La collezione donna autunno-inverno di Ermanno Scervino

Il coronavirus continua a contagiare la moda: Mido rimandato e sfilata di Armani in streaming

Fabiana Giacomotti

Il salone dell’occhialeria che doveva aprire il 29 febbraio a Rho Fiera, verrà spostato a giugno. Lo stilista annuncia l'evento a porte chiuse. Nuova puntata dell'alfabeto della Milano Fashion Week più angosciata della storia

Ore 00.52 di domenica 23 febbraio. Il cellulare lasciato acceso annuncia l'arrivo di due messaggi dalla responsabile ufficio comunicazione di Giorgio Armani: "Il signor Armani comunica che la sfilata della collezione donna autunno/inverno 20/21 Giorgio Armani si svolgerà a porte chiuse, dati i recenti sviluppi del coronavirus in Italia. La sfilata verrà registrata a teatro vuoto, senza stampa e buyer, e verrà trasmessa in streaming sul sito armani.com, Instagram @giorgioarmani, Facebook @giorgioarmani a orario da definire. La decisione è stata presa per non esporre ad alcun rischio la salute degli ospiti”.

 

Nessun cambio previsto da Dolce&Gabbana, ma il segnale del referente numero uno della moda italiana viene preso maledettamente sul serio da tutti. E' come se ci fosse stato ricordato che i privilegiati di balocchi&profumi non sono immuni da niente, e che essere "super cauti", come adesso si dice nei toni propri al sistemi della moda, sia il modo migliore per far fronte a quella che non è ancora emergenza, ma potrebbe diventarlo.

 

Sabato sera era arrivata la prima notizia choc, e cioè la sospensione di Mido, il salone dell’occhialeria, un business da  60mila visitatori e oltre 1300 aziende: avrebbe dovuto aprire il 29 febbraio a Rho Fiera; verrà spostato a giugno. “Una decisione presa nel rispetto della gravità della situazione attuale e in risposta ai nostri espositori e visitatori”, dice il presidente del salone, Giovanni Vitaloni. Per le strade del centro di Milano si circola liberamente: tanti hanno preso l’invito a non spostarsi troppo alla lettera e non hanno messo neanche il naso fuori casa. Super-affollata, come sempre, solo la sfilata di Elisabetta Franchi, che ha un seguito social da big star e un esercito di fan che arrivano da lontano, e molto dalle ricche province nazionali, per godersi lo spettacolo del suo successo. In prima fila fra i rosa cipria della sua collezione anche Brunello Cucinelli che, giura, non ha intenzione di investire nell’azienda, prossima alla quotazione. A poche ore dalla sfilata di Giorgio Armani che chiuderà la settimana, arricchiamo ancora questo alfabeto della Milano Fashion Week più angosciata della storia.

 

B come bacino bacino. Meglio di no. Fra le seconde file sono comparse le mascherine. Le prime non vogliono offendere lo stilista e resistono stoicamente continuando ad elargire sorrisi ai fotografi, ma vorrebbero tanto pure loro.

 

B come Borghesia. L’estetica dei film haute bourgeoisie di Luca Guadagnino ha colpito al cuore l’esercito di amici e sodali che vanta nella moda. Bon ton, milanesità modello Piero Portaluppi e villa Necchi Campiglio ovunque. Da Tod’s, che non a caso sceglie molto spesso per le presentazioni la magnifica casa-museo di via Mozart con le sue modanature in noce, i suoi marmi e le sue malachiti, ha messo al lavoro il nuovo direttore creativo Walter Chiapponi sulle sue ossessioni e i suoi riferimenti di sempre: l’eleganza sobria, Lee Radziwill, Lady D. Interessanti le cuciture a vista, i punti grossi a cordoncino anche sulle scarpe che paiono invece l’ossessione del direttore creativo sia per la donna sia per l’uomo. Anni Sessanta aggiornati e (l’inevitabile?) omaggio a Gio Ponti anche da Borbonese, disegnato da Dorian Tarantini e Matteo Mena, mentre guizzi di borghesità milanese vista da occhi stranieri come quelli di Arthur Arbesser, JJ Martin, Sunnei o iper-milanesi come Carolina Castiglioni e Massimo Alba a reinterpretare i classici del marchio di valigeria più sofisticato ed extra-milanese.

 

C come collettino. In questi giorni ci e' capitato spesso di vivere dei flashback negli Anni Ottanta, quando le ragazzine comme il faut che crediamo di essere state applicavano collettini di cotone smerlato ai golfini colorati di Benetton. Colletti e polsini, anche importanti come paramani secenteschi, si trovano ubiquamente da Gucci come da Msgn e da Luisa Spagnoli, marchi e visioni femminili talmente diverse da permettere di parlare di tendenza forte. Grandi boutique e mercerie verranno presi d'assalto, perche' darsi un'allure di stagione a prezzo cosi' contenuto sara' un richiamo irresistibile per tutte. Mancano le maniche staccabili della proverbiale metafora ma, considerando la quantità di modelli cinquecenteschi che si sono visti, potrebbero non tardare ad apparire.

 

D come Donne. Da qualche parte, e non abbiamo capito come, è scoppiata ancora una volta l’annosa polemica sugli stilisti-maschi “ghei”-che-non-capiscono-le- donne, che è un po’ come quando gli animalisti vengono a protestare fuori dalle sfilate della moda primavera-estate e tu vorresti dire loro di ripassare sei mesi dopo. Mai come in questa tornata di sfilate le stiliste sono emerse con forza, prepotenza e con collezioni fantastiche. Silvia Venturini Fendi, Muccia Prada, Donatella Versace, ognuna a suo modo e le prime due secondo un pensiero neanche troppo lontano, hanno firmato le tre collezioni più belle, hands down: l’apparizione di Bella Hadid con quel robe manteau di pelle nera, i capelli alti sul capo e attorcigliati come Minerva e quella toque portata sulla nuca, colpo di genio che imiteranno tutte, ha provocato un silenzio ammutolito e soggiogato in sala. Brava la giovane Flavia La Rocca con il suo progetto di abito multifunzioni in tessuti preziosi e tinte ricavate dalla polvere. Gli “stilisti maschi”, omosessuali o meno e francamente chisseneimporta, la bravura si giudica dalla risposta dei media e del mercato che compra quel che vuole e che gli piace, non dall’orientamento sessuale, hanno reso un omaggio alla dignità muliebre (linee pure, abiti modellanti da non fascianti, gambe certamente più in vista del seno, talvolta tagli radicali e monacali come da Bottega Veneta) come non ne vedevamo da anni. Sul moodboard di Paul Andrew, da Ferragamo, era esposta una copia della foto di Nancy Pelosi che strappa il discorso sullo stato dell’unione di Donald Trump. Su quello di Massimo Giorgetti, Msgn, le streghe di Suspiria (e Dario Argento, collaboratore occulto, seduto in sala).

 

O come oro. Catenelle usate come frange (Ferragamo), paillettes dorate a balze sui vestitini smanicati indossati con la camicia bianca (Msgn), tessuto nei tailleur pantalone che slanciano le gambe (il taglio donante è uno solo, leggermente basso sul punto vita, arcuato nelle cosce e appena svasato sul fondo; quelli bravi come Ermanno Scervino lo conoscono, come lo conosce Tom Ford). Oro a piene mani ovunque. Certo, non tutti possono farselo tessere taglio velluto su telai antichi da 75 centimetri a Lione come Etro. Vedere la sfilata accanto a un cultore della materia tessile come il patron Gimmo Etro è un’esperienza abbastanza indimenticabile: suggeriamo all’ufficio marketing e comunicazione di dotarlo di microfono, di una pletora di interpreti e di auricolari per gli interessati e di permettere a tutti di scoprire l’origine di tutte le lane, le sete, i pellami usati e gli accorgimenti messi in atto per rendere visibile il grande lavoro di costruzione attorno a quella figura di “nomade dandy” immaginata dalla figlia Veronica, e che ormai inizia a dilagare fra le giovanissime belle, ricche e cosmopolite con le gambe lunghe e quell’aria sana, riposata e solare che solo certi week end gestiti in elicottero garantiscono.

  

P come piumino. Abbiamo atteso qualche giorno prima di scrivere della grandiosa messinscena del progetto “Genius” di Moncler nell’ex mattatoio milanese di viale Molise, un po’ perché volevamo capire se il week end sarebbe stato affollato di famigliole coi pupi al seguito a saggiare la versatilità creativa dei designer invitati per questa plurikermesse vasta e impegnativa come una fiera (dodici gli stilisti coinvolti: allo sperimentalismo materico di Craig Green, la deliziosa Simone Rocha, l’eccentrico Richard Quinn, si è aggiunto Jonathan Anderson con il suo rigore stemperato dalla morbidezza della forma, mentre Sergio Zambon si è ispirato al mondo losangelino coinvolgendo a propria volta quattro artisti locali, curioso caso di sub-collaborazione); un po’ perché volevamo capire se, a fronte del grande ritorno del cappotto di lana, in particolare nel taglio-vestaglia con la cintura adottato anche dalle giovanissime, le proposte di stilisti e maison non “tecniche” e specializzate come Moncler avrebbero introdotto la piuma d’oca fra le proposte. Risposta affermativa, senza esagerare: i climi si fanno più caldi, il grande inverno non è più una realtà nemmeno all’Antartide (Shakleton, fosse andato ad esplorarla adesso, non sarebbe di certo rimasto schiacciato dal ghiaccio con la Endurance). Un bel cappotto è più che sufficiente anche nella piana di Mosca, e a sciare si va con piumini leggerissimi e tessuti tecnici. Qualcuno resiste, per esempio Jean Charles de Castelbajac , che continua a riportare la moda di Benetton direttamente agli Anni Ottanta del loro grande successo moda nei tagli, negli accostamenti e nelle forme, ha trasferito il tema a lui caro dell’orsetto nel modello di giacca imbottita più interessante della collezione. Un po’ di piuma (in un furbissimo cappotto imbottito) si trova da Tod’s, disegnata per la prima volta da Walter Chiapponi. Ermanno Scervino, diventato famoso grazie ai suoi cappottini in piuma sciancrata, ne infila giusto uno in collezione, per le nostalgiche

 

R come Rosa e S come Sabbia. Dal cipria al sabbia dorato. Tutti, ma proprio tutti. Indimenticabili le sedute di Fendi, morbide, sinuose e accoglienti come solo certe donne sanno essere, e il grandissimo tappeto di Ferragamo alla Rotonda della Besana, tenuto pulito fino al primo incendere delle modelle da schiere di inservienti

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