Il triangolo della paura

Stefano Cingolani

Una crisi gravissima, soprattutto di sfiducia. La politica cerca la falla del sistema, ma è il vero paziente zero

Detto altrimenti, oggi come nel Cinquecento e nel Seicento, quando la gente brancola nel buio i costi sono sproporzionati ai benefici”.

Carlo Maria Cipolla,Il pestifero e contagioso morbo


  

Il dramma nel dramma, una profana rappresentazione che avrà profonde ricadute sulla vita collettiva, sulla economia, sulla politica persino, si consuma sopra il palcoscenico più grande e nei palchi più alti, là dove garrivano gli stendardi dell’Italia che funziona. Bandiere verdi, gonfiate dal vento di destra, ma anche bandiere rosse, gialle, rosa. Perché il virus non ha colori. “La falla”, così l’ha chiamata il capo del governo Giuseppe Conte, è diventata un insulto, prima scoccato come frusta e poi penetrato come lama rovente nelle carni di chi guida la regione dalla quale dipende la sanità. Una provocazione, forse un’accusa frettolosa, ingiusta, magari solo una deduzione ricavata dall’intrecciarsi delle circostanze. Certo è che quel piccolo pronto soccorso di Codogno (provincia di Lodi) s’è trasformato in un laboratorio da film del terrore: come mai? Non ha seguito il protocollo o sbagliato era il protocollo? E’ stato sfortunato o non ha capito, forse perché il “paziente uno” quando si è presentato per la prima volta non accusava sintomi diversi da una comune influenza. E, soprattutto, non era tornato dalla Cina. Ma allora che cosa è successo a circa duecento chilometri di distanza? In un paesino non lontano da Abano, in provincia di Padova, del quale pochi avevano sentito parlare e il cui nome è uno dei più corti tra i comuni italiani (solo due lettere e un apostrofo, Vo’, tanto da rendere necessario per non confondersi apporre l’aggettivo euganeo), scoppia un altro caso. I due malati non si conoscono, non si sono mai incontrati, il paziente veneto che poi morrà non ha avuto legami con il Celeste Impero. Anche a Vo’ c’è stata una falla? La magistratura indaga in Veneto e in Lombardia, ça va sans dire.

  

Codogno, e poi Vo’. La quarantena di Milano è servita per il momento a isolare un virus ancor più letale, quello della sfiducia

Il triangolo del virus diventa triangolo della paura quando raggiunge il vertice: Milano, dove si curano gli infetti non in fetidi lazzaretti, ma in ospedali moderni, in strutture specializzate come il San Raffaele. E’ lì che sabato scorso si scopre che l’uomo di Sesto san Giovanni ricoverato già da una settimana ha contratto il Covid-19. Oppure all’ospedale Luigi Sacco, nei cui laboratori i medici combattono da sempre l’eterna lotta tra uomo e virus. Milano sbarrata, di fatto messa in quarantena. Per precauzione, per paura, per scaricare la propria coscienza. “Riaprite la città”, invoca adesso il sindaco Beppe Sala. La chiusura è servita per il momento a secernere un virus ancor più letale, quello della sfiducia.

  

Una falla. E’ mai possibile proprio nell’eccellenza delle eccellenze, nella culla della sanità formato XXI secolo? Suona come una condanna, una sanzione, la caduta dalla grazia. Milano la vive come una colpa dalla quale si sente investita, ma della quale comprende la profonda ingiustizia. Non è la prima volta. Nel 1992 quando scoppiò Tangentopoli con il suo epicentro ambrosiano (anche se l’epidemia aveva corroso il costume nazionale), la città subì l’umiliazione più profonda: che fine aveva fatto la capitale morale? In quali abissi era precipitata? Il manto dell’onta calò sull’intero tessuto sociale, popolo ed élite parteciparono insieme a quel doloroso calvario del vilipendio. Si svuotarono i ristoranti, si spensero le luci di Brera, via Solferino divenne la via crucis dell’intellighenzia (e della politica), tutti a pendere, assetati di castigo, dalle colonne del Corriere della Sera. Oggi la capitale della salute si scopre vulnerabile e malata, nuda e impotente di fronte all’ignoto. Dall’assalto ai forni allo svuotamento degli scaffali sono passati inutilmente quasi quattro secoli.

   

Passanti con la mascherina a Milano (LaPresse)


    

C’è un tempo per tutto, il tempo delle accuse e il tempo delle recriminazioni. Adesso forse è il tempo di capire. Lasciando a chi ne ha competenze il compito di rintracciare i filamenti del coronavirus, cerchiamo di mettere insieme i pezzi del triangolo originario, a mano a mano che il campo s’allarga fino a toccare ormai l’intero paese, sia pure con intensità e gravità ben diverse.

  

“Il primo caso clinicamente impegnativo è stato trattato senza le precauzioni necessarie perché interpretato come altra patologia”

Secondo Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all’università di Milano, “da noi si è verificata la situazione più sfortunata possibile, cioè l’innescarsi di un’epidemia nel contesto di un ospedale, come accadde per la Mers a Seul nel 2015. Purtroppo, in questi casi, un ospedale si può trasformare in uno spaventoso amplificatore se la malattia viene portata da un paziente per il quale non appare un rischio correlato: il contatto con altri pazienti con la medesima patologia oppure la provenienza da un paese significativamente interessato dall’infezione. Non sappiamo ancora chi ha portato nell’area di Codogno il coronavirus, però il primo caso clinicamente impegnativo di Covid-19 è stato trattato senza le precauzioni necessarie perché interpretato come altra patologia”.

  

Tra le tante cose che non sappiamo su questa epidemia, c’è la catena del contagio. Il paziente zero conosciuto come Matteo, non era paziente zero perché il supposto untore, quel manager che vive a Shanghai amico del paziente uno non era portatore sano, non aveva avuto nemmeno l’influenza. Mattia, chimico trentanovenne che lavora alla Unilever, il primo febbraio va a cena con l’amico, tre giorni dopo beve una birra a Casalpusterlengo, corre, gioca a calcio, il 17 si fa visitare dal medico di famiglia, il 18 entra al pronto soccorso e viene dimesso, rientra il 19, ma non in isolamento. Sarà la moglie, incinta di 8 mesi e non infetta, ad accendere il campanello d’allarme ricordando l’incontro del marito con l’amico venuto da Shanghai. Sospetto infondato come abbiamo visto, ma illuminante perché consente ai medici una diagnosi corretta. Il test viene fatto nel pomeriggio del 20 febbraio, un ritardo di 36 ore, ha scritto in un’accurata ricostruzione il Corriere della Sera, sarà un giorno e mezzo fatale. Al pronto soccorso si reca nel frattempo anche la pensionata di Casalpusterlengo alla quale viene diagnosticato il virus, ma solo post mortem. Una pediatra di Pieve Porto Morone va per fare una lastra all’ospedale di Codogno, viene contagiata e a sua volta infetta il marito. Per 45 malati c’è una connessione diretta con l’epicentro, ma così non è per altri. L’uomo morto a Vo’, Adriano Trevisan, 77 anni, muratore in pensione, si è ammalato giocando a carte al bar con un amico, anch’egli contagiato. Mai stato in Cina. Nel paesino di tremila abitanti vivono cinque cinesi, tutti sani come pesci. Da allora il contagio si è diffuso. Tutto il territorio intorno a Milano costituisce una grande area metropolitana che vive in modo simbiotico. Lombardia e Veneto sono le regioni dove sono più intensi gli scambi con l’estremo oriente per ragioni economiche e commerciali, e nelle quali c’è un’importante presenza di cittadini cinesi. Adesso sono gli italiani a portare il virus in giro per il mondo. Intanto il paziente zero non si trova, dunque la trasmissione avviene senza contatti ravvicinati, è trasportata dal vento, la pandemia è già arrivata? Si farà ricorso a un algoritmo per capirlo.

  

Walter Ricciardi medico della Organizzazione mondiale della sanità, nominato consulente dal ministro Speranza, chiede calma e gesso: “Dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, la malattia non è da sottovalutare, ma va posta nei giusti termini: su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, il 5 per cento è gravissimo, di cui il 3 per cento muore”. Allora l’Italia ha esagerato? Attilio Fontana, il presidente della regione Lombardia manda un vaffa… telefonico a Conte chiamandolo “cialtrone” e parla di “un’influenza o poco più”. Adesso si è isolato in auto quarantena facendosi fotografare mascherinato perché il virus ha colpito una sua stretta collaboratrice. I medici non sono d’accordo tra loro, macinano ipotesi aspettando di verificarle, come già i dottori della peste, o come gli economisti messi alla berlina dalla regina Elisabetta durante la crisi del 2008. Il virologo Roberto Burioni che insegna al San Raffaele se la prende con la collega Ilaria Capua e soprattutto con Maria Rita Gismondo che dirige il laboratorio di microbiologia all’ospedale Sacco. La chiama signora e non dottoressa perché osa gettare acqua sul fuoco e ridicolizza l’uso improprio delle mascherine (“meglio quelle di Carnevale”). La sanità è efficace se inserita in una rete, ormai è noto, si pensi solo alla cura per il cancro. E se c’è il massimo scambio di informazioni e la massima collaborazione. Una cosa è l’autonomia tutt’altra è la frantumazione campanilistica, invece è quel che sta accadendo e il tentativo del governo di riportare tutto a unità viene frustrato.

   


Coronavirus, più check point: nella zona rossa arriva l'Esercito (LaPresse)


   

Tutti s’improvvisano esperti. Tacciono i no vax, ma la loro subcultura ha già infettato più del virus. La vera falla viene dal governo

Racconta lo storico Carlo Maria Cipolla a proposito delle pestilenze del XVII secolo: “Gli ufficiali della sanità combattevano una battaglia disperata contro un nemico spaventoso eppure invisibile. E il paradosso era che la loro azione li rendeva assai impopolari presso la gente che stavano cercando di proteggere”. Nel 1657 un povero frate, Antero Maria di san Bonaventura, al secolo Filippo Micone, osservando la realtà senza paraocchi aveva intuito che il flagello non stava negli “atomi velenosi”, ma nelle pulci. Ecco perché funzionavano i grembiuloni cerati indossati dai dottori nel lazzaretto, perché quegli immondi insetti “non facilmente vi si annidano”. Ci vollero oltre due secoli perché uno svizzero, Alexandre Yersin, nel 1894 arrivasse alla stessa conclusione all’Istituto Pasteur di Parigi. Chi oggi ha osservato più da vicino il coronavirus, chi ha raccolto più informazioni della équipe che allo Spallanzani di Roma ha curato la coppia di turisti cinesi, primi malati in Italia, o degli specialisti che operano al Sacco di Milano? Eppure tutti s’improvvisano esperti. Tacciono i no vax, ma la loro subcultura ha già infettato più del virus.

  

A Codogno vogliono tornare a lavorare. A Vo’ violano i blocchi. Si leva la vox populi: “Vogliamo vivere”. E anche morire? Si rivoltano gli industriali veneti. La Lega cavalca e costruisce la sua offensiva. La Bestia trionfante è all’opera. La vera falla viene dal governo: ormai è questo lo slogan dei salviniani. Può darsi che gufi e sciacalli vengano inghiottiti dalla notte quando verrà l’alba, perché verrà come annunciava la sentinella al profeta Isaia. Fatto sta che la quarantena rende instabili e chi chiedeva di chiudere tutto (confini, porti, aeroporti, strade) adesso grida che si è chiuso troppo e scalpita perché si apra il cordone sanitario. Scriveva un secolo e mezzo fa Alfonso Corradi eminente storico delle epidemie, preside nella dotta Pavia, che “la prepotenza, l’arbitrio, l’astuzia, il privilegio passavan sopra le leggi”, i mercanti non si sottoponevano alle ordinanze e potenti interessi entravano in conflitto con la pubblica sanità.

  


La piazza di Codogno, Lodi (LaPresse)


  

L’impatto sull’economia sarà pesante, ma quanto pesante? Il turismo prevede un crollo del 35-40 per cento. E’ moltissimo, tuttavia la narrazione come oggi si usa dire, lasciava intendere il cento per cento. E, checché ci mostri la tv, i supermercati traboccano ancora di prodotti. Le piccole imprese chiuderanno; almeno 15 mila, sostengono le associazioni di categoria, con la perdita di 60 mila posti di lavoro nelle regioni interessate. Tante, ma su quale platea? Stiamo parlando delle società di capitali tra 10 e 250 addetti che sono 72 mila nel lombardo-veneto, del mezzo milione e passa che ha meno di 10 dipendenti o dei due milioni comprese anche le aziende individuali? La fiera del mobile è stata rinviata a giugno, le sfilate di moda si fanno a porte chiuse, la borsa ha reagito con la sua solita isteria, ma senza panico, l’economia s’avvia verso la recessione, attenzione però, partiva da una striminzita crescita (stimata) dello 0,2 per cento. Il suo virus, del tutto italico, si chiama stagnazione e scava come la vecchia talpa nelle fondamenta del sistema ormai da molto, troppo tempo.

 

La malattia italiana si chiama stagnazione e scava come la vecchia talpa nelle fondamenta del sistema ormai da molto, troppo tempo

Il popolo soffre, il popolo ribolle, i rappresentanti del popolo scoperchiano il pentolone. Tra le geremiadi politiche non potevano mancare “i tagli alla sanità”. La spesa ammonta a circa 118 miliardi di euro pari a 6,6 punti di prodotto lordo, nel 2015 stava al 6,7 per cento, ma attenti alla statistica, in termini quantitativi erano 111 miliardi, dunque in questi anni in cui ha governato soprattutto il centrosinistra (con l’intervallo gialloverde) è rimasta sostanzialmente stabile in rapporto al pil ed è aumentata di 8 miliardi di euro in termini assoluti. La torta è gestita dalle regioni e quelle che ottengono la fetta principale sono naturalmente al nord. La Lombardia negli stessi anni è passata da 18,8 a quasi 20 miliardi di euro, ma hanno aumentato la loro parte anche il Veneto e il Piemonte. Il lavoro si ferma? Non dappertutto. Si lavora da casa, si diffonde il cosiddetto smart working nelle imprese dove è possibile. Potenzialmente, dicono gli esperti, potrebbe interessare ben otto milioni di persone. Ciò vale anche per lo studio. Bloccare la didattica, far saltare l’anno scolastico? Non ci pensano per un momento l’istituto tecnico Tosi di Busto Arsizio né molte altre scuole dove si tengono lezioni regolari davanti al computer e al telefonino. Vuoi vedere che un paese arretrato, soffocato dalla propria inerzia, intossicato dall’ideologia, scopre le virtù della rivoluzione digitale.

  

E se questa gravissima crisi segnasse l’inizio di un profondo cambiamento? L’Italia ne uscirà rafforzata dalla sua capacità di far fronte al grande attacco che viene dalle frontiere dell’ignoto? Oppure saremo trasformati tutti nei capponi di Renzo che si beccano l’un l’altro “come accade sovente tra compagni di sventura”? Manzoni è geniale, ma scontato? Allora c’è Albert Camus: “Si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati”. Non basta? Leggiamo ancora Cipolla in “Cristofano e la peste”: “L’unica speranza era la prevenzione, ma è difficile organizzare misure preventive quando non si conoscono gli agenti patogeni e il loro modo d’azione”. Prima conoscere poi deliberare, dunque. Cipolla era di Pavia, ha studiato alla Sorbona, ha insegnato a Berkeley, e ha fissato una volta per tutte le “leggi fondamentali della stupidità”.

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