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Vogliamo il pane. E anche la frivolezza

Ferma e sensuale risposta di Miuccia Prada e Silvia Venturini Fendi ad anni di morigeratezza #Metoo indotta

20 Febbraio 2020 alle 21:09

“Piacere è potere”. Evviva, l’ha detto Miuccia Prada, possiamo tirare un sospiro di sollievo e sentirci femmine senza se e senza ma: anzi, vorremmo correre subito a comprarci quelle sue sensualissime gonne a frange, strisce decorate, spacchi multipli, che scoprono con leggerezza. Evviva. Finita con i tendoni da circo, i sacconi punitivi, i colori segnaletici e respingenti delle guerriere della notte. Al secondo giorno della Fashion Week milanese, arriva il molto atteso calcio alla morigeratezza femminile indotta e punitiva che ha permeato gli ultimi tre anni di stile e di proposte. Torna il rosa, che da Fendi diventa tenero come la famosa tinta “coscia di Ninfa” che fece ricca la modista di Maria Antonietta, Rose Bertin), tornano a intravvedersi le gambe, torna anche la morbidezza dei chiletti in più (non troppi, ma bisogna pur tenere conto che le donne di adesso hanno in media cinque chili in più di quelle degli Anni Novanta). Torna l’ovvia considerazione che, elucubrazioni di noi critici e analisti a parte, le donne che si curano, che lavorano e che spendono per vestirsi, vogliono anche sentirsi belle e attraenti. Dunque, vita “en valeur”, velluti, pelle, sete: Alessandro Dell’Acqua, che da sempre lavora su questi colori, questi tessuti, e sulla sensualità femminile più consapevole e cerebrale, non avrebbe potuto festeggiare meglio i dieci anni della sua N21. Aveva ragione lui.

 

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C come collaborazioni. Non siamo mai state troppo favorevoli alle collaborazioni spot, una tantum, fra marchi gloriosi, magari un po’ appannati, e nuovi stilisti, ritenendo che la stagionalità non funzioni neanche per i braccianti. Ci piacciono i percorsi lunghi, fondati su progettualità comuni e radici solide. La moda dell’alternanza stilistica lanciata da Moncler con il progetto “genius” e subito copiata da tanti che, non avendo progettualità o visione strategica o denari per investire a lungo termine, vogliono non di meno restare sulla piazza, ci pare molto spesso più legata alle esigenze dell’ufficio comunicazione che a quello di prodotto. Cionondimeno, la collaborazione fra Pucci e la giovane stilista francese Christelle Kocher di Koché, premiata in occasione del LVMH prize e riconosciuta “per il suo sapiente mix di couture e streetstyle”, ha dato risultati sorprendenti: bello il mix di felpa streetstyle anche in versione bermuda, seta e pizzi, inedito l’uso dei colori acidi come chartreuse e glicine in dosi così massicce, strepitosa l’idea di usare i foulard che da sempre fanno la storia del marchio come inedite “catenelle” per gli occhiali da sole. All’improvviso, le sciure in gonna svasata stampa Pucci sedute in prima fila sembravano vecchissime o, come si dice nella moda, “antiche”. Vedremmo volentieri una seconda collezione a settembre, grazie.

 

E come Escapismo. Dal Devoto Oli: “Forma estrema di svago, spesso attraverso metodi ricreativi, il cui scopo è estraniarsi da una realtà nei confronti della quale si prova disagio”. Ricerca l’escapismo, ma si affretta a inquadrarlo “in senso positivo, di scelta romantica per sé”, anche il direttore creativo di Max Mara, Ian Griffiths, sempre garbato e compitissimo (è inutile, lo stile di famiglia si irradia anche sui dipendenti, e poche famiglie sono più garbate e compite dei Maramotti). La cartella stampa tratteggia una donna avventurosa, vagabonda di mari e di stelle, modello Jack London ma anche Titania di William Shakespeare. Tanto avventurosa e sognatrice da contentarsi però di “sentire il richiamo del mare” dalla propria scrivania (ma dopotutto meglio farlo da lì che dalla prigione di san Quintin come Darrell Standing) avvolta in cappe, mantelli, duffle coat e “lussuosi cappotti robe de chambre” stretti da un cordone in vita, come nelle stampe tardo ottocentesche maschili. Visto che i capi della collezione sono davvero bellissimi, ma non guardano né a un solo periodo storico, né a un’unica ispirazione, imporsi un riferimento culturale come “l’oceano, metafora potente della condizione umana” e andare a scomodare Michel Foucault non era necessario.

 

F come Forza delle Donne. E’ bello vedere due donne di tempra indiscutibile come Miuccia Prada e Silvia Venturini Fendi trovarsi d’accordo sull’estetica del femminile che, come osserva la prima, è attributo e complemento del femminismo”. Hanno realizzato entrambe una collezione sensuale ed elegante, raffinata e attraente, capovolgendo a proprio (e nostro) favore i codici e anche gli stereotipi dell’abbigliamento femminile: la giarrettiere (che in Fendi diventa cinturino e cintura), i bustier (che sempre in Fendi vanno a sottolineare e modellare, come impunture, le giacche severe), pieghe e spacchi (che, dice Miuccia Prada, “sottolineano la consapevolezza cinestetica” di queste donne che non hanno più bisogno di vestirsi da maschi, e nemmeno di camuffarsi). Poi, tutti sappiamo che i numeri sul gender gap nei luoghi di lavoro, sostanzialmente immutati da un quarto di secolo a livello mondiale, non danno ragione a queste due donne fortissime e piacevoli. Sappiamo anche che le nuove generazioni di donne appaiono incredibilmente restie a prendere in mano la propria vita e in particolare il proprio denaro (i dati di una grande ricerca usciranno fra qualche settimana). Ma non importa, il messaggio fa già parte della battaglia.

 

F (2) ma come Frange. Modello flapper o tripolina da vecchi studi televisivi, regala sempre un movimento grazioso, confondendo anche un po’ gli sguardi sulla silhouette. L’abbiamo vista usata a piene mani, color mordoré (che invecchia e migliora con il tempo, come negli Anni Deco in cui faceva furore) nella sfilata Dior Couture primavera-estate 2020 a Parigi, lo scorso gennaio. Tempo un mese, ed ecco che quelle frange lunghe e perfino trattenute da sottili cinture in vita, come elementi portanti degli abiti e non solo decorazioni, appaiono un po’ ovunque. Da Prada, anche sulle spalle, come nelle camicie e le giacche da cowboy, ma in jais. Dunque, brava Maria Grazia Chiuri.

 

P come pelle. A dispetto delle proteste della Peta, la pelle, scarto alimentare (che peraltro sarebbe un bel problema se non venisse eliminata o trasformata, almeno fino a quando non diventeremo tutti vegani), torna colorata, modellata e morbida, o rigidissima, in giacche e soprattutto cappotti, aderenti e scampanati come abiti.

 

P come piccolissimo, anzi miniaturizzato. Come le castellane di un tempo, che avevano tutto l’occorrente per le attività quotidiane di cucito e ricamo (e le chiavi di stipetti, cassoni e dispensa) attaccato alla cintura, le donne di Fendi portano tutta una serie di piccoli accessori attorno alla vita (e sulla borsa), compreso un bicchierino in acciaio per evitare i modelli in plastica, simbolo di vergogna.  Da Prada ricompaiono le minaudières, quegli scrigni ornamentali rigidi che fecero la propria comparsa come portasigarette da sera nei primi Anni Venti. Anche Max Mara applica gadget e trinkets alla borsa (nelle boutique, equivalgono alle caramelline alla cassa dei negozi gourmet), ma di dimensioni maggiori. D’altronde, se si devono solcare i mari..

 

Spalle. Ampie e sovradimensionate come negli Anni Ottanta, con spalla scesa (Max Mara e Genny), oppure rigide e importanti come nei Quaranta (Prada e Fendi, che vi aggiunge anche una versione contemporanea delle maniche cinquecentesche: queste sono tubolari).

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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