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In guerra contro Giovanni Paolo II

La riforma dell’Istituto voluto da Giovanni Paolo II per difendere Humanae vitae dall’assalto dello spirito del tempo nasconde una battaglia più furente. Quella per il destino della chiesa

Matteo Matzuzzi

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matzuzzi@ilfoglio.it

4 Agosto 2019 alle 06:00

In guerra contro Giovanni Paolo II

L’appello per la difesa dell’Istituto voluto da Giovanni Paolo II nel 1982 ha raggiunto più di seicento firme, tra studenti ed ex studenti. Tra gli allontanati, Stanislaw Grygiel (foto Reuters)

Roma. “Siamo alla resa dei conti”, ha scritto George Weigel, che ben conosceva Giovanni Paolo II, commentando quando sta accadendo attorno al destino dell’Istituto creato da Karol Wojtyla per favorire un “rinascimento della teologia morale cattolica” dopo gli scontri e il disorientamento seguiti alle dispute conciliari. Il palcoscenico è occupato dall’attivismo del Gran Cancelliere Vincenzo Paglia, dai seicento e più studenti ed ex studenti che hanno spedito a lui e al preside, mons. Pierangelo Sequeri, una lettera in cui parlano...

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    05 Agosto 2019 - 10:10

    Con Amoris Laetitia e la sua "gaia" compagnia è inutile sprecare tempo e fiato. Però è interessante leggere i loro scritti pedestri, giusto per ricordarsi chi siano.

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  • ayler

    04 Agosto 2019 - 14:02

    Giovanni Paolo II era un personaggio inquietante. È giusto che finalmente lo si mette in discussione.

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  • carlo.trinchi

    04 Agosto 2019 - 08:08

    Chi l’avrebbe mai detto che pure le verità hanno una fine. Che la Bibbia non parla di dio, che i vangeli sono testi interpretati da chi li scrisse, corresse e divulgo’ secondo uno schema. Che Paolo aspettava la resurrezione dei morti e non pensava all’immortalità dell’anima, che il purgatorio fu un’invenzione postuma. Insomma tutto cambia, tutto si aggiusta su forme nuove e universali impossibili da negare. L’immagine di dio non è più un vecchio che ammonisce sotto la falsa benedizione. La crisi? sta nel reinventarsi per continuare ad esistere. La crisi del credente sta nel non poter dimostrare, post mortem, la fede che lo ha sostenuto. La crisi del non credente è simile, ma con la differenza che la conoscenza di ciò che lo circonda possa rafforzare una coscienza dell’essere legata ad un cosmo in cui naufragare porta sollievo e serenità, un comprensione più prossima non raggiunta e chissà se mai completa.

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