La costituzione materiale del paese ha deciso: dagli al lombardoveneto!

Michele Masneri

Il coronavirus e Milano. Come se fosse un complotto

Milano. I complottisti, come i no vax, non ci sono mai quando servono. Perché è chiaro che il coronavirus a Milano non è casuale. Proprio durante il rito principale milanese, la settimana della moda: un caso? Non credo. A colpire la Lombardia, anzi il Lombardoveneto, termine improvvisamente tornato in auge, anche in funzione aggettivata, c’era già stato il deragliamento del Frecciarossa di inizio febbraio (col tratto Milano-Bologna ancora chiuso, ora doppiamente chiuso, per deragliamento e per contagio, che fa finire tutti i convogli sperduti da qualche parte nel Lombardoveneto). Ritardi dunque bestiali da e per la capitale morale. Due indizi faranno una prova? Sarà un colpo di stato batteriologico di romani invidiosi, guidati dal redivivo Duilio Poggiolini? O forse da scienziati avellinesi? Qui si scherza, al netto delle tragedie, si specifica, per lettori solo di titoli. Nessuno ha dimenticato però lo schiaffo di Beppe Sala di un anno e mezzo fa. “Queste cose fatele ad Avellino”; riferito alle chiusure dei negozi domenicali, cosa da terroni. E il successivo terrone-pride di Provenzano, il ministro del Sud, secondo cui “Milano prende molto ma non restituisce nulla all’Italia”. Con tante polemiche successive.

  

Così adesso il resto d’Italia in un certo senso si sente cinicamente vendicato. La nemesi corre sull’aliscafo. A Ischia (storico luogo di villeggiature lombarde, Angelone Rizzoli aka “il cumenda” vi aveva terme e residenza fiscale), i sindaci chiudono l’accesso ai lombardoveneti; e pazienza se il prefetto di Napoli annulla l’ordinanza perché illegittima. La costituzione materiale del paese ha deciso. Dagli al lombardoveneto. Domenica, rissa al molo Beverello, alcuni turisti “dal chiaro accento lombardoveneto” sono stati aggrediti dai passeggeri in partenza. Intervenuta la polizia, dodici identificati. La Basilicata ha chiuso pure le frontiere ai lombardoveneti. Financo dalle Mauritius, i lombardoveneti vengono scacciati (con l’Alitalia, in un sovrappiù di sadismo).

 

Insomma, mentre ci si avvia agli anniversari fatali di Roma Capitale, qui si pone una chiara questione risorgimentale oltre che epidemiologica. Questo Lombardoveneto è cosa a sé – bloccare il Lombardoveneto significa mettere a rischio tra il 30 e il 40 per cento del pil italiano, dice l’imprenditore Riello (l’Austria, che pure ha lottato tanto per tenerselo, oggi i suoi ex sudditi lombardoveneti però non li vuole, e blocca le frontiere). Il paese reale, quello borbonico, quello che arretra, quello delle basse velocità e delle palazzine, pare ribellarsi al nuovo efficientismo lombardoveneto e alla sua capitale, la Milano dell’alta velocità, delle basse cotture, del grattacielo, delle biblioteche vegetali e della rigenerazione urbana. Pure il fantomatico paziente Zero o quasi zero, comunque il primo unto se non untore in proprio, quello insomma di Codogno, va in palestra – sportivo, corridore, come ci si aspetta da un vero lombardoveneto.

 

Se non un complotto, insomma, il Dio delle Partecipazioni Statali, dio o semidio romano, tipo Aniene, ha punito tanta übris. Milano resta un po' attonita. Ma per poco. Arriva il post su Instagram di @beppesala, come i manifesti dei carbonari alla Scala, e tutto si rianima. Beppe Sala, peraltro, come tanti studenti che magari avevano l’interrogazione e gioiscono per la chiusura delle scuole, ha anche una botta di culo: non aveva ancora deciso se partecipare oggi al convegno in programma a Palazzo Marino su “Bettino Craxi nella storia della politica milanese”. Cancellato (cancellato anche un convegno sul coronavirus, a Vigevano, causa coronavirus).

 

Intanto Milano reagisce: l’azienda dei trasporti Atm ordina pulizie speciali e disinfestazioni di tram e metrò già lindi – a Roma l’Atac risponde con un bello sciopero. La stazione Centrale di Milano issa enormi display con i decaloghi su lavate di mani e starnutite nel gomito (a Roma, a Termini rimangono le pubblicità gigantiche delle mutande). A Milano le app di incontri si adeguano (“offro Amuchina”, meglio della polverina). Giorgio Armani tiene lo stesso sfilata a porte chiuse, come i talk-show che vanno in onda senza risate e applausi. Miuccia Prada convoca segretamente giornalisti tipo adunata sediziosa sotto gli austriaci per annunciare una rivoluzione aziendale. E se il Duomo resta chiuso, salta anche uno dei riti ambrosiani maggiori, il processo Ruby Ter. Ma le messe, annuncia la diocesi, si possono seguire in streaming su www.chiesadimilano.it. In streaming anche il primo cda delle Olimpiadi Milano-Cortina (quattordici miliardi di indotto). Le aziende lavorano in “smart working” cioè tenendo chiusi gli inutili open space, incubo di impiegati, amatissimi dai vibrioni. Insomma è chiaro che Milano coronizzata ne uscirà meglio di prima. E qualcuno, tra una fashion week e una design week e una calcio city e una book city, sta già studiando gli intasati calendari per infilarvi una bella settimana del lavoro a distanza (meno auto, meno polveri sottili, è il Lombardoveneto green, e chi lo ferma più).

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