No panic, sì control

Marianna Rizzini

Nicasio Mancini, virologo del San Raffaele, spiega che il primo obiettivo è evitare la diffusione interna

Roma. Le ultime notizie sul coronavirus, i 14 contagiati in Lombardia, il trentottenne ricoverato dopo una cena con un collega tornato dalla Cina, la moglie incinta contagiata, i colleghi messi sotto controllo, il premier Giuseppe Conte che annuncia “nuove misure e sorveglianza attiva” e il provvedimento emergenziale lombardo che sembra una storia dell’altro mondo: tre paesi del Lodigiano isolati, con l’assessore al Welfare della regione Lombardia, Giulio Gallera, che invita tutti i cittadini “a scopo precauzionale”, a rimanere in ambito domiciliare e a evitare i contatti sociali. Come evitare il diffondersi della psicosi da contagio?  

 

“I casi potrebbero aumentare, ma questa possibilità non deve ingenerare panico: è necessario, infatti, metterci in condizione di bloccare la diffusione del virus”, dice il professor Nicasio Mancini, microbiologo e virologo medico presso l’Ospedale San Raffaele di Milano, invitando alla calma ma al tempo stesso all’estrema vigilanza. “La cosa più importante da sottolineare e da tenere in considerazione”, dice Mancini, “è che l’unico modo per bloccare la diffusione del virus è l’isolamento di tutti i casi confermati, oltre al controllo capillare di tutti i possibili casi, cioè le persone potenzialmente venute a contatto con i contagiati. Le misure della regione Lombardia vanno esattamente in questa direzione”.

 

Ma che cosa si può e si deve fare, concretamente, per non farsi inconsapevoli untori? “Chi avesse sintomi respiratori non deve recarsi al pronto soccorso ma deve chiamare il 112 per riferire i sintomi. È una misura molto importante, questa, per contrastare la diffusione del virus”. Il dubbio e la paura, per molti, però, è che alcune regioni italiane non siano attrezzate per gestire l’emergenza. “L’esperienza di gestione dell’emergenza nei paesi che hanno avuto un maggior numero di casi di contagio, al di fuori della Cina continentale, dimostra che il supporto ottimale in terapia intensiva permette spesso di risolvere positivamente e curare anche i casi più gravi. E i nostri reparti di terapia intensiva sono già stati allertati per gestire gli eventuali casi che possano presentarsi, e sono in grado di farlo. Ma ripeto: il primo obiettivo è limitare la diffusione del virus. Riuscendo in questo, si faciliterà ovviamente anche la gestione clinica dei casi più gravi che dovessero presentarsi”. Intanto, quindi, oltre al non recarsi in pronto soccorso in caso di sintomi e a chiamare il 112 e, a livello generale, a bloccare i voli dalla Cina, ribadisce Mancini, “è necessario focalizzarsi sull’interruzione della trasmissione all’interno dei nostri confini. Allo stesso tempo, però, è fondamentale tenere alta la guardia per impedire che nuovi casi arrivino dall’estero”. Nei giorni scorsi si è anche diffusa la voce che il virus risparmi in qualche modo i bambini: vero? Falso? “Non è vero che i bambini non possano essere infettati, ma tutte le casistiche finora pubblicate concordano nell’evidenziare come essi non tendano a sviluppare le forme più gravi dell’infezione”.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.