Dagli iPhone ai farmaci ai vestiti, quanto pesa il virus sul commercio

Eugenio Cau

I sistemi logistici globali sono messi in crisi dall’epidemia. La lista americana dei farmaci e le contromisure di Amazon

Milano. Con il prolungarsi della crisi sanitaria mondiale generata dal Coronavirus Covid-19, i governi e gli imprenditori in tutto il mondo stanno cercando soluzioni al blocco progressivo delle supply chain globali provocato dall’epidemia. Hanno cominciato nelle scorse settimane le case automobilistiche e i produttori di tecnologia di consumo. Da Fca a Hyundai, i giganti dell’auto non soltanto vedono crollare le vendite in Cina, ma sono stati costretti a chiudere alcune fabbriche o a rallentarne il lavoro: quelle in Cina per l’assenza di lavoratori e quelle fuori dalla Cina per assenza di componenti. Poi è toccato ad Apple, che è stata costretta a rivedere al ribasso le proprie previsioni di crescita per la stessa doppia difficoltà: crollo dei consumi in Cina e disgregazione della supply chain produttiva. Apple è tra le aziende tecnologiche più colpite, perché secondo un’analisi di Bernstein il 70 per cento dei suoi prodotti è assemblato in Cina, ma le aziende tecnologiche che stanno valutando la propria esposizione nel paese sono tantissime, dalle americane Dell e Hp alla coreana Samsung.

 

Due giorni fa il sito americano Axios ha svelato che la Food and Drug Administration americana ha compilato un elenco di 150 medicine di cui potrebbero scarseggiare le forniture se la crisi dovesse continuare. Si tratta in gran parte di antibiotici e di generici, ma anche di alcuni farmaci di marca di cui non ci sono alternative. Secondo un articolo di qualche giorno fa di Politico Europe, la European Medicines Agency non ha ancora ricevuto notifiche di scarsità di rifornimenti, ma gli esperti ritengono che la situazione rischi di peggiorare man mano che la crisi continua. I farmaci sono un esempio perfetto di come le supply chain sempre più globali siano messe in pericolo dall’epidemia. La Cina, infatti, non è un grande produttore di medicinali. Quel ruolo spetta all’India, che è probabilmente il più grande esportatore al mondo. Ma la Cina produce la maggior parte degli ingredienti farmaceutici: l’India importa dalla Cina il 70 per cento degli ingredienti necessari per la produzione di farmaci che poi vengono esportati in tutto il mondo, e la percentuale sfiora il 100 per cento per alcuni antibiotici e antipiretici, cioè i farmaci che fanno abbassare la febbre. Secondo il Financial Times, il prezzo delle materie prime usate per alcuni antibiotici è già aumentato del 50 per cento a causa della scarsa offerta.

 

La complessità e l’interconnessione delle catene di fornitura globali sta creando problemi a tutti i livelli. Il Wall Street Journal ha raccontato di una media azienda americana (non ne rivela né nome né settore) che pensava di essere al riparo dalla crisi sanitaria perché un anno fa aveva spostato tutta la produzione in Vietnam. Peccato che la fabbrica sia stata chiusa perché manager e operai non sono riusciti a tornare dalle vacanze in Cina.

 

Ieri l’azienda che sta dietro a Primark, la famosa catena di vestiario a basso costo, ha annunciato che alcune linee di vestiario potrebbero presto terminare se la produzione delle fabbriche in Cina non riprenderà presto. L’azienda sta cercando di spostare parte della produzione in altri paesi come Bangladesh, Cambogia, Vietnam e Turchia, ma alcuni elementi prodotti in Cina non possono essere replicati.

 

Le difficoltà generate dal blocco della Cina nella supply chain globale sono ben rappresentate da Amazon, gigante della logistica, che sta cercando in tutti i modi di evitare rallentamenti e problemi. Nelle scorse settimane, ha scritto il New York Times, Amazon si è mossa rapidamente per cercare di rifornire il più possibile i suoi magazzini. Per assicurare consegne veloci, Amazon tiene il minimo indispensabile delle scorte (questo approccio si chiama in inglese “lean inventory”), ma questo significa che se il flusso delle forniture di interrompe, il gigante dell’ecommerce rischia di essere il primo a risentirne. Spesso inoltre Amazon fa affidamento a venditori di terze parti, ciascuno con un sistema di logistica diverso. Così ora l’azienda sta controllando fornitore per fornitore per cercare di capire la sua dipendenza dalla Cina, e come risolverla.

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.