Pianto amazzonico

Matteo Matzuzzi

Il Sinodo sull’Amazzonia non è ancora cominciato ma c’è già una vincitrice: la linea catastrofista. Si discuterà poco: gli invitati la pensano quasi tutti allo stesso modo

Roma. Il Sinodo per l’Amazzonia ormai imminente (si inizia il 5 ottobre e si andrà avanti per tutto il mese) ha tutte le carte in regola per essere una replica della doppia assise sulla famiglia del biennio 2014-15. Non tanto per l’agenda ufficiale – i divorziati risposati qui non ci saranno, mentre in teoria si discuterà della salus dei popoli indigeni e della flora locale – quanto per ciò che graviterà attorno all’assise sinodale. Il network Voice of the faith ha già annunciato che il 3 ottobre terrà a Roma una manifestazione cui parteciperanno laiche e religiose per chiedere la piena uguaglianza delle donne nella chiesa. Tema sul quale converrà il cardinale Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca che ha indetto un “Sinodo vincolante” per la chiesa tedesca che tra i punti all’ordine del giorno ha proprio il ruolo delle donne nella struttura ecclesiastica. Altre manifestazioni, raduni, show e proiezioni di documentari ­– ci sarà anche “Il pianto dell’Amazzonia” – costelleranno le settimane di discussioni per sensibilizzare gli occidentali a prendere a cuore le sorti della vasta regione sudamericana.

 

E’ difficile però immaginare conte all’ultimo voto, spaccature poco fraterne e scissioni cardinalizie come accaduto sulla famiglia. Perché qui, a differenza di allora, la composizione dell’assemblea appare compatta e – salvo rare eccezioni – ben orientata verso una determinata lettura molto sociale degli eventi. Era già chiaro dalla nomina dei vertici – dal relatore brasiliano Cláudio Hummes, cardinale e già prefetto della congregazione per il Clero, ai tre vicepresidenti delegati, i cardinali João Braz de Aviz e Pedro Barreto S.I. e il vescovo venezuelano Baltazar Porras, fino al ruolo rilevante che avrà il tra poco cardinale Michael Czerny S.I. – lo è ancora di più scorrendo l’elenco completo dei nomi dei partecipanti. A cominciare dal professor Jeffrey Sachs, ormai un habitué delle stanze vaticane. Sachs, che già collaborò intensamente alla stesura dell’enciclica Laudato Si’, ha le idee chiare sul da farsi, benché queste tendano a sconfinare nella fluida galassia dell’utopia. 

   

Per eliminare la povertà entro il 2030, aveva detto nel 2005, anno del suo The end of Poverty, “bisogna costruire società socialmente inclusive, investire nell’uguaglianza di genere, garantire l’accesso ai servizi educativi e sanitari, eseguire una transizione verso economie a basse emissioni di CO2, realizzare un’agricoltura sostenibile”. Un programma che gli è valso il plauso ai piani alti delle Nazioni Unite, delle quali è diventato ascoltato consigliere, tanto da dirigere dal 2002 al 2006 il Millennium Project. Un programma che prevedeva di applicare ai paesi in via di sviluppo gli standard onusiani, compresa la “salute sessuale e riproduttiva”. Sachs è convinto che la povertà sarà debellata solo se si riuscirà a controllare le nascite. Obiettivo condiviso con un altro partecipante al Sinodo, il professor Hans Joachim (detto John) Schellnhuber, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research. Sul tema del riscaldamento globale, non ha rivali.

  

Salì all’onore delle cronache mondiali nel 2009, quando alla conferenza di Copenaghen sul clima, disse che “il riscaldamento globale, in maniera davvero cinica, è un trionfo per la scienza, perché almeno abbiamo potuto stabilire qualcosa, ovvero che le stime affinché il pianeta si possa mantenere in equilibrio richiedono una popolazione inferiore al miliardo di persone”. Tesi poi rivista e in parte smentita, forse per la nomina (avvenuta nel 2015) a membro della Pontificia accademia delle scienze. Ora sostiene che non è tanto questione di controllo delle nascite, ma di come l’umanità può cambiare i propri comportamenti per produrre meno anidride carbonica. Schellnhuber è un catastrofista: da tempo prevede che entro il 2050 Londra sarà squassata da piogge monsoniche, con il Tamigi ridotto in una fogna piena di seicentomila tonnellate di rifiuti organici. Schellnhuber è talmente stimato in Vaticano che fu chiamato a presentare la Laudato Si’, e in quell’occasione tenne un intervento che spaziò dal “Cantico delle creature” a Samantha Cristoforetti, arrivando a dire che “i ricchi distruggono l’ambiente, non i poveri”.

 

Secondo il professore, “il riscaldamento globale non sarà graduale, ma sorprendente, improvviso e irreversibile” e che “con l’innalzamento di due gradi della temperatura sulla terra perderemo le foreste, si scioglieranno le calotte polari, aumenterà il livello dei mari, arriveranno i monsoni e avremo uragani devastanti”. Alla fine, però, le tesi più estreme potrebbero arrivare a un altro invitato al Sinodo in qualità di “esperto”. Si tratta di Agenor Brighenti, sacerdote brasiliano membro di “Amerindia”, rete di teologi della liberazione vicina a Leonardo Boff, che nei mesi scorsi ha prodotto un documento di avvicinamento all’assise panamazzonica in cui s’invoca una rivoluzione totale che porti a una “teologia femminista ed ecologista”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.