Tutte le tasse di Fioramonti, tra inefficacia e iniquità

Francesco Del Prato e Matteo Paradisi

Da quelle su merendine e voli si ricavano pochi soldi (pagati dai poveri), che non eviteranno le dimissioni del ministro

Il governo ha mostrato in pochi giorni una fascinazione per un sempreverde dell’intervento in politica economica: le tasse. Che si tratti di finanziare nuova spesa – Fioramonti già minaccia dimissioni entro dicembre se non si troveranno 3 miliardi per l’istruzione – o di correggere comportamenti giudicati dannosi – merendine e viaggi aerei – la risposta è sempre quella: tasse, gabelle, imposte. Spesa per istruzione e interventi per la salute dei cittadini: chi avrebbe niente in contrario? Anche assumendo che l’introduzione di nuove tasse sia il miglior modo di farlo, il problema sta nel come.

 

Il governo sta anteponendo lo strumento all’obiettivo. Non lo sta facendo neanche troppo bene, però: la stessa tassa usata sia per produrre gettito, sia per intervenire sui comportamenti delle persone funziona come una coperta corta. Un’imposta per ridurre il consumo di qualcosa non è una fonte efficiente di nuove entrate: meno si acquista quel bene, meno lo stato incassa. Viceversa, un’imposta che massimizzi la possibilità di far cassa dovrà ricadere su un bene la cui domanda non reagisca troppo al prezzo. Insomma, avendo chiari gli obiettivi, la via di mezzo (usare la stessa tassa per entrambi gli scopi) è la peggiore ipotesi: non fa bene né l’una, né l’altra cosa.

Facciamo però finta che il governo sappia cosa vuole: trovare soldi da mettere nell’istruzione (3 miliardi). Innanzitutto, serve una base imponibile ampia. Le merendine non sembrano un buon candidato col loro miliardo di fatturato annuo. Visto che non si è parlato di aliquote, spariamola grossa: il governo si prende un terzo del fatturato del settore. Sono 300 milioni di euro, cioè lo 0,4 per cento della spesa annua per istruzione. Non un granché. Si potrebbe pensare che con gli aerei vada meglio, ma il Corriere stima che con una tassa di 1/1,5 euro si otterrebbero 183 milioni di gettito: mancano 2,8 miliardi per scongiurare le dimissioni del ministro. Come se non bastasse, circa l’80 per cento di un biglietto in economy è già un misto di tasse e accise. Inoltre, per fare buona cassa, ha senso tassare beni il cui consumo non risponde tanto a variazioni del prezzo (“elasticità”), ad esempio la benzina – e infatti ci hanno già pensato, come per gli aerei. Le merendine non sono ancora stra-tassate, forse perché più elastiche al prezzo: ad esempio, è facile smettere di mangiare i cornetti e iniziare coi gelati. Si tratta cioè di un bene molto sostituibile. Questo apre un’altra questione: cos’è una “merendina”? Il punto non è solo giuridico, ma economico: definire il confine tra tassato e non tassato significa capire quali beni possono sostituire quelli tassati, e quindi misurare l’elasticità del consumo al prezzo. Significa cioè valutare quanto gettito si può raccogliere.

Mettiamo invece che il governo voglia dedicarsi a correggere certi comportamenti che ritiene dannosi per la società o gli individui stessi. Lo stato opera spesso questo tipo di interventi, per esempio tassando le industrie più inquinanti per correggerne l’esternalità. Una tassa sui voli avrebbe questo scopo, almeno nelle intenzioni di chi la propone riferendosi all’ambiente. Allo stesso modo, la crociata anti merendine vuole correggere una “internalità”: gli individui (i bambini e i loro genitori, in questo caso) non realizzano il costo – stavolta non sulla società, ma sulla loro stessa salute – del mangiare dolciumi confezionati. La ricerca è riuscita a stimare questo costo: per esempio, negli Stati Uniti la famiglia media consumerebbe il 31 per cento in meno di bibite zuccherate se fosse capace di valutarne i rischi come farebbe un dietologo. Una tassa serve allora a rendere percepibile questo costo, dandogli un prezzo. Non è l’unico modo: si otterrebbe lo stesso risultato anche attraverso una migliore informazione. Il governo giallorosso sembra però avere chiaro quale strumento preferisce adottare. Ciò che è meno chiaro è la dimensione del costo associato al “problema merendine” in Italia, di cui manca una stima – come manca la volontà del governo di ottenerla prima di proporre interventi.


Bisogna chiedersi su chi ricade il costo di nuove tasse. A Philadelphia la “soda tax” ha colpito principalmente famiglie a basso reddito: sono le fasce più povere quelle meno elastiche al prezzo delle bevande zuccherate, e quindi quelle che ne consumano di più anche dopo l’introduzione di una tassa


Oltre a cercare di correggere determinati comportamenti, tasse come questa hanno inevitabili effetti redistributivi. Come ha scoperto negli ultimi mesi il sindaco di Philadelphia, James F. Kenney, bisogna chiedersi su chi ricade il costo di nuove tasse. La sua “soda tax” ha colpito principalmente famiglie a basso reddito: secondo una recente ricerca, sono proprio le fasce più povere quelle meno elastiche al prezzo delle bevande zuccherate, e quindi quelle che ne consumano di più anche dopo l’introduzione di una tassa. E’ stato poi dimostrato che il reddito non basta a spiegare questa preferenza: gli individui meno abbienti oggi continuerebbero a consumare più bevande zuccherate (o merendine) anche se domani si ritrovassero più ricchi. Sembra entrare in gioco un fattore “culturale”, probabilmente legato a cattiva informazione e alla scarsa consapevolezza.

 

Vista questa preferenza intrinseca, una tassa su questi beni equivale a un trasferimento di ricchezza da chi ha meno capacità di generare reddito a chi ne ha di più. Per evitarlo, una campagna informativa è meglio di una tassa. Ma le questioni legate all’equità non finiscono qui: va tenuto in considerazione dove vanno i soldi raccolti. Utilizzare un gettito che arriva dalle fasce più umili per finanziare l’istruzione non fa che aumentare la regressività della tassa: è noto che a beneficiare dell’istruzione sono più gli individui istruiti e benestanti (in Italia, solo il 9 per cento dei figli di genitori che si sono fermati alla scuola dell’obbligo si laurea). Bene finanziare l’istruzione, ma non con i soldi delle persone già meno agiate.

Molti comunque continuano a difendere l’intervento nel nome di un generico “altri paesi lo fanno”. E’ anche dalla loro esperienza che conosciamo oggi i problemi che abbiamo elencato. Perché non farne tesoro, evitando errori già commessi? Se tassa dev’essere, che sia almeno pensata e non contraddittoria nei fini. Finora, l’unica cosa che si vede è il carro (gli strumenti) davanti ai buoi (gli obiettivi): la retorica su buona istruzione e cattivi comportamenti non assicura altro che un titolo di giornale in più.

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