L'influenza più pericolosa è quella economica

Claudio Cerasa

Il panico: la febbre da combattere oltre al coronavirus. Chiacchiere con Boccia (Confindustria) e Pugliese (Conad)

A voler trovare un unico filo conduttore per orientarci tra le notizie raccolte ieri, si potrebbe dire che i vertici della politica italiana hanno compreso che la vera emergenza con cui tocca fare i conti in questo momento in Italia non ha più a che fare solo ed esclusivamente con la proliferazione del coronavirus (le vittime ora hanno superato quota 10, i contagi hanno superato quota 300) ma ha a che fare con la proliferazione di un altro guaio altrettanto pericoloso per la salute del nostro paese: la veloce trasmissione dell’influenza dai pazienti ammalati alla nostra economia. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – nelle stesse ore in cui la Bulgaria sospendeva i voli con Milano fino al 27 marzo, in cui l’Iraq vietava l’accesso agli italiani sul suo territorio, in cui l’Arabia Saudita sconsigliava ai suoi cittadini di viaggiare in Italia, in cui i responsabili dell’aeroporto di Praga sceglievano di dedicare un intero gate ai soli italiani – ha cercato di riportare ordine affermando che “l’Italia è più sicura di molti altri paesi”.

 

E lo stesso hanno provato a fare sia il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, sia Walter Ricciardi, dell’Oms. Il primo ha suggerito “di sdrammatizzare” ricordando che la situazione che si è venuta a creare è “senza dubbio difficile ma non così tanto pericolosa”. Il secondo ha offerto numeri meno catastrofici sul contagio da coronavirus e ha sostenuto l’opportunità di “ridimensionare questo grande allarme, perché la malattia va posta nei giusti termini: su cento persone malate, ottanta guariscono spontaneamente, quindici hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, solo il cinque per cento è gravissimo e finora tutte le persone decedute in Italia avevano già alle spalle condizioni gravi di salute”.

 

 

La volontà di “ridimensionare” il fenomeno non ha a che fare con la volontà di sottostimare i rischi derivanti dalla diffusione del virus ma ha a che fare con un problema evidenziato già ieri su questo giornale: le eccezionali misure di prevenzione predisposte dal nostro paese per fronteggiare il coronavirus hanno avuto l’effetto di generare una elevata dose di panico e a sua volta il panico ha prodotto una serie di effetti che potrebbe incidere gravemente sulla salute dell’Italia (la Borsa ieri ha chiuso ancora in rosso, lo spread è salito ancora, diversi fornitori iniziano a ricevere notizie di gravi ritardi nei pagamenti). Per provare a mettere a fuoco il problema abbiamo scelto due interlocutori interessanti con cui dialogare e a entrambi abbiamo chiesto di valutare quanto sia preoccupante lo choc economico vissuto in queste ore dall’Italia.

 

Il primo interlocutore si chiama Vincenzo Boccia ed è il presidente di Confindustria e dice di essere “preoccupato per l’impatto che avrà la gestione del coronavirus sulla nostra economia”. Il secondo interlocutore si chiama Francesco Pugliese, è l’amministratore delegato di un gigante della grande distribuzione (Conad) e dice di essere “preoccupato per lo stato di psicosi in cui vive oggi il nostro paese”.

 

Pugliese, con il Foglio, snocciola alcuni dati interessanti. Dice che nel weekend appena passato in Lombardia, in Veneto e in Emilia-Romagna le vendite dei prodotti nei suoi supermercati hanno registrato un incremento del 200 per cento rispetto agli stessi giorni dell’anno precedente, “equivalgono, per capirci, a vendite superiori a quelle che registriamo alla vigilia di Natale”. Dice che nella giornata di ieri, subito dopo la notizia di un primo caso di contagio da coronavirus a Palermo, le vendite nei negozi Conad di Palermo sono aumentate, rispetto all’anno precedente, del 300 per cento (ieri anche in Campania sono stati registrati incrementi di vendite pari al 100 per cento). E dice che la psicosi presenta due elementi particolarmente preoccupanti: “E’ preoccupante perché un pezzo di Italia crede di vivere in una specie di stato di guerra ed è preoccupante perché un pezzo d’Italia crede non si sa bene per quale ragione che la grande distribuzione non sia capace di rifornire gli scaffali dei supermercati: faccio notare che tutti gli scaffali vuoti che avete visto fotografati sui giornali, il giorno dopo erano pieni come se nulla fosse accaduto. Dunque, calma”. Pugliese, al contrario di Boccia, e ora ci arriviamo, pensa che l’origine del panico, “di una reazione non giustificata rispetto a quello che sta accadendo”, non sia da attribuire agli organi politici, “in questi casi bisogna affidarsi totalmente a chi è più esperto di noi e se il nostro servizio sanitario indica una direzione, penso che nessuno abbia le competenze sufficienti per considerare un errore quella scelta”, ma sia da attribuire al modo in cui la stragrande maggioranza dei mezzi di informazione ha scelto di seguire la diffusione del coronavirus.

  

“Mi chiedo che senso abbia entrare in una modalità da ‘tutto il coronavirus minuto per minuto’, con le dirette h24 dai luoghi del contagio, e mi chiedo anche che senso abbia dare così tanto spazio a notizie esclusivamente negative, come i contagi e le morti, e così poco spazio alle notizie positive, come le molte guarigioni che per fortuna vengono registrate ogni giorno dagli operatori sanitari nazionali. La nostra tendenza a trasformare ogni problema in un’emergenza e ogni guaio risolvibile in un guaio irrisolvibile ci sta portando a isolare non tanto un virus, quanto la stessa Italia”.

 

Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria ancora per qualche mese, la mette giù con maggiore enfasi e dice che “il contagio economico può fare persino più danni di quello virale”. “Mi sembra che la situazione ci stia sfuggendo di mano e mi chiedo per esempio come si faccia a chiedere agli altri paesi di far circolare gli italiani che abitano in Lombardia e in Veneto quando ci sono regioni italiane che hanno scelto di non farli circolare”. Boccia sostiene che il malanno pericoloso con cui si trova a fare i conti il nostro paese ha a che fare con un senso di sfiducia che le misure di prevenzione scelte dal governo e dalle regioni hanno contribuito ad alimentare. “Sarebbe una follia pensare che l’economia e il benessere di un paese debbano venire prima della salute dei suoi stessi cittadini. Ma mi chiedo se chi ha deciso prima di bloccare i voli da e per la Cina, con gli effetti che abbiamo visto, e chi oggi ha scelto di mettere in quarantena mezzo nord Italia, abbia avuto modo e tempo di calcolare gli effetti collaterali di alcune scelte. Avere un governo che si occupa di un’emergenza va bene, ma se il modo in cui viene gestita l’emergenza ha l’effetto di trasformare quel paese in un’economia infetta – facendo chiudere le fiere, mettendo in ginocchio il nostro turismo, bloccando le regioni più ricche del paese – bisognerebbe preoccuparsi con urgenza di come correre ai ripari. E per quanto mi e ci riguarda spero con tutto il cuore che dalla prossima settimana la quarantena dell’Italia possa finire. Governare un’emergenza è sacrosanto. Ma se da un’emergenza ne nasce un’altra che forse si poteva evitare, evidentemente c’è qualcosa non va”.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.