Papa Francesco (foto LaPresse)

Il cristianesimo dopo Bergoglio sarà un'altra cosa, più a buon mercato

Marcello Pera

La cancellazione dell’Istituto Giovanni Paolo II interroga i “Christifideles laici”. Il bastone e la misericordia

Ragioniamo da laici nel senso oggi inteso, cioè da non credenti che ritengono che la religione e la chiesa siano e debbano essere separate dalla politica e dalla società civile e giuridica. Che cosa possiamo dire della cancellazione dell’Istituto Giovanni Paolo II voluta da Papa Francesco, “interposito” Paglia? Pressoché nulla. Se la chiesa è la comunità privata dei credenti in Cristo con leggi e statuti propri, allora per i laici il Papa che ne è il vertice ha diritto di fare ciò che meglio crede. Di costruirsi le università, gli istituti, le accademie a propria immagine. Di insegnare la “scienza della famiglia”, se pensa che una cosa siffatta esista davvero. Di chiamare alle cattedre i suoi amici e seguaci. Di promuovere chi gli pare. Di licenziare chi vuole. Di gettare sul lastrico quelli che non la pensano come lui. Persino di essere protervo contro quelli che gli resistono, o manifestano “dubia” o chiedono spiegazioni o semplicemente domandano di essere convinti. Noi possiamo applaudirlo perché sfascia tutto o biasimarlo perché non sfascia abbastanza, ammirarlo per l’uso disinvolto del potere o criticarlo perché questo uso è contrario ai diritti umani che pure il Papa predica. Alla fine, però, non abbiamo voce in capitolo e dobbiamo rispettare il detto a cui si ispira: “la chiesa è mia e la gestisco io”.

 

Ma proviamo ora a ragionare da “christifideles laici”, come li chiamava Giovanni Paolo II. Questa è gente di tipo particolare. Sono laici, perché non hanno le vesti, i paramenti, le cariche e le funzioni del clero, oppure, e in modo più significativo, sono laici perché non sanno o non sono sicuri di appartenere alla chiesa o perché non ritengono che l’appartenenza alla chiesa visibile, alle sue istituzioni, cerimonie, riti, sia cosa essenziale. E però sono cristiani. Credono che ci sia una via cristiana alla salvezza, ad esempio; apprezzano il messaggio spirituale e morale di Cristo; ritengono che questo messaggio abbia cambiato il volto della storia, ingentilito gli animi, plasmato le società, reso gli uomini più fratelli, o più consapevoli di non esserlo mai a sufficienza. In una parola, i “christifideles laici” considerano il cristianesimo un bene dell’umanità e pensano che la sua scomparsa o anche solo la sua emarginazione sarebbe una perdita irreparabile per la nostra civiltà. Per usare la metafora evangelica, i “christifideles laici” guardano alla vigna del Signore con la consapevolezza che essa dà buoni frutti, con l’ammirazione per la fatica di chi ci lavora seriamente, con la speranza che l’opera continui. Sono come quelli che, pur non avendo partecipato alla costruzione di una bella cattedrale o non avendola frequentata per gli usi propri, mai sarebbero disposti ad abbatterla o modificarla, perché pensano che l’intero panorama della città, spirituale, morale, civile, politico, ne sarebbe deturpato.

 

Dal punto di vista dei “christifideles laici”, ciò che Papa Francesco fa in casa sua ci riguarda. Perché quella casa è anche nostra. Se lui sconvolge la tradizione, noi siamo sconvolti. Se lui cambia la dottrina, noi ci sentiamo impoveriti. Se lui usa il bastone, noi ci sentiamo violati. E quando licenzia i docenti di una sua scuola o li costringe a mendicare una raccomandazione, noi tutti abbiamo il diritto di sentirci offesi e preoccupati. Non perché ciò non sia democratico, ma perché non è cristiano.

 

Personalmente, assai preoccupato, lo sono. Penso che Papa Francesco si sia spinto fino al limite che confina con l’eresia e certamente nel territorio dottrinale che è dominio dei protestanti. Penso che le sue parole di amore per il prossimo e il suo volto di bonomia non sempre corrispondano alle sue intenzioni di potere anche feroce. E penso che egli voglia con determinazione un cristianesimo corretto o, per usare l’aggettivo ruffiano e assassino, un cristianesimo “aggiornato”.

 

Un vescovo eminente un giorno me la spiegò così: “Abbiamo predicato per anni i valori non negoziabili, e guardi il risultato: le nostre chiese sono vuote, nessuno ci segue più. Dunque, dobbiamo uscire e andare a riprenderci la gente, parlare il suo linguaggio, ascoltare le sue esigenze”. Non si rendeva conto, il buon vescovo, che questo è precisamente ciò che intendono fare i laici anticristiani: dare al cristianesimo un apparato che gli è estraneo, e trasformarlo in una predica corriva, conformista, opportunista, alla fine inutile o caduca. I laici “christifideles” pensano invece l’esatto contrario: che il cristianesimo sia una fede esigente, che contrasta e non asseconda il mondo; che vede il secolo come un luogo comunque caduto, quali che siano i regimi politici secolari; che concede che un regime sia migliore di un altro, ma sa che nessun regime è migliore di tutti, perché il regime migliore di tutti è fuori del secolo. La cristologia dei credenti nel Cristo che si sacrifica sulla croce per la Verità non si misura col consenso. Quella di Papa Francesco sembra invece a me una sorta di cristologia sociale di mercato. Sociale, perché asseconda i bisogni del popolo, di mercato, perché aggiusta l’offerta in base alla domanda del popolo.

 

Un brav’uomo, quel Cristo, senza dubbio, ma se fosse qui oggi e vedesse quanta richiesta c’è di aborto, eutanasia, libertà sessuale, giustizia sociale, diritti umani, liberazione dal capitalismo, ecologia, eccetera eccetera, certamente si aggiornerebbe e parlerebbe in modo diverso. “Guai a voi”? No, direbbe piuttosto: “Fate un po’ voi, in libera coscienza”. “Sarai dannato”? No: “sarai compreso, giustificato, perdonato”. “Verrà il Giudizio”? Macché: “Prima del giudizio, verrà la misericordia”. “Il tuo peccato originale è inestirpabile e solo la mia grazia ti salverà”? No, no: “Al peccato originale c’è sempre qualche rimedio con le buone opere”. E perciò si faccia accoglienza, si polemizzi con ministri e capi di stato, si favoriscano partiti politici, si ospitino i poveri immigrati. Un po’ di pelagianesimo può far solo del bene.

Sono convinto che il cristianesimo sopravviverà. Per i credenti, sopravviverà perché è parola di Dio. Per i “christifideles” sopravviverà perché i frutti della vigna del Signore saranno sempre apprezzati. Ma il cristianesimo dopo Bergoglio sarà un’altra cosa: più facile, più praticabile, più semplice, più alla mano, più cedevole. Insomma, più a buon mercato.

 

P. S. Tra gli estromessi dall’Istituto Giovanni Paolo II c’è anche Stanislaw Grygiel. Lo conosco da molti anni e siamo amici. Di lui posso solo dire ciò che un altro caro amico comune mi ha detto: “Stan ha cominciato la sua carriera come guardia notturna negli anni 50 perché non riusciva a trovare lavoro dato che si era rifiutato di firmare certi documenti della polizia segreta comunista. E finisce per strada 60 anni dopo perché si rifiuta di apprezzare Amoris laetitia”.