Torna la Fashion Week

Fabiana Giacomotti

Il via a Milano, mentre i concorrenti New York e Londra perdono terreno. Un “ponte web” con la Cina

Milano. Oggi a Milano si inaugura la Fashion Week. Oltre cento eventi fra sfilate e presentazioni e mille partecipanti in meno, fra buyer, stampa e influencer cinesi. Il “ponte web” per mostrare le collezioni live “ai nostri amici cinesi”, ha dimostrato già ieri sera all’apertura dell’hub alla Permanente di funzionare alla grande (“China we are with you”, lo slogan lanciato dal presidente di Camera Moda Carlo Capasa mentre debuttava la collezione dello stilista cinese Han Wen). Eppure, non tutto sembra aver preso la brutta piega che si temeva due settimane fa. Mentre si iniziano a prendere le misure vere dell’impatto del coronavirus sul settore (Prada ha annullato a data da destinarsi lo show della collezione resort a Tokyo, previsto per il 21 maggio, “come atto di responsabilità e di rispetto nei confronti delle persone che lavorano o intendono partecipare”, Chanel ha cancellato nelle stesse date lo show dei propri “métiers d’art” che da anni si tengono a Pechino; i Dolce&Gabbana hanno fatto una donazione a favore della ricerca) non si può fare a meno di pensare che, emergenza sanitaria a parte, i due principali competitori di Milano e Parigi, e cioè New York e Londra, stiano perdendo terreno in modo irreversibile, il primo soprattutto. Se credevamo che l’incompetenza (perfino linguistica) di Luigi Di Maio come ministro degli Esteri avrebbe inflitto un danno serio al nostro export, è perché non avevamo ancora visto il nuovo presidente dei designer d’America, Tom Ford, decidere di andare a sfilare con la propria collezione a Los Angeles nei giorni degli Oscar, privando New York di una delle poche occasioni importanti. Le sfilate di New York, che fino al 2008 faceva ponti d’oro ai designer italiani perché sfilassero sulle rive dell’Hudson e lanciava “new names” a ogni stagione, hanno dimostrato di non essersi mai riprese dalla colossale crisi dei subprime; come dice un analista al Foglio, “non hanno mai saputo cogliere lo straordinario rimbalzo che ha catapultato i giganti del lusso europeo nella stratosfera”, e in questo la diffidenza del populista Donald Trump nei confronti del sistema moda si è sentita, almeno fino a quando, pochi mesi fa, Bernard Arnault non è sbarcato nei pressi di Dallas con un impianto produttivo di Louis Vuitton e per il presidente Usa è diventato improvvisamente “un grande visionario”.

 

Dalla moda americana sono scomparsi nomi che Michelle Obama portava in palmo di mano e Anna Wintour pure come Thakoon o Alexander Wang; i Rodarte non varcano più i confini dell’oceano con la loro moda; sfilano nomi che potrebbero serenamente evitare di farlo come Tommy Hilfiger e Michael Kors (in gergo, la moda che sfila a Manhattan si chiama “contemporary”: in realtà è streetwear più o meno abilmente mascherato e di qualità intrinseca discutibile); Marc Jacobs sfila principalmente per sostenere i profumi, molto attentamente distribuiti dallo stesso Arnault. Non si cambia la natura dei paesi, né se ne riscrive la storia, dunque è molto probabile che le luci di New York, hub di moda senza filiera a sostenerla, si spegneranno a poco a poco, a una a una. E Londra tornerà ad essere quello che è sempre stata nell’ultimo secolo: una fucina di nuovi talenti, bisognosi di un produttore per espandersi. E quel produttore, nel novanta per cento dei casi, si trova fra Milano, Modena e Firenze.

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