto della CO2 sulla Tgm diminuisce all’aumentare della sua concentrazione in atmosfera e diversi ricercatori pensano che ai livelli attuali sia quasi in saturazione. Le previsioni di aumenti di Tgm significativi (qualche grado) derivano da modelli di calcolo predittivi che finora hanno miseramente fallito e che a detta di tanti esperti climatologi sovrastimano l’effetto della CO2 mentre sottostimano l’effetto di elementi naturali, in particolare del Sole.

 

Pur essendoci queste incertezze, le esagerazioni dei sostenitori dell’AGW hanno portato a scelte politiche che hanno dato il via a un’economia che forzasse la riduzione delle emissioni antropiche di CO2 (Carbon Free Economy-CFE). Questa condiziona pesantemente tutta la politica energetica mondiale, tuttora basata per circa l’80 per cento sui combustibili fossili, forzando e imponendo la riduzione delle emissioni di CO2 e incentivando le fonti rinnovabili con costi molto elevati. Per la CFE si spende nel mondo circa 1 miliardo di dollari al giorno. Tutto questo si ripercuote in alcuni paesi sviluppati – tra cui l’Italia – in un forte aumento del costo dell’energia, mentre i paesi in via di sviluppo, tra cui India e Cina, il maggior emettitore di CO2 antropica, sono esentati da qualsiasi impegno legato agli accordi di Parigi fino al 2030 (poi si vedrà, perché i combustibili fossili che costituiscono la fonte più economica non potranno facilmente essere banditi).

 

Il cambiamento del clima globale, invece di restare un problema scientifico su cui continuare a studiare per migliorare le conoscenze, è diventato un mito ideologico che si è formalizzato in un vincolo generico sull’aumento di Tgm (2° C) privo di ogni base scientifica. Per reggere questa ipocrisia, oltre alla sistematica censura del dissenso, si attribuisce alla CO2 antropica qualsiasi evento infausto capiti sul pianeta, da quelli sperimentalmente indimostrabili (aumento di numero e intensità di fenomeni estremi a livello globale) a quelli spudoratamente falsi (migrazioni che avvengono prevalentemente per ragioni economiche). Questo, facendo leva sulla paura isterica del cambiamento climatico, ha poi dato lo spunto a una ristretta élite di politici e burocrati, autoreferenziatisi come salvatori del mondo, di imporre linee guida sovranazionali che promuovano il “bene dell’umanità”: un tentativo di governance mondiale basata su una prospettiva di ridistribuzione del benessere. C’è già un governo mondiale, l’Onu, che tra mille difficoltà tenta di risolvere alcuni grandi problemi che affliggono l’umanità: le guerre tribali e religiose, le malattie endemiche, la mancanza di istruzione, in estrema sintesi la riduzione della differenza tra paesi ricchi e paesi poveri. Innestare e mascherare l’importante lotta alla povertà, che ha una sua piena giustificazione, dentro la lotta all’AGW, rischia una erronea allocazione di risorse intellettuali ed economiche, a solo vantaggio della lobby della CFE ovvero la green economy e la pletora di burocrati e pseudo scienziati che a spese dei governi alimentano la paura del cambiamento climatico. Ora un grande supporto alla CFE viene da Greta Thunberg, che, certamente non di sua iniziativa, è riuscita, mettendo in un unico gran calderone cambiamenti climatici, inquinamento da uso improprio dei combustibili, desertificazione, gestione della plastica, cementificazione e altro, a creare una grave disinformazione, ma anche ad aggregare un movimento non scientifico, ideologico e demagogico, che ha presa prevalentemente su tanti giovani non informati. Questi dovrebbero acquisire una sensibilità rispetto all’ambiente basata su rigorosi dati scientifici e non lasciarsi influenzare da informazioni distorte o esagerate che molto spesso arrivano dai media. Per affrontare le eventuali calamità legate ai cambiamenti climatici, sia naturali che antropici, la strategia più efficace è quella dell’adattamento al cambiamento, che consiste nell’identificare gli effetti dannosi più probabili e intervenire perché i danni siano contenuti. Ad ora la strategia della CFE risulta praticata solo da alcuni paesi sviluppati con forti penalizzazioni per le loro economie e con risultati molto modesti a livello globale: un percorso praticamente impercorribile.

Ernesto Pedrocchi è professore emerito di Energetica al Politecnico di Milano, autore di “Il clima globale cambia. Quanta colpa ha l'uomo?” (Esculapio)