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Cosa succederà alla moda italiana quando l'emergenza coronavirus sarà finita?

Per Mario Boselli, presidente dell’Istituto Italo Cinese e presidente onorario della Camera Nazionale della Moda, dopo la crisi di primavera, potrebbero riportare la produzione entro i confini nazionali abbandonando la delocalizzazione

21 Febbraio 2020 alle 18:03

Cosa succederà alla moda italiana quando l'emergenza coronavirus sarà finita?

Un modello Emporio Armani in passerella durante le sfilate della Milano Fashion Week 2020 (foto LaPresse)

E quando tutto questo sarà finito, dice Mario Boselli, presidente dell’Istituto Italo Cinese, presidente onorario della Camera Nazionale della Moda e imprenditore molto legato alla filiera del tessile import-export fra i due paesi, le imprese nazionali del settore avranno imparato a non fare riferimento alla sola Cina e ai suoi paesi satelliti per l’ approvvigionamento di tessile e manifattura moda, e a mettere in pratica, giocoforza, il famoso reshoring, cioè il rientro della produzione entro i confini nazionali, di cui finora hanno quasi esclusivamente parlato.

 

Dopo il primo momento di choc e il vero rimbalzo su ordini e vendite, che si vedrà tutto nel secondo trimestre, dall’epidemia di Covid-19 potrebbe dunque e addirittura venire del bene per le imprese e i dipendenti del tessile moda italiano; certo, con una marginalità molto più bassa per chi, e sono ancora tanti, in questi anni ha sventolato la bandiera del made in Italy e della garanzia sulla filiera produttiva continuando a delocalizzare grazie a leggi comunitarie molto lassiste. Secondo le prime proiezioni a cui accenna Boselli, per il settore governato da Confindustria Moda il primo trimestre dovrebbe chiudersi in linea con le attese (“Sono le code del 2019, che è stato sostanzialmente positivo”): il dramma andrà in scena da marzo in poi, quando si tireranno le somme sui mancati ordini di questa tornata di sfilate priva di buyer cinesi e in cui i pochi influencer di evidente origine asiatica vengono ad ogni buon conto scansati all'ingresso, non si sa mai. Dalla primavera inoltrata si capirà quanto lavoro è andato perso: stime ufficiose parlano con una riduzione di almeno il cinquanta per cento delle attività sulla filiera tessile a monte.

 

Eppure, volendola vedere con il don Abbondio manzoniano, chissà se questo scossone non rivelerà il proprio lato positivo, con il coronavirus che certo è un gran flagello, ma chissà quali soggetti spazzerà via. E dopo, osserva Giorgio Armani, bisognerà ricostruire il desiderio, riportare tutti nei negozi, davanti al computer sui siti di e-commerce. Al momento, tutti i negozi del lusso italiano e internazionale in Cina sono chiusi, ma sembra scemata anche la voglia di fare acquisti da casa. Bisognerà far rinascere la voglia di vedersi belli ed eleganti. E sarà il momento più delicato.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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