I giornalisti davanti alla nave da crociera Diamond Princess al porto di Yokohama domenica 9 febbraio (foto Ap/Eugene Hoshiko)

Tokyo, una catena di paure

Giulia Pompili

Il virus che viene dalla Cina è l’ennesimo stress test per il Giappone. La “bellissima armonia” a rischio

È il peggior incubo per il Giappone. L’economia a rischio recessione, il pericolo del contagio per il virus che arriva dalla Cina, il gran ballo della diplomazia dei Giochi olimpici in bilico. L’emergenza da Covid-19, il nome tecnico della malattia provocata dal nuovo coronavirus e che ha come epicentro Wuhan, nella regione cinese dello Hubei, sta sconvolgendo l’equilibrio di un mondo più globalizzato che mai. Se la Cina si ferma è un pericolo per tutti. Ma è il Giappone uno dei paesi più esposto ai mutamenti del Dragone. La seconda e la terza economia del mondo sono interconnesse, e il problema cinese arriva in un momento cruciale per la politica interna giapponese. Che cosa succederebbe se – una volta che sarà contenuto il virus in Cina – l’epidemia si diffondesse incontrollata in Giappone? Quali sarebbero le conseguenze politiche ed economiche per il governo di Tokyo e per il Partito Liberal Democratico, guidato sin dal 2012 da Shinzo Abe? 


Se la Cina si ferma è un pericolo per tutti, ma il Giappone è il paese più esposto. Seconda e terza economia del mondo sono interconnesse


 

L’esecutivo giapponese già da qualche mese vive un lento riavvicinamento diplomatico con la Cina. E’ un dettaglio importante da tenere a mente, mentre la crisi del Covid-19 – anche a causa delle pressioni cinesi – diventa sempre più politica. Nell’arte delle relazioni internazionali non c’è momento migliore di un’emergenza per mostrare amicizia e lealtà, e infatti il più longevo dei primi ministri nipponici dal Dopoguerra, Shinzo Abe, in un primo momento aveva provato a usare l’emergenza per mandare segnali sempre più distensivi al leader cinese Xi Jinping. Il Giappone è stato il primo paese a inviare aiuti al fronte di Wuhan. Xinhua, l’agenzia di stampa cinese, aveva apprezzato: “Sulle scatole di mascherine donate da un’istituzione giapponese alla Cina nella sua lotta contro il coronavirus è scritta una frase in cinese: ‘Anche se siamo in posti diversi, siamo sotto lo stesso cielo’. L’espressione viene da un’antica poesia che rappresenta l’antica amicizia tra Cina e Giappone, ed è diventata virale sui social media. Il sostegno sincero del popolo giapponese ha commosso molte persone”. I membri del Partito liberal democratico di Abe hanno donato una parte del loro stipendio di marzo alla Cina. E poi è iniziata la gara delle donazioni istituzionali: la prefettura di Oita, nel Kyushu, ha inviato trentamila mascherine a Wuhan, la città di Mito ne ha inviate cinquantamila alla città gemellata, Chongqing, la città di Okayama ventiduemila alla sua gemella cinese Luoyang. Tutta questa corsa a fare più bella figura con gli amici cinesi però non ha messo in conto uno scenario: la pandemia. E infatti ora che le mascherine iniziano a scarseggiare qualcuno comincia a sollevare il problema della politica e della diplomazia che non fa i conti con la sicurezza. E perfino in Giappone, il paese dove praticamente non esiste criminalità, martedì scorso sono scomparse seimila mascherine chirurgiche dal deposito della Croce Rossa dell’ospedale di Kobe.

 

Questo senso di attesa col fiato sospeso è ben rappresentato dall’immagine della nave da crociera Diamond Princess, dal 3 febbraio in quarantena al porto di Yokohama, a una trentina di chilometri da Tokyo. La nave inglese, che stava effettuando una crociera tra il Giappone e la Cina, trasportava 2.700 passeggeri e almeno mille persone dello staff, provenienti da 56 paesi diversi. Dopo che il primo turista che si trovava a bordo è risultato positivo al test, il governo di Shinzo Abe ha deciso di non autorizzare lo sbarco degli altri passeggeri e di predisporre una quarantena cautelativa per la nave. Da quel giorno, il numero di contagi è salito vertiginosamente fino a rendere la Diamond Princess il secondo epicentro dell’epidemia dopo Wuhan. Quello che è successo su quella nave lo ha raccontato su YouTube Kentaro Iwata, virologo dell’Università di Kobe, in una serie di video che sono stati ripresi dai media internazionali. Iwata ha effettuato un sopralluogo sulla nave durante la scorsa settimana, non è ancora chiaro se autorizzato, ma il risultato è stato esporre l’armatore della nave e il governo giapponese alle responsabilità. Iwata ha descritto un ambiente in contrasto con le principali norme anti contagio; c’era chi non indossava gli strumenti di protezione come mascherina, occhiali e tuta, anche tra il personale medico e quello di supporto, e invece c’erano momenti di convivialità, che secondo le procedure di contenimento di un contagio dovrebbero essere evitati. Il Giappone, secondo Iwata, non poteva essere in grado di gestire l’emergenza perché non ha un’agenzia che si occupi del controllo delle epidemie – a prendere delle decisioni, in pratica, sarebbero i funzionari del ministero della Salute non necessariamente specializzati in virologia. Dunque la soluzione più facile in questi casi è semplicemente tenere lontana l’area di contagio e i cosiddetti “possibili untori”, senza preoccuparsi troppo del contagio collettivo interno a quell’area. “Qualcosa ha permesso la trasmissione del virus a bordo”, ha detto al New York Times Benjamin Cowie, medico di malattie infettive al Peter Doherty Institute for Infection and Immunity in Melbourne: “Ci sono pochi dubbi a riguardo”. A un certo punto aveva cominciato a circolare la notizia che il virus potesse essere trasmesso all’interno dell’impianto d’areazione della nave, e che quindi anche l’isolamento dei passeggeri all’interno delle cabine non sarebbe servito a molto. L’ipotesi era stata poi smentita, ma ha comunque contribuito ad aumentare il senso di insicurezza e stress delle persone a bordo – confinate in mare, e con un nemico invisibile con cui fare i conti. Delle norme di sicurezza sulla Diamond Princess a un certo punto ha smesso di fidarsi perfino l’America. Il 16 febbraio scorso una lettera dell’ambasciata americana a Tokyo ha raggiunto i concittadini sulla nave: veniamo a prendervi, e vi facciamo fare la quarantena su suolo americano. 14 americani evacuati sono stati poi trovati positivi al virus, un bel problema da gestire per il Dipartimento di stato. Ma le condizioni psicologiche dei passeggeri hanno preoccupato a un certo punto anche lo stesso governo giapponese, che progressivamente ha autorizzato lo sbarco dei più anziani e poi di quelli stranieri, gestiti dalle rispettive ambasciate. Secondo un primo report sulla diffusione del virus sulla Diamond Princess, sembra che il contagio fosse iniziato ben prima del 5 febbraio, e questo solleverebbe in parte il governo di Tokyo dalla responsabilità di aver contribuito a creare un focolaio di virus. 


I due eventi più strategici per Shinzo Abe programmati nei prossimi mesi: la visita di stato di Xi Jinping e poi i Giochi olimpici


 

Oltre alle critiche sulla gestione dell’isolamento sulla nave da crociera, a preoccupare il primo ministro Shinzo Abe ci sono soprattutto i casi di Covid-19 individuati sul territorio giapponese e fuori dalla quarantena della Diamond Princess. Un numero che già ora supera gli ottanta, e di questi soltanto venticinque pazienti venivano dalla provincia cinese dello Hubei o hanno soggiornato lì prima di mostrare i sintomi. Gli altri sono contagi secondari. Una delle prime a contrarre il virus è stata una tassista di Okinawa, che molto probabilmente aveva trasportato delle persone della Diamond Princess durante la fermata a Naha, la capitale della prefettura di Okinawa. E poi il caso più funesto per la capitale giapponese: la festa di un sindacato di tassisti che si è tenuta a Tokyo il 18 gennaio scorso su una yakatabune – un’imbarcazione tradizionale dove si svolgono cene e raduni. Sembra che un dipendente del servizio a bordo della barca fosse stato in contatto precedentemente con persone dello Hubei, e che i finestrini quella sera fossero rimasti tutti chiusi per via della pioggia, trasformando la barca nel luogo perfetto per un contagio. Uno dei tassisti, qualche giorno dopo, ha mostrato i sintomi del nuovo coronavirus, e poi avrebbe infettato la suocera di ottant’anni, diventata la prima vittima del Covid-19 in Giappone. E’ diventata una notizia, qualche giorno fa, che anche dieci giornalisti dell’agenzia di stampa Kyodo News avrebbero preso almeno uno di quei taxi.

 

Il pericolo di un contagio di massa, secondo il governo giapponese, può essere affrontato bene da un paese con un sistema sanitario all’avanguardia. Ma è un pericolo che il Giappone non può permettersi in questa fase. Il primo ministro Shinzo Abe qualche giorno fa, dopo un meeting della task force del governo per il virus, ha chiesto alle persone e agli studenti di restare a casa se hanno i sintomi di un raffreddore o influenzali. In un paese dove la dedizione al lavoro è parte fondamentale delle regole sociali, gli sforzi del governo per promuovere l’alternativa del lavoro da remoto sembrano insufficienti. E nelle metropoli con la densità abitativa più alta, come Tokyo o Osaka, durante le ore di punta il pericolo potrebbe venire dai sistemi di trasporto pubblico, e proprio per questo la task force governativa ha chiesto ai dipendenti di cambiare gli orari di lavoro. Molti eventi pubblici sono stati rimandati, e la partecipazione alla maratona di Tokyo è stata limitata ai soli professionisti. Una notizia con un enorme significato simbolico per la nuova èra Reiwa, che significa “bellissima armonia”: è stata annullata la prima celebrazione del genetliaco del nuovo imperatore Naruhito, una cerimonia annuale che per i giapponesi è una specie di festa del paese. Del resto, contagio di massa significa anche crollo dei consumi, l’unica cosa che proprio non doveva accadere dopo la rivoluzione di Shinzo Abe (comunque la si pensi dal punto di vista economico, uno dei pochi governi davvero riformisti) del progressivo aumento dell’Iva. L’Imposta sul valore aggiunto è aumentata per la seconda volta a ottobre, e a seguito di questa manovra la scorsa settimana il governo ha detto che il pil giapponese si è ridotto a un’aliquota annualizzata del 6,3 per cento nell’ultimo trimestre del 2019. “Con l’economia globale che potrebbe avere un nuovo choc per via dell’emergenza del coronavirus, la maggior parte degli analisti crede che un la recessione – cioè due trimestri consecutivi di produzione in calo – è probabile”. Detto in altre parole: Shinzo Abe, l’uomo che nel 2013 aveva lanciato la sua politica monetaria delle tre frecce, che è riuscito a far uscire il Giappone dal ventennio di stagnazione, non è riuscito a far ripartire l’economia. 


Le polemiche sulla gestione del contagio sulla nave da crociera Diamond Princess, e il pericolo che viene dalla terraferma


 

Mentre i casi di coronavirus crescono in Giappone, le multinazionali iniziano a mettere anche il paese del Sol levante nella lista dei luoghi da evitare. Prada, per esempio, ha annullato il suo primo evento a Tokyo programmato per il 21 maggio. Un disastro d’immagine, imparagonabile però con i due eventi più strategici per Shinzo Abe programmati nei prossimi mesi: in primavera, la visita di stato di Xi Jinping; in estate, i Giochi olimpici. L’attesissima visita del presidente cinese a Tokyo dovrebbe sancire la “fine delle ostilità” dei due paesi che con un’espressione precisa Sheila A. Smith, senior fellow di Studi giapponesi al Council on Foreign Relations, in un saggio del 2015 definiva “Intimate Rivals”. E poi evoca la visita del 1998 dell’allora presidente cinese Jiang Zemin, la prima di un leader cinese in Giappone. Quell’anno le alluvioni che fecero migliaia di morti in Cina costrinsero Pechino a posticipare il viaggio, e la storia cambiò: il primo ministro nipponico Keizoō Obuchi si era infatti deciso a presentare le scuse formali al presidente sudcoreano Kim Dae-jung, anche lui atteso a Tokyo, ma soltanto dopo la visita dell’omologo cinese. Il cambio di programma cambiò anche le conseguenze delle rispettive visite e dell’alleanza più strategica d’Asia, quella tra Cina, Giappone e Corea del sud. E poi le Olimpiadi, cioè il palcoscenico dove sarebbe dovuto avvenire il rilancio del Giappone come attore principale della scena diplomatica internazionale, e che dovrebbero inaugurarsi il 24 luglio prossimo. 


Un contagio di massa significa calo dei consumi. E l’Imposta sul valore aggiunto è aumentata per la seconda volta a ottobre 


Shinzo Abe ha investito moltissimo su Tokyo 2020, e sia il comitato organizzatore giapponese sia il Comitato olimpico internazionale insistono che una eventuale cancellazione non è stata nemmeno presa in considerazione. Il candidato sindaco di Londra Shaun Bailey ha detto che la capitale inglese sarebbe pronta a sostituire Tokyo anche all’ultimo momento, e la governatrice di Tokyo Yuriko Koike ha definito l’uscita “inappropriata”. Pure Brian McCloskey, ex direttore della Salute pubblica durante Londra 2012, ha detto alla Bbc che in questa fase non c’è alcun rischio: “È importante ricordare il clamore che fece durante Rio 2016 l’eventualità che i Giochi fossero cancellati per il contagio del virus Zika, ma tutto andò avanti in sicurezza. I Giochi invernali di Vancouver nel 2010 si fecero durante un contagio pandemico di influenza e non ci furono problemi, né per il paese ospitante né per gli ospiti”. Le Olimpiadi non sono mai state annullate o posticipate se non in caso di guerra. E le cose, teoricamente, possono andare bene se il governo di Tokyo riuscirà a mettere in campo le misure di sicurezza e il coordinamento necessario. E’ insomma l’ennesimo test per il Giappone, dopo le catastrofi naturali iniziate con il terremoto e maremoto del Tohoku del 2011, l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, e proseguite con i tifoni devastanti, le alluvioni, e le temperature più alte mai registrate, che hanno reso una corsa a ostacoli anche l’organizzazione dei Giochi olimpici – la maratona, dopo un braccio di ferro tra il Cio, il governo centrale e quello locale di Tokyo, dovrebbe svolgersi non nella capitale ma al nord, a Sapporo, nell’Hokkaido, proprio per non far correre gli atleti con temperature inadatte. L’ennesimo stress test per il paese del principio di precauzione. Secondo Kyle Cleveland, docente di Sociologia della Temple University di Tokyo, il Giappone ha un problema con la gestione delle crisi complesse, e con la sua burocrazia: “Manca una risposta coordinata dove veri esperti sono responsabili del processo decisionale”, ha detto al New York Times, “in realtà quello che succede è che i funzionari politici sono posti in ruoli di autorità al di là delle loro competenze. Gli echi e le analogie con Fukushima sono inquietanti”. E poi: “Il Giappone è a volte vittima delle sue stesse competenze. Tutto funziona a meraviglia, è una società profondamente strutturata e funzionale sotto tutti gli aspetti. Poi però quando le cose escono dai binari, credono che i normali protocolli siano sufficienti. Ma circostanze eccezionali richiedono risposte eccezionali”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.