Milano, la città del green inizia studiando e cambiando il business

Daniele Bonecchi

La finanza ha capito prima l’èra sostenibile. Il rischio della bolla. Parla il prof. Calderini del Politecnico

Dopo le lacrime di Greta Thunberg al Palazzo di vetro e le manifestazioni ambientaliste-catastrofiste nelle città di mezzo mondo, urge tornare coi piedi per terra, per parlare di sostenibilità ambientale in modo credibile. Anche perché se c’è un posto in Italia in cui la sostenibilità ambientale coniugata con lo sviluppo (e non l’arretramento) scientifico ed economico è una realtà concreta, è Milano. Assieme alla Lombardia. GranMilano ne ha più volte segnalato i dati positivi, in passato. Ora è il momento di provare a raccontare le più interessanti, e allo stesso tempo provare a verificare, attraverso le voci e le idee degli esperti, quali siano i fattori decisivi. Per non indulgere al catastrofismo.

 

Partiamo parlando di tutto questo con Mario Calderini, professore ordinario al Politecnico di Milano, dove insegna Strategia d’impresa e social innovation, dirige l’Alta scuola Politecnica e il centro di ricerca Tiresia, specializzato sui temi della innovazione e della finanza per l’impatto sociale. Migliaia di giovani marciano per difendere l’ambiente, è un buon inizio o un clamoroso abbaglio? “Una premessa – inizia Calderini – in questo momento tutta l’attenzione si è accesa sulla sostenibilità ambientale, ed è un’ottima notizia. Ma c’è chi, con qualche buona ragione, è spaventato dal fatto che il tema verde monopolizzi il dibattito definendo una agenda di sostenibilità a senso unico, dimenticando che davanti a noi c’è uno scenario di diseguaglianze e quindi di insostenibilità, economico sociale, altrettanto minaccioso, ed è pericoloso dimenticarlo”. Continua Calderini: “Le imprese stesse lo stanno comprendendo, e infatti basta dare un’occhiata al documento elaborato dalla Business Roundtable, in cui siedono le principali aziende americane, da Jp Morgan ad Amazon, da Black-Rock a General Motors, per comprendere che il profitto non è più l’unica bussola che deve guidare le grandi major”. Nel documento le oltre 200 company statunitensi sostengono che, d’ora in avanti, i manager devono considerare anche l’impatto sull’ambiente e sulle comunità locali, il rispetto dei consumatori e le condizioni offerte ai propri dipendenti. “Le società devono proteggere l’ambiente”, si legge nel documento”. Questo percorso di “rilettura” del sistema impresa è partito dal mondo della finanza, come ha dimostrato la comunicazione di Larry Fink di Black-Rock  ai soggetti su cui investe, dicendo loro che ogni azienda deve dimostrare di aver fornito un contributo positivo alla società, a beneficio di tutti, azionisti, dipendenti, clienti, ambiente”. Questo significa, dunque, che il vero volano dell’evoluzione green più che Greta è un cambio di strategia globale dell’economia e della finanza? “Ha dato uno scossone al mondo della grande finanza e della grande impresa che aveva già iniziato un percorso di rivisitazione dei propri obiettivi. Sfide climatiche ma anche grandi crisi del sistema capitalistico. Dunque la finanza ha anticipato sia la grande impresa che la politica nell’intercettare questo bisogno di risposta alle sfide sociali”, spiega il direttore di Tiresia. Dunque qual è la direzione da prendere per evitare la marginalità e l’inconsistenza? “C’è un grande stock di ricchezza accumulata che sta passando di mano da una generazione ad un’altra, più attenta alle grandi sfide della sostenibilità. E’ finita la stagione dell’evangelismo e deve iniziare una stagione più concreta. Ora tutti stanno capendo che la sostenibilità è un tema importante, non negoziabile e non rimandabile. Per esempio,  il mondo universitario e della ricerca non può limitarsi a una invocazione alla sensibilità sociale ma deve imporre che questo concetto venga interiorizzato nell’economia, in maniera seria e non di facciata. Con risposte vere, altrimenti si rischia di creare una grande bolla della sostenibilità (Greenwashing), un pericolo molto concreto. Qui da noi, in università, cambiare vuol dire rivoluzionare i curricula didattici e le agende di ricerca, non solo eliminare le bottiglie di plastica. Dobbiamo chiedere ai nostri ingegneri di essere progettisti dell’impatto sociale e ambientale dall’origine dei loro sforzi tecnologici e non come atto rendicontativo, o come atto di correzione e compensazione. Occorre modificare i modelli di ricerca e i modelli didattici, incorporando nel modo di insegnare una educazione alla complessità e alle sue ricadute progettuali, per fare in modo che il problema ambientale venga affrontato a monte”.

 

E le imprese – ripensando alle parole di Larry Fink – in che direzione devono muoversi? “Per le imprese il tema della sostenibilità ambientale è sempre stato la responsabilità sociale dell’impresa, l’ultimo ufficio in fondo al corridoio. Ecco, chiudiamo quell’ufficio – insiste Calderini – e andiamo in cerca della piena integrazione tra responsabilità sociale e strategie. Io non sono più disposto a chiamare un’azienda sostenibile perché presenta un bilancio sociale, gli obiettivi ambientali e sociali li vorrei trovare nel budget, nei suoi piani di sviluppo. Così l’impresa avrà disegnato la propria strategia costruendo un piano industriale con obiettivi ambientali credibili. E questo si sta incominciando a vedere, in alcune imprese che si danno degli obiettivi, per esempio l’abbattimento delle emissioni, o in altre, nello studio del packaging  o nella riprogettazione delle catene di fornitura. C’è chi invece cede alla risposta superficiale, sostanzialmente inutile. Qualcuno cambia, altri fanno molta fatica. E devo dire che purtroppo chi fa più fatica a capire la necessità di un approccio radicale sono i corpi intermedi, le associazioni datoriali, i sindacati”. Stiamo marciando verso una nuova forma di globalizzazione ma arriviamo impreparati. Anche se già oggi ci raccontiamo che la sostenibilità è entrata nell’economia, non è più una realtà collaterale ma è parte integrante del sistema economico. “Per esempio stiamo facendo finta di non capire che c’è un gigantesco problema di metriche di impatto. La dimensione economica della attività di impresa ha delle metriche molto chiare, consolidate da decine di anni, è affidabile. Dall’altra parte la sostenibilità che arriva a pieno titolo nel sistema economico non ha una metrica, né standard né governance. Non abbiamo strumenti per misurare l’impatto sociale e l’impatto ambientale. E’ un problema che rischia di compromettere tutto. I grandi data provider, i generatori di indici, stanno investendo su questo terreno in modo serio, così come i grandi gruppi di consulenza. Ed è un preciso dovere del mondo accademico essere parte attiva nella definizione di una metrica ambientale e sociale, perché sia indipendente e responsabile”, conclude il professor Calderini.

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