Più che a scioperare, la scuola insegni a non trasformare l'ambiente in ideologia

Giovanni Maddalena

Il secolo scorso ci ha mostrato tutto il potenziale pericoloso delle ideologie a carattere positivo. Per non cedere a esse, occorre essere educati a salvare i valori e non gli idoli

Una lettera di un dirigente scolastico molisano invita a non mettere verifiche venerdì, giorno della grande manifestazione Fridays for Future. Del resto, il ministro dell’Istruzione aveva detto qualche settimana fa che è felice di essere ministro in un’epoca in cui gli studenti ogni tanto non vanno a scuola perché preoccupati del clima globale. Evito la troppo facile ironia della logica sul ministro che è felice che qualcuno non corrisponda agli obblighi previsti dal suo ministero (ci sembrerebbe normale un ministro dell’Economia che dicesse che ogni tanto si può anche non pagare le tasse?), sullo sciopero di utenti di un servizio (che senso avrebbe lo sciopero dei viaggiatori che hanno pagato il biglietto?), sul fatto che il dramma climatico si debba avvertire soprattutto al mattino e sui poveretti che vanno a scuola, che a questo punto diventano riprovevoli anche agli occhi del loro ministro e che dovranno superare l’ostilità del gruppo per andare a scuola, attività sicuramente non sempre riconosciuta come allettante e alle volte faticosamente insegnata dai genitori come “dovere”.

 

Vorrei invece sottolineare qualcosa di più serio. La vicenda del clima, che dovrebbe essere legata solo a studi scientifici e calcoli conseguenti, sta diventando un’ideologia. Se ne discute come fosse una questione politica opinabile e materia da stadio mediatico. La pericolosità della vicenda sta però nella sua origine buona. Dopo anni di battaglie solo per diritti negativi, quelli basati sull’autodeterminazione del singolo individuo (aborto, divorzio, eutanasia, unioni civili) le cui scelte si vuole preservare dall’ingerenza altrui, siamo ora di fronte – per la prima volta dagli anni Ottanta – a un movimento globale che ha un valore positivo e indiscutibile, che si vuole proporre a tutti: il valore dell’ambiente. Come era la povertà o l’ingiustizia o il disordine sociale per le ideologie novecentesche, è inutile negare che ci sia un problema e che l’occuparsene sia giusto. Da qui a trasformare l’ambiente nell’unica questione, nell’unica chiave di lettura della società, e a proporre un’unica forma di pensiero per leggere i dati oggettivi, il passo dovrebbe essere lungo e, invece, purtroppo, è breve. Le ideologie con valori positivi sono più affascinanti di quelle con valori negativi. I valori di fondo sono giusti, il problema esiste ed è quindi una china semplice quella che porta all’idolo, a far diventare quel problema il dio a cui possiamo sacrificare forze, energie, tempo. Gli idoli sono particolari dell’esperienza che vengono ingigantiti fino a diventare totalizzanti e chi è giovane è sempre attratto, e giustamente, da cause totalizzanti, che hanno la dimensione adeguata ai desideri del cuore non sporcati dalla delusione o dal cinismo.

 

Purtroppo, il secolo scorso ci ha mostrato anche tutto il potenziale pericoloso delle ideologie a carattere positivo. Per non cedere a esse, occorre essere educati a salvare i valori e non gli idoli, a essere critici verso questi ultimi, a distinguere fatti e interpretazioni, a dare voce a tutte le interpretazioni che rispettino i fatti per discuterle con reciproco arricchimento. Tale dovrebbe essere il compito della scuola e dell’Università. Il pregio dell’entusiasmo di questi giorni è l’attenzione che porta a un problema reale, come peraltro hanno fatto i due ultimi papati, ma la trasformazione di un bene in idolo è uno squilibrio che gli esseri umani, sempre inclini a ogni forma di ideologia, stavolta dovrebbero cercare di evitare.